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Viva il 7 Novembre: UNICA SOLUZIONE RIVOLUZIONE

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7 NOVEMBRE 1917- 2014



UNICA SOLUZIONE: RIVOLUZIONE!
di Norberto Natali



Come sarebbero, in concreto, alcuni aspetti della vita quotidiana di ciascuno di noi, se -ora o nel prossimo futuro - la nostra società seguisse la via indicata dalla Rivoluzione Socialista d’Ottobre del 7-8 novembre 1917?

- Chiunque avrebbe un lavoro e non esisterebbe la precarietà.

- L’orario lavorativo giornaliero medio potrebbe essere di cinque ore.

- Le retribuzioni andrebbero da un minimo equivalente agli attuali 1.400 euro circa ad un massimo di 3.500. Nessuno potrebbe guadagnare di meno né di più.

- Chiunque avrebbe diritto alla casa, la quale, con tutte le sue utenze, costerebbe meno del 20% dello stipendio di ciascuno.

- Non esisterebbero tasse, né mafie o droga.

- La democrazia sarebbe piena e reale, fondata su un sistema di consigli di delegati dei lavoratori, i quali deciderebbero, in primo luogo, cosa e come produrre. Il lavoro sarebbe collettivizzato eliminando l’autoritarismo e la prepotenza padronale attuale.

- Tutti gli sforzi della società sarebbero rivolti alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio naturale e degli equilibri ecologici, al costante miglioramento della salute di tutti e alla sempre più ricca possibilità, per ciascuno, di sviluppare più lati della propria personalità partecipando al creativo impiego del tempo libero, alla cultura, allo sport



I difensori del sistema attuale, innanzitutto proverebbero a contestare (o ridicolizzare) qualche dettaglio di questi concetti. Come ho scritto fin dall’inizio, però, ho soltanto voluto rendere, con facili esempi, l’idea di come sarebbe una società diversa da quella che viviamo. Un po’ come chi, volendo descrivere come saranno da adulto i piedi di un bambino, dicesse: “potresti portare scarpe numero 43”. Non vorrei che si costringa quel bambino a mantenere sempre i piedi che ha solo perché da grande, effettivamente, potrebbe portare 42 o 44.
Queste righe non hanno assolutamente la pretesa di delineare le caratteristiche e le scelte di una società futura: come hanno ammonito, da Marx in poi, tutti i nostri maestri, tale compito spetta a coloro che vivranno in quella società. Più modestamente, invece, vorrei rispondere a quei cialtroni che annunciano “futuro” e “rivoluzioni” ad ogni angolo. A coloro che si presentano in pubblico promettendo “ricchezza” e “felicità”: siccome in questa società ciò non è possibile -come non si sono mai visti i milioni di posti di lavoro promessi nel tempo- finiscono poi col dare la colpa delle loro fanfaronate, dei loro inganni, ai giovani che sarebbero pigri ed incapaci, alle famiglie che li viziano, ai lavoratori corporativi ed antiquati e via insultando.
Proporre in modo semplice alcuni aspetti di un altro futuro possibile (seguendo l’indirizzo e le aspirazioni della Rivoluzione d’Ottobre) non significa non essere in grado di confrontarsi (e vincere) con le idee e le tesi dell’avversario, il quale, in genere, evita accuratamente tali confronti. Intanto riprendiamo, molto succintamente, qualcuno dei temi suindicati, in attesa di poterli eventualmente illustrare, approfondire e dimostrare.

DISOCCUPAZIONE E PRECARIETA’

Potrebbero essere eliminate anche subito, completamente. Esse, infatti, non hanno alcuna causa di forza maggiore -diversamente, ad esempio, dalle antiche carestie- bensì sono volute dalla classe al potere, imposte per corrispondere alle esigenze del massimo profitto privato.
La disoccupazione, d’altronde, è stata conosciuta dall’umanità solo dopo l’avvento del capitalismo (non ha mai caratterizzato il feudalesimo o la società schiavile) e scomparirà con la fine del capitalismo stesso. Da quando si è affermato, esso ha provocato una disoccupazione crescente in modo costante, seguendo un ciclo ben preciso.
All’inizio si impiegano un vasto numero di lavoratori, poi rapidamente -per effetto dell’azione combinata tra spietata concorrenza capitalistica e aumento della produttività che rende superflui molti di essi- l’occupazione cala in modo costante, generando una crisi di sovrapproduzione relativa e una grande massa di disoccupati: questa situazione è propizia per altri “investimenti” (imprese, fabbriche, ecc.) che espandono, momentaneamente, l’occupazione riassorbendo una larga parte di coloro che avevano perso il lavoro (ma non tutti) per poi ricominciare rapidamente ad espellere manodopera, come nel ciclo precedente, e così via. Ciò vale per la società capitalista nel complesso ma anche per singoli gruppi di imprese o semplici aziende.
Va avanti così da un paio di secoli e i disoccupati o i semidisoccupati (cioè i precari) sono diventati centinaia di milioni. Come una catena montuosa che digrada verso la pianura, l’occupazione è fatta di momenti in cui si abbassa molto per poi risalire fino ad un picco più basso di quello iniziale, da dove, in seguito, riscenderà ad un punto più basso del precedente per poi risalire ad un nuovo picco, sempre più vicino, però, al livello del mare.
La disoccupazione, finché dura la storia del capitalismo, è destinata ad estendersi progressivamente, nonostante momentanee riduzioni sempre più contenute. Per rendersene conto meglio, si consideri che l’Italia, per esempio, ha oggi milioni di disoccupati e precari ma sarebbero molti di più se non ci fossero -in definitiva proprio a causa della disoccupazione- 120milioni di italiani emigrati all’estero.
Guardiamo, per esempio, ad alcune delle aziende oggi note perché chiudono o fanno licenziamenti di massa. In gran parte sono le stesse che dieci o vent’anni fa venivano indicate ad esempio -dai soliti fanfaroni propagandisti della borghesia- come aziende veramente imprenditoriali, le quali facevano (realmente) molte nuove assunzioni e ciò doveva essere “consolatorio” a fronte delle aziende che, all’epoca, chiudevano o licenziavano in massa. Queste ultime, a loro volta, erano quelle che decenni ancor più indietro, venivano indicate come quelle esemplari che assumevano ed avevano successo, ecc.
Con tutta probabilità, le aziende che oggi vengono esaltate perché assumono, saranno quelle che licenzieranno (o chiuderanno) tra dieci o venti anni. A quel punto, ci saranno senz’altro altre imprese osannate perché faranno qualche assunzione e così via.
Consideriamo i lavoratori di alcune grandi imprese che oggi (come nel recente passato) ingaggiano dure lotte per evitare la chiusura, il trasferimento degli impianti o licenziamenti collettivi. In questo sistema, possono solo auspicare l’arrivo di un altro “padrone” che si compri la loro azienda, scongiurandone temporaneamente la chiusura o il trasferimento e riducendo i licenziamenti (i quali, comunque, rimangono, anche se in parte): ma questa non è la cura bensì la malattia!
Infatti il padrone che oggi licenzia o se ne va, è quello che tempo addietro era stato salutato come il “salvatore” che aveva mantenuto in vita l’impresa e salvaguardato (in gran parte, ma non tutta) l’occupazione. Speriamo che i lavoratori di queste aziende trovino, oggi, la soluzione cercata ma possono stare certi che tra qualche anno, con il nuovo padrone, si troveranno peggio di oggi e dopo, se ne verrà un altro, sarà ancora peggio. Queste grandi fabbriche o società, nel tempo, hanno sempre diminuito il numero degli occupati: ed alla fine hanno chiuso (o chiuderanno) tutte.
Finché il capitalismo dura -giova ripeterlo- la disoccupazione (come la precarietà) sarà sempre più estesa ed inarrestabile: ma ciò dipende solo dalla struttura dell’economia borghese mentre può essere completamente e definitivamente eliminata con una società di tipo socialista, unica possibilità per avere la piena e permanente occupazione.


ORARIO DI LAVORO

Chi promette (o chiede) la “creazione di nuovi posti di lavoro” è un cialtrone, un imbroglione che si prende gioco della gente onesta e dei disoccupati oppure un idiota che non sa cosa sta dicendo (o forse tutte e due le cose). Ciò vale anche per i sindacalisti.
Come già detto, salvo momentanee e parziali eccezioni che fanno parte della regola, negli ultimi secoli -nelle società capitalistiche sviluppate- non è mai stato “creato” nessun posto di lavoro. Essi sono stati solo diminuiti via via, sia pure con un andamento altalenante. Il capitalismo espelle, storicamente, i lavoratori e li aliena dal proprio ruolo sociale. Tanto è vero che anche i fanfaroni parlano di “nuovi” posti di lavoro e non di posti di lavoro “in più”.
Il lavoro non si “crea” ma si suddivide.
Una società può essere primitiva o molto avanzata e complessa. Nel primo caso, come un antico villaggio di due o tre millenni fa, nel secondo abbiamo grandi nazioni come la nostra o addirittura interi continenti, con centinaia di milioni di abitanti ed una economia molto vasta e sviluppata. In ogni caso, si tratta di un insieme di persone che contribuiscono per la propria parte (in rapporto alla struttura sociale, i rapporti di proprietà vigenti e la relativa divisione del lavoro) alla ricchezza o prodotto sociale complessivo.
La società dell’antico villaggio è dotata di pochi alimenti provenienti dall’agricoltura e dalla pastorizia, indumenti molto elementari ed abitazioni primitive. Ciascuno vi contribuisce e ne usufruisce in ragione, appunto, della struttura sociale e del suo modo di produzione.
Nella nostra società abbiamo molto di più: abitazioni molto più sviluppate, indumenti più elaborati e variegati, alimentazione più ricca e diversificata e inoltre strade, trasporti, detersivi, pneumatici, scuole con insegnanti, ospedali con medici, forze dell’ordine, ecc.
La struttura capitalista finalizzata al profitto privato di una piccola minoranza, genera disoccupazione man mano che aumenta la produttività del lavoro: se per fabbricare un’automobile oggi bastano cinque operai, anziché 75 come ai tempi di Berlinguer, la logica capitalista vuole che si eliminano 70 posti di lavoro oppure 65: se si vuole raddoppiare la produzione precedente basta mantenere dieci operai anziché cinque.
Nel socialismo si possono produrre cinque o dieci automobili, sempre con 75 lavoratori: basta ridurre il tempo di lavoro anziché gli occupati. Ciò perché non c’è alcuna minoranza che deve ricavare uno spropositato profitto individuale sfruttando i lavoratori.
Cerco di spiegarmi meglio. Se la nostra società, per i livelli produttivi e tecnologici raggiunti, è in grado di produrre beni e servizi più o meno corrispondenti al nostro fabbisogno attuale, basterà suddividere la produzione di questi beni e servizi tra tutti i lavoratori. L’aumento della capacità produttiva (per il progresso tecnico-scientifico e la crescita dei lavoratori disponibili) servirà in parte ad aumentare (o migliorare) i beni e i servizi a disposizione ed in parte a ridurre ulteriormente l’orario di lavoro anziché i posti di lavoro.
Se io partecipo alla ricchezza complessiva della società, per esempio fabbricando dentifrici o guidando l’autobus, ricevo uno stipendio con il quale posso comperarmi del prosciutto o fare un viaggio in treno. A questo punto, non mi interessa se il prosciutto è stato realizzato con la partecipazione di cinque o di settantacinque lavoratori, ovvero se i lavoratori che hanno prodotto il mio prosciutto hanno una giornata lavorativa di tre o di nove ore. A loro volta, i lavoratori che grazie al proprio stipendio possono acquistare il “mio” dentifricio o salire sull’autobus, che interesse hanno a sapere se il dentifricio lo produciamo in cinque o in settantacinque oppure se il turno di guida è di tre o di nove ore?
In definitiva, in un’altra società, tutti avrebbero convenienza nella piena occupazione e nessuno sarebbe più ricco se dei lavoratori venissero licenziati al fine di sfruttare di più la forza-lavoro di quelli occupati.
Da due secoli, sia pure in modo tortuoso, la lotta di classe ha portato ad una costante e progressiva riduzione dell’orario di lavoro. Si è passati dalla giornata lavorativa di 14 ore (o senza limiti) a quella regolata a 12 ore, poi a 10 e infine ad 8. La settimana lavorativa è stata ridotta a 60 ore, poi a 48, poi a 40. Via via sono state introdotte le ferie (pagate) e limiti all’intera vita lavorativa, con le pensioni: per esempio si poteva lavorare al massimo 40 anni o fino ai 65 di età.
Da circa trent’anni, questo processo plurisecolare (ma non gratuito né indolore) di riduzione dell’orario di lavoro (a parità di tenore di vita ed anzi con un suo miglioramento) si è interrotto e da diversi anni è iniziato, invece, un processo inverso di ri-aumento di tale orario, variamente camuffato e con un notevole peggioramento del tenore di vita dei lavoratori.
Nessun fanfarone del capitalismo potrà mai spiegare questa situazione così assurda: tanti disoccupati ma aumento dell’orario di lavoro per gli occupati, calo del reddito per tutti loro nonostante l’impetuoso sviluppo tecnico-scientifico e l’aumento della produttività del lavoro.
Solo la via aperta dalla Rivoluzione proletaria d’Ottobre potrà risolvere queste contraddizioni e consegnarci delle libertà nuove, ora sconosciute.
In primo luogo, quella di non trovarci mai nella condizione, un giorno, di doverci inginocchiare di fronte a qualcuno per chiedere un lavoro, né di vivere permanentemente nell’ansia e nella paura del licenziamento e della disoccupazione. Con un sorriso, direi che la ricerca del lavoro somiglierebbe a ciò che oggi è, per noi, la vaccinazione dei bambini piccoli: una cosa utile e necessaria, in fin dei conti disponibile per tutti e per realizzare la quale nessuno si deve sentire disperato o umiliato.
In secondo luogo, la liberazione da un sistema di vita nel quale si vive, alternativamente, l’angoscia ed il vuoto della disoccupazione, della sensazione di inutilità e perdita di tempo o l’essere costretti ad una vita estenuante, frenetica, nella quale l’unico tempo libero che rimane a disposizione è quello per dormire.
Progredire, in modo equo ed uguale per tutti, nella riduzione dell’orario di lavoro, approfittando del progresso tecnico-scientifico e della larga massa di lavoratori disponibili, permetterebbe a ciascuno di contribuire per la propria parte alla ricchezza sociale complessiva ed avere, dopo, molte ore di tempo libero. Per fare ciò che non era finora stato possibile alle grandi masse, in tutti i millenni precedenti: dedicare una quantità di tempo perfino superiore di quello lavorativo allo sviluppo multilaterale della propria personalità, mediante attività creative, perseguendo l’elevazione della propria coscienza ed il proprio arricchimento culturale (ma anche la salute fisica e la pratica sportiva) e dedicandosi liberamente ad attività sociali e volontarie, capaci di arricchire e perfezionare ulteriormente la vita della società e di ciascuno.
A questo punto scaturirebbero tante altre libertà, oggi anche poco immaginabili e che non sono tema di questo scritto.

STIPENDI E RETRIBUZIONI.

Gli Agnelli, l’anno scorso, hanno guadagnato 990milioni di euro. Il loro caporale Marchionne, proprio la scorsa settimana, ha venduto le sue stock option: si tratta di una forma di pagamento dei grandi manager i quali, oltre al resto, ricevono blocchi di azioni delle società che dirigono, di quantità variabile secondo i risultati o la soddisfazione dei loro proprietari. Ha ricavato, in un colpo solo, 94milioni di euro e spiccioli.
Le tre più ricche famiglie italiane (la prima è quella dei Rocca) hanno denunciato guadagni netti, per il solo 2013, per oltre 600milioni di euro: più di quanto guadagnano, tutti insieme, il capo dello stato e quello del governo, i ministri e i sottosegretari, i rappresentanti italiani al parlamento europeo, i senatori, i deputati ed i presidenti delle regioni (considerando anche qualche piccola cresta)!
Di Berlusconi si sa: dei giudici lo hanno dovuto condannare a versare alla moglie, per consentirle un tenore di vita simile a quello che aveva con l’ex marito, 100mila euro… al giorno!
Che nessuno abbia dubbi: se si vuole dare un lavoro a tutti e pagare ciascuno con cifre che potrebbero andare (solo per farsi un’idea) dai 1.400 ai 3.500 euro al mese, ce ne sono di soldi da andare a prendere! Come ce ne sono -e quante- di ricchezze naturali, artistiche, turistiche da valorizzare e mettere a frutto a beneficio di tutto il popolo.
A seconda della professionalità, del rendimento, dell’anzianità, ogni lavoratrice ed ogni lavoratore, quindi, dovrebbe prendere un minimo di 1.400 euro e poi passando per scatti e fasce retributive (per esempio 1.700, 2.000, ecc.) si potrebbe arrivare al massimo a 3.500. Ora non ha importanza il singolo dettaglio di una cifra ma il fatto che chi guadagna di più prende appena 2,5 volte di chi guadagna di meno. Sarebbe un passo incalcolabile, per noi, verso l’uguaglianza e dunque nuove frontiere di giustizia e di libertà che si sommerebbero a quella della conquista del lavoro sicuro e del forte aumento del tempo libero.
In una società liberata dal capitalismo, le retribuzioni (assegnate secondo criteri definiti democraticamente) sono il controvalore in moneta dei prodotti o dei servizi che un lavoratore può liberamente scegliere come contropartita di quelli che egli stesso ha fornito alla società. Ciò significa che non esisterebbero tasse e gli stipendi sarebbero integralmente al netto.
Questi stipendi non aumenterebbero mai, perché nel socialismo diminuiscono (se i successi economici e i progressi tecnologici lo consentono) i prezzi dei prodotti o le tariffe dei servizi o aumentano i servizi e i benefici erogati a titolo gratuito. Per questo le tariffe, in particolare gli affitti delle case, possono essere regolati in un modo a cui non siamo abituati: in percentuale sullo stipendio percepito. Per esempio, nella vecchia Unione Sovietica, l’affitto di una casa (comprese tutte le tariffe ed anche il telefono) costava, generalmente, tra il 5 e il 10% dello stipendio o della pensione.
Per fare un esempio a noi molto vicino, un eventuale stato ispirato alla Rivoluzione leninista, dopo aver assicurato il lavoro a tutti, suddividendolo mediante un’appropriata riduzione dell’orario ed erogando gli stipendi che abbiamo detto, anziché aumentare questi ultimi, provvederebbe ad eliminare i ticket e tutti i costi della sanità (avvicinandosi molto alla gratuità) ed eliminando, sia pure progressivamente, tutti i costi per l’istruzione dei figli, estendendo e qualificando di più i servizi scolastici.
Queste note, come si è detto, sono solo pochi esempi approssimativi: va da sé che le pensioni, per esempio, dovrebbero seguire -almeno al 70/80% netto- gli stipendi e lo stato dovrebbe curare servizi e provvedimenti per il benessere dei pensionati. Man mano che le condizioni lo consentono, tutti gli anziani dovrebbero avere una pensione ma anche gli studenti potrebbero avere un piccolo stipendio.
Ricordo che nell’URSS molti studenti universitari -oltre ad avere vari servizi gratuiti, tra cui l’alloggio se fuori sede- ricevevano un piccolo stipendio mensile che, approssimativamente, paragonerei a circa 200 dei nostri euro attuali.

I CAMBIAMENTI SOCIALI VERA MISURA DEL FUTURO
Sulla via dell’Ottobre rosso, come visto, si ottiene l’eliminazione della disoccupazione e delle tasse ma anche della criminalità, soprattutto come la conosciamo oggi.
Dove c’è lavoro per tutti, uguaglianza, tanto tempo libero potenzialmente sano e creativo, diventa assai difficile essere un boss mafioso o un narcotrafficante. Basti pensare come sia quasi impossibile avere ricchezze, privilegi ed un tenore di vita personale superiore a quello -massimo- equivalente a circa 3.500 euro al mese. Sarebbero mafiosi o narcotrafficanti senza ville, barche, macchine di lusso, senza possibilità di regalare gioielli a donnine compiacenti né poterle portare frequentemente in ristoranti e locali alla moda.
Molti, oggi, sono spinti alla delinquenza dalla disoccupazione, dall’ingiustizia sociale, dai valori distorti di questa società individualista e consumista. Un domani avrebbero il lavoro con molto tempo libero e potrebbero partecipare alla decisione collettiva, sociale, democratica su cosa e come produrre, con la definizione di piani di produzione o economici di lungo periodo e a tutti i livelli.
Se a Taranto ci sarà, per esempio, un impianto siderurgico che uccide con tumori terribili centinaia di suoi lavoratori e di bambini che vivono nelle vicinanze, ciò sarà stato deciso in modo democratico e collettivo. E’ molto difficile, però ipotizzare una simile decisione, visto che non ci sarà nessuno che avrà da guadagnare enormi ricchezze risparmiando sulle tutele della salute e le varie protezioni mentre molti avranno da perderne, e tanto!
Se l’economia sarà pianificata democraticamente, ci saranno piani di lavoro a tutti i livelli, anche per un singolo reparto di una fabbrica di dentifrici o per gli autisti di un’azienda di trasporti pubblici. A quel punto -non essendoci più padroni (che si arricchiscono sfruttando il lavoro e le disgrazie altrui) né i loro caporali e cani da guardia- il lavoro potrà essere collettivizzato. I collettivi di lavoro decideranno democraticamente come realizzare gli obiettivi produttivi loro assegnati e saranno loro a ricevere, secondo i risultati ottenuti, eventuali benefici o penalizzazioni.
In questo modo, la necessaria disciplina nel lavoro sarà trasformata da autoritaria e gerarchica (come è oggi) a democratica e collettiva. Collettivizzando il lavoro e partecipando alla decisione su come e cosa produrre, i lavoratori avranno il potere di decidere il proprio destino.
Il potere politico sarà conseguente: consigli dei delegati dei lavoratori (sempre revocabili da chi li ha eletti) a tutti i livelli, molto più capillari e di composizione più larga delle nostre istituzioni attuali. Potrà esserci un “federalismo” che nessun leghista si sognerebbe…
La società, liberata dalle catene della ricerca del massimo profitto privato per pochi individui, potrà orientare i suoi sforzi ed il suo sviluppo alla salvaguardia dell’ambiente ovvero al principio -indicato da Marx- di “naturalizzare l’uomo ed umanizzare la natura”. Si potranno conseguire obiettivi di grande civiltà, come la piena integrazione ed uguaglianza per gli invalidi, il rispetto per gli anziani, una completa emancipazione della donna (con tutti i suoi diritti anche di maternità, soprattutto nel lavoro) e dedicarsi alla felicità dei giovani e dei bambini.
Sarà molto più facile, per tanti, dedicarsi ad attività sociali collettive (oltre che a vari altri interessi) le quali avranno una ricaduta benefica su tutti. Anche la ricerca scientifica ed il progresso tecnico saranno liberati dal dominio e dalle distorsioni del profitto privato capitalista, il quale -a ben vedere oggi- non ha un grande interesse al loro sviluppo e tanto meno alla loro accessibilità per tutti.
…..Mi fermo qui. Sogno? Sono un sognatore? Si!
Come diceva Thomas Borge, un leggendario combattente rivoluzionario del Nicaragua, “un vero rivoluzionario è un sognatore che fa tutto ciò che gli è concretamente possibile per trasformare i suoi sogni in realtà. Chi non sogna non è degno dell’umanità ed infatti, non a caso, gli assassini al potere in molte dittature sudamericane sono chiamati gorilla”.
Grazie alla Rivoluzione russa, oggi tutti possono avere questo sogno, unico futuro concretamente possibile in alternativa all’incubo proposto da Renzi, dai suoi burattinai e da tutti quelli come lui. Più che un futuro un nuovo medio evo, sferzato anche dal disastro ambientale ma condito, come direbbe lui, con gli iphone e le macchine fotografiche digitali.
Parlando della Rivoluzione bolscevica, sarebbe molto importante svolgere approfondimenti teorici, compiere rievocazioni storiche, sviluppare analisi. Può anche essere utile, qualche volta, indicarne tutta la carica di modernità, di libertà, di futuro che ci ha consegnato.
Grazie ad essa potremmo edificare, domani più di ieri, una società come quella qui immaginata, sia pure in modo succinto ed ipotetico. Si faccia avanti chi non è d’accordo, i renziani come i grillini, ma anche i sognatori di stati islamici, i cercatori di soluzioni nazionaliste o esistenzialiste. Potremo vincere un pacato confronto con chiunque, perché solo la via comunista, quella della Rivoluzione d’Ottobre, del potere politico ed economico dei lavoratori,
E’ L’UNICA UTOPIA POSSIBILE E NECESSARIA CAPACE DI ASSICURARE LIBERTA’, PACE E GIUSTIZIA PER TUTTI.


UNICA SOLUZIONE: RIVOLUZIONE!



Roma 07/011/2014




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