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Come andra' a finire in Grecia

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COME ANDRA’ A FINIRE IN GRECIA.

Di Norberto Natali


Il Partito Comunista di Grecia (KKE) è aumentato dell’1% dei voti e tre seggi, ottenendo il 5,5% e 15 deputati. Questo dato completa e qualifica meglio lo spostamento a sinistra di molti elettori greci e non era affatto scontato, vista la forte polarizzazione di tutta la campagna elettorale a vantaggio di Tsipras.
E’ anche per questo che nessuno ne parla, ma soprattutto per nascondere che Siriza ha già fatto una sua scelta: si allea con una sorta di “Alfano” greco, cioè una scissione del partito di destra al governo che ha meno consensi e meno deputati dei comunisti.
Da questo momento parleranno i fatti, anziché i simboli, i sentimenti, le intenzioni.
Con la straordinaria carica suggestiva che hanno certe fortuite coincidenze nella storia, la percentuale di voti di Siriza (circa il 36%) è identica a quella riscossa dalla coalizione di Unidad Popular (di cui uno dei capisaldi era il Partito Comunista) in Cile nel 1970. In quel caso la destra (aggressiva e reazionaria) ottenne oltre il 30% ed il resto andò al centro democristiano. Finì con il sanguinoso golpe di Pinochet e la sua feroce dittatura ventennale.
La via per avanzare verso il socialismo è lunga, tortuosa ed accidentata. Inizialmente si devono intaccare (e poi liquidare) gli interessi dei grandi monopoli finanziari internazionali, estendere e radicare la democrazia e poi il potere popolare, ottenere un profondo e duraturo mutamento nei rapporti di forza tra le classi, espresso in termini concreti a favore delle masse lavoratrici e a spese del capitale e della rendita: salari più alti e profitti più bassi; più pensioni e meno privilegi; più posti di lavoro e meno evasione fiscale; più servizi sociali e meno privatizzazioni; più diritti e poteri per i lavoratori ed i loro sindacati e i loro partiti e meno autorità e libertà per le imprese e il capitale; ecc.
Per avanzare su questa via, quindi, oltre ad una linea e ad un gruppo dirigente saldo e sicuro, dotato di coraggio e saggezza per superare tutte le insidie ed evitare tutte le trappole, serve la conquista di una grande forza tra le masse popolari, largamente maggioritaria, in grado di contrastare le macchinazioni e la violenza dell’avversario. Questa forza, certamente, si può conquistare ed estendere man mano che procede l’azione di un governo di sinistra e popolare.
Servono però, quanto meno, tre condizioni: un fortissimo ancoraggio con la massa dei lavoratori ed i suoi interessi; la ferma prospettiva del potere operaio e del socialismo; la precisa volontà di estendere gradualmente il consenso e il sostegno attivo delle grandi masse popolari. Insomma, servono una strategia ed una tattica ben precise che solo dal marxismo-leninismo possono scaturire.
Al contrario, ogni vittoria elettorale di sinistra è destinata a fallire (anche miseramente quando non tragicamente) se i gruppi dirigenti, per dirla con le parole di Pietro Secchia, nutrono fiducia nella borghesia, sfiducia nel proletariato e sono disposti a rinunciare alle prospettive e agli obiettivi di fondo in cambio di supposti vantaggi momentanei.
Insomma, le speranze di cambiamenti profondi e duraturi in Grecia, nutrite da molti elettori, non saranno realizzate, di per sé, con il mero 36% dei voti (anche se si conquista la maggioranza dei seggi in parlamento) ovvero con la reale situazione dei rapporti di forza, degli orientamenti, delle potenzialità di mobilitazione delle larghe masse greche che si riflette nei risultati elettorali.
Se Siriza vorrà veramente (con Alfano?) realizzare le speranze di profondi cambiamenti che ha acceso, dovrà fare una politica che la porterà a scontrarsi con la reazione dei grandi monopoli finanziari internazionali, dei loro apparati di potere e sicurezza, con i sistemi ed i metodi cui sono abituati a fare ricorso. Di fronte a tale evenienza, non è sufficiente il 36% dei voti, i rapporti di forza che si riflettono in quel dato sono sfavorevoli e quindi –l’eventuale tentativo di rinnovamento della Grecia- finirà con una sconfitta di tipo classico (per esempio cileno, fatte tutte le debite distinzioni e proporzioni).
Tsipras, tuttavia, può tentare di governare in modo da estendere e consolidare la forza ed il consenso su cui può contare, ma allora deve seguire dei criteri ben precisi. In primo luogo, farebbe bene a cercare di dare un po’ retta al Partito Comunista, anziché accontentarsi degli equivalenti greci della Meloni o di Cicchitto.
In secondo luogo deve portare fino in fondo una scelta internazionale, fino ad arrivare ad una netta rottura, quando necessario, con la UE e la NATO e schierarsi con nuove alleanze, come quella dei paesi cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).
In terzo luogo deve essere repentino e determinato nel togliere potere (e soprattutto canali di arricchimento) al grande capitale per consegnarlo alle masse lavoratrici insieme a notevoli misure concrete per il miglioramento della loro qualità della vita.
Non vado oltre per non dilungarmi troppo. Se Siriza seguisse una simile strada, allora otterrebbe un notevole aumento del consenso, man mano che procede una politica di vero rinnovamento: i due elementi si rafforzerebbero a vicenda e –a questo punto- le eventuali reazioni dell’imperialismo potrebbero essere sconfitte, consentendo così ulteriori importanti progressi, sia nei rapporti di forza, sia nel cambiamento della società a favore dei lavoratori.
Ce la farà Tsipras? Ha la forza, in primo luogo politica ed ideologica, per delle scelte così decise ed una strategia tanto chiara quanto vincolante? Al momento non mi sembra ci siano presupposti di fatto per una risposta affermativa.
Con tutta probabilità, ci sarà in Grecia una linea che in Italia abbiamo già conosciuto: l’utopia di gestire “bene” il capitalismo, di una sua sana e corretta amministrazione.
Questa linea discende da una vera e propria ideologia –nel senso deteriore di falsa coscienza- secondo la quale esisterebbero un capitalismo “buono” ed uno “cattivo”. Quest’ultimo sarebbe rappresentato, secondo i casi, da “banche” ed imprecisati “finanzieri”, dalla mafia, da Berlusconi, da industriali con caratteri cattivi ed avidi per cui commettono imbrogli o provocano danni alla società. Tale capitalismo “cattivo” sarebbe responsabile del malgoverno, della corruzione, ecc.
In alternativa ci sarebbe un capitalismo “buono”, fatto da imprenditori che “danno lavoro” perché sono intelligenti e pieni di idee, onesti (come De Benedetti, Della Valle, ecc.) e con essi è possibile una buona amministrazione, pulita e legale.
Ovviamente i lavoratori (i loro interessi, le loro condizioni di vita) dovrebbero essere sottomessi ai “buoni” per non favorire i “cattivi”. Se Siriza seguirà questa ideologia finirà per tradire tutte le speranze di tanti che festeggiano oggi la sua vittoria, rischierà di provocare una forte disgregazione a tutto vantaggio dei fascisti e dovrà piegarsi, senza poter contare su un forte sostegno popolare, alle pretese e alle minacce dell’imperialismo, il quale non si farà impietosire dalle capitolazioni di Tsipras ed anzi approfitterà di queste per opporsi anche alle più timide concessioni che il governo di sinistra potrà fare alle masse popolari.
Ciò porterà, nel giro di qualche anno, ad una grave sconfitta (“storica” quanto lo è oggi la vittoria), se non di tipo cileno comunque con conseguenze simili o anche più gravi di quella.
Sia pure in modo stringato e semplicistico, questi sono gli interrogativi di un rivoluzionario.
Quel che non si capisce è cosa abbia da festeggiare Nichi Vendola: la vittoria di Siriza, oggi, è la più mortificante smentita di tutta la sua politica. Per fare un solo esempio, appena due anni fa ha tradito l’alleanza indipendente delle forze di sinistra (Rivoluzione Civile di Ingroia) per candidarsi col PD di Bersani e Renzi, proprio l’opposto di quanto fatto da Tsipras. Non contento, continua su questa linea, proprio in questi giorni, riproponendo un’alleanza di centrosinistra con una parte del PD: cioè proprio quello che fa da vent’anni e che ha distrutto il movimento operaio in Italia.
Ricostituire il PCI è necessario per tanti motivi, tra cui alcuni riflessi in questo scritto. Uno di questi, benché non prioritario, è di realizzare un’alternativa al centrosinistra, al regime bipolare e lottare, con tenacia e coerenza, CONTRO IL PD come e più di quanto il PCI fece contro la DC.



Roma 26/01/2015







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