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E' rimasto solo il marrone !

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E’ RIMASTO SOLO IL MARRONE!


Con l’arrivo degli ARANCIONI (peraltro preceduti dagli hare krishna) si è quasi completato l’uso della tavolozza dei colori politici. Ci sono i BIANCHI, i NERI, i VERDI, gli AZZURRI, i GIALLI (la Coldiretti ed altre sigle), i VIOLA e –naturalmente- i ROSSI: è per scappare da quest’ultimo colore che alcuni si sono rifugiati in altri. Come il ROSA, il quale –seppur non formalmente adottato- indica come sono diventati certi ex-rossi -o sedicenti tali- dopo la prova dei fatti. Di tanto in tanto non manca, per i più tentennanti, il ricorso all’intero ARCOBALENO.

In pratica è rimasto solo il MARRONE: non sappiamo se qualcuno nel rutilante e vorticoso mercato politico sarà costretto ad adottarlo, ma è certo che una sostanza che richiama questo colore aleggia –sia pure in proporzioni molto differenziate- un po’ su tutto l’arco politico.


Neoperonismo e rifondazione azionista. Questo è un titolo capace di scoraggiare dalla lettura quasi tutte le persone normali, però è una provocazione voluta, quasi una forma di protesta.
Oggi, qualsiasi cosa si discuta, si aggiunge “ismo” come si trattasse veramente di una nuova teoria o movimento (o fenomeno) storico, una corrente culturale e politica con propri connotati e specifica sostanza. Sembrava già esagerato, una quindicina di anni fa, esprimersi con termini come “bertinottismo” o “berlusconismo”: ma ora si è superato ogni limite sentendo “bersanismo” o “montismo”. In verità tutti questi “ismi” non esistono. Si tratta solo di rimasticature, sempre più stagnanti e sgradevoli, delle solite vecchie ideologie borghesi: essenzialmente la liberale, la socialdemocratica, la interclassista “popolare”, ed altre ancora. Magari con qualche piccolo ritocco o adattamento o con differenti dosaggi negli “incroci” tra alcune di esse.
Questo è il riflesso, d’altronde, della putrefazione dell’ideologia (e non solo essa) borghese, in virtù della quale, da quel campo, sono circa quarant’anni che non viene prodotto nulla di nuovo. Usando continuamente “ismo” si finge che ci siano tante novità nel campo delle idee, della teoria, del pensiero per illudere molti che le nostre (di idee, teoria e pensiero) siano datate e sorpassate. Si tratta invece di concezioni –quelle borghesi- vecchie e già sconfitte proprio dal patrimonio teorico e storico più moderno che c’è: il marxismo-leninismo. Il Movimento Operaio Comunista, storicamente giovanissimo, ha già sconfitto tutto il vecchio ciarpame ideologico della borghesia, indicando una soluzione scientificamente fondata e praticabile ai gravi problemi che attanagliano l’umanità.
La putrefazione dell’ideologia borghese si evince anche dal chiacchiericcio vago ed univoco dei vari politicanti ed intellettuali borghesi. Si esprimono tutti nello stesso modo (indistinto e generico): sono “riformisti”, “per l’Europa”, per il federalismo, oppure contro il “populismo” o “l’ideologia” eccetera.

Per esempio negli anni 40 del 900, in Argentina il colonnello Juan Peron assunse la direzione del governo, senza mai dare ad esso una precisa posizione verso gli stati nazi-fascisti all’epoca impegnati nella guerra mondiale. Egli fondò un proprio partito, non a caso chiamato “Movimento Giustizialista” che riuscì a concentrare in se elementi di tutto lo spettro sociale del paese: da componenti semi-proletarie o di sottoproletariato urbano – i “Descamisados”, gli scamiciati, una vaga somiglianza con i Sanculotti (i senza-mutande, a causa della povertà) della Rivoluzione Francese- fino all’alta borghesia e alle gerarchie militari. Ebbe grande peso tra le masse popolari, rovinando anche il rispettabile Partito Comunista Argentino, poiché – invece di proporre le soluzioni capaci di rimuovere l’ingiustizia e la disparità sociale – agitava un ricorso all’ordinamento giuridico ed ai corpi ad esso preposto capace di mandare in galera quando meritato, anche alti funzionari e ricconi, suscitando l’entusiasmo dei poveri che trovavano così una ragione di simbolico riscatto civile.
Il Partito Giustizialista (o Peronismo) ebbe largo seguito in Argentina per alcuni decenni, sopravvivendo allo stesso Peron ed avendo al suo interno impulsi di sinistra e democratici combinati con altri di segno opposto. Fu il più valido e tenace nemico della dittatura fascista degli anni’70 e riuscì ad organizzare diversi scioperi generali che crearono gravi problemi al dittatore Videla. All’interno del movimento peronista nacque anche un’organizzazione guerrigliera di sinistra, i “Montoneros”, la quale dette del filo da torcere alla tirannia militare. Ora il fenomeno è superato in Argentina ed il bilancio storico del Peronismo, pur riconoscendone alcuni meriti popolari ed anti-fascisti è quello di una forza che non solo non è riuscita a dare indipendenza e libertà al suo paese ma non ha minimamente intaccato, essendone invece funzionale, il sistema che rende oppresse e sfruttate le grandi masse lavoratrici che ancora soffrono il giogo del capitalismo.
Fatte tutte le dovute proporzioni e considerate le differenze, certe posizioni tanto in voga oggi in Italia – che esercitano un fascinoso magnetismo su certi ambienti della sinistra - ricalcano e ripropongono, in realtà, aspetti e contenuti del giustizialismo di origine peronista. Solo che sembrano nuove e creative perché nessuno ricorda certi momenti della storia. Altrimenti sarebbe meglio concludere che proprio la vicenda del peronismo, nella misura in cui ha sottratto molti militanti e simpatizzanti al PC Argentino, indica che non c’è alternativa o scorciatoia alla necessità che ogni classe operaia abbia il proprio Partito Comunista e che sia questo a guidare la lotta per la libertà, la democrazia ed anche la giustizia (in primo luogo sociale e morale).
Per arrivare ad argomenti più vicini, sarà meglio ricordare l’esperienza italiana del Partito D’Azione. Esso discende dal radicalismo, una corrente politica generata dalla Rivoluzione Francese ed affermatasi in Italia durante e dopo il Risorgimento. In breve i radicali erano l’ala sinistra della borghesia liberale quella che tendeva a contaminarsi con elementi di ideologia social-democratica.
In Italia il riferimento moderno più tipico fu Piero Gobetti - amico di Gramsci, fondatore di Rivoluzione Liberale e martire anti-fascista – e spesso i suoi seguaci o successori si definirono liberal-socialisti. Durante la dittatura fascista fu molto attivo il movimento clandestino Giustizia e Libertà - fondato e diretto dai fratelli Rosselli anch’essi martiri anti-fascisti – che poi, insieme ad altri nel 1942 fondò il Partito D’azione, il quale partecipò alla guerra partigiana con le Brigate Giustizia e Libertà. Dopo il Partito Comunista, Giustizia e Libertà ed il Partito D’azione furono le forze più decise e attive nella lotta contro il fascismo e in quella partigiana.
Queste forze riflettevano alcune delle caratteristiche più tipiche delle avanguardie rivoluzionarie (borghesi) del Risorgimento. Piccoli gruppi di intellettuali, isolati dalle masse proletarie, idealisticamente animati da forti valori morali e civili (la giustizia è uguale per tutti, la laicità dello stato, la democrazia, il corretto funzionamento della pubblica amministrazione, la lotta alla corruzione ecc. ecc.) che testimoniavano con il ricorso anche a singole azioni, perfino individuali o di piccoli gruppi, sia pur slegate le une dalle altre. Come le avanguardie rivoluzionarie borghesi dell’800 non riuscirono mai a radicarsi tra le masse proletarie (tantomeno a organizzarle e dirigerle) così una delle forze più significative dell’anti-fascismo e della resistenza (basti pensare che tra gli esponenti del Partito D’azione vi erano Ferruccio Parri ed Emilio Lussu) si ritrovò alle prime elezioni democratiche (nel 1946) con poco più dell’1% dei voti (mentre il PCI ne ottenne circa il 19%) e privo di un seguito popolare seppur modesto.
Per questo – ed a causa delle divisioni che ne seguirono - il Partito D’azione si sciolse. Non a caso molti suoi prestigiosi esponenti aderirono al PCI (nel quale diversi ne divennero parlamentari e dirigenti) e la maggioranza confluì nel Partito Socialista Italiano.
Tanto ardimento, scarsi risultati, nessun esito finale.

Dopo oltre 65 anni, stiamo assistendo ad un tentativo di “Rifondazione” del Partito D’azione, in particolare ad opera di circoli ed ambienti riconducibili al dottor Ingroia, al sindaco De Magistris ed altri che sono alla base della coalizione Rivoluzione Civile. Una riedizione magari un po’ ridotta e sfumata rispetto all’originale.

La civile rivoluzione

Con un avvio tanto repentino quanto strano e un po’ altalenante è nata Rivoluzione Civile.

La sua base è essenzialmente la piccola e media borghesia, prevalentemente intellettuale. Si tratta di una piccola borghesia democratica, aperta al progresso sociale, disposta anche a parteggiare – in alcuni casi – per gli operai e contro gli interessi di determinate fazioni capitalistiche se ciò è coerente con la propria visione del diritto e della democrazia.
Essa fa da “contrappeso” alla massa piccolo-borghese (mercantile, dedita all’intermediazione finanziaria e di manodopera, parassita di finanziamenti pubblici ecc.) gretta e provinciale che costituisce la base della Lega o – per altri versi – fascistoide e sempre disponibile ad appoggiare qualsiasi caporione o avventura reazionaria (anche il Berlusconi che ammicca a Mussolini).
La base ideologica della piccola borghesia “ingroiana” è di fiancheggiamento dell’imperialismo, con l’espediente dell’identificazione “dell’Occidente” con i principi e i valori della Rivoluzione Francese e della democrazia liberale anglosassone, ed in tal modo , per fare solo degli esempi, milita contro il “dittatore” siriano Assad, l’oscurantismo maschilista iraniano, solidarizza con il Dalai Lama ecc.ecc.
Sul piano economico-sociale essa propugna, in ultima analisi, una sorta di spontaneistica e simultanea autodisciplina morale degli imprenditori, i quali dovrebbero sì attendere alla propria funzione sociale ma rinunciando individualmente alla corruzione, alla speculazione, all’abuso di potere verso i lavoratori, ad inquinare ecc., tutto ciò coadiuvato da un limitato intervento pubblico nell’economia con funzione puramente ausiliaria, soprattutto con provvedimenti sociali tesi a sostenere la domanda (il reddito ovvero una minima capacità d’acquisto) degli strati più poveri della popolazione, considerati “sfortunati”. Sembrano credere, quindi ad una sorta di “mano invisibile” morale, filantropica, legalitaria, la quale dovrebbe regolare il mercato (cioè il Capitalismo) in antitesi con la concezione liberista della “mano invisibile” del profitto e dell’egoismo.
Dello Stato si ha una concezione un po’ idealistica, esso dovrebbe – così com’è – moderare e compensare gli squilibri derivanti dall’economia e garantire i cittadini (lavoratori e capitalisti tutti sullo stesso piano) con la legge e i corpi preposti ad imporne il rispetto. Si può dire un po’ scherzosamente - per questa area socio-politica – che la polizia e i magistrati assumono il ruolo che per i Comunisti ha la classe operaia.
Sul piano politico la concezione è dell’individualismo, del mero esercizio della testimonianza occasionale della propria diversità, della battaglia di idee rappresentata dagli scontri mediatici, una sorta di moderni Orazi e Curiazi, c’è una lotta simulata tra capi, sulla stampa e sulla tv – la quale sostituisce la reale mobilitazione di massa, lo scontro politico vero, la lotta di classe.
La lontananza di questa area politica dalla classe operaia, anzi l’estraneità rispetto ad essa, è testimoniata non solo dal tipo di organizzazione ed attività politica ma soprattutto dalla piattaforma programmatica, se così si può chiamare.
A quanto pare, il programma di Rivoluzione Civile è costituito da 10 punti, tutti condivisibili, in particolare riguardo le proposte sui servizi sociali, contro le privatizzazioni ecc.
Una forza politica espressa dal proletariato, però, avrebbe dato centralità – sorvolando ora su quel che riguarda l’analisi della situazione e il giudizio sulla crisi – in primo luogo alla questione del salario e dell’orario visti come premessa alla lotta totale alla disoccupazione (contenuti, questi, completamente assenti) e si sarebbe presentata, in breve, con la proposta di eliminazione quasi totale della precarietà e di difesa della previdenza e delle pensioni (questioni affrontate ma in modo un po’ “obliquo” e sbrigativo).
Certamente sarà il fronte delle questioni economico-sociali il punto più debole dell’impresa di Rivoluzione Civile, la quale non saprà dare il minimo contributo alla soluzione dei problemi– probabilmente invece li peggiorerà – più storici e strutturali dell’attuale sinistra. Si tratta dell’autoreferenzialità, ovvero del vizio di sapersi rivolgere (e convincere) solo a chi ha già maturato una posizione di sinistra e dell’attitudine a non avere un respiro di massa quando si coltiva la propria identità e a rinunciare a questa (o ai suoi tratti più salienti e distintivi) quando si cerca il rapporto e il consenso di massa. Queste due questioni sono strettamente intrecciate – sorvoliamo in questa sede sul tema della distinzione di causa ed effetto – con le inarrestabili divisioni nella sinistra, con le sue continue capitolazioni ideologiche e politiche, sul suo costante arretramento, specie tra le masse e la gioventù proletaria.
Nella misura in cui le valutazioni fin qui esposte risultano fondate, almeno in parte, non è difficile temere che Rivoluzione Civile sia destinata a ripetere la vicenda (ancorchè ammirabile) del Partito d’Azione: scarsa capacità di mobilitazione tra le masse lavoratrici, scarso risultato elettorale (è perfino possibile che non riesca ad avere eletti in parlamento), acute divisioni (e forse scioglimento) a breve termine.

L’anomalia italiana

Un po’ in tutto il mondo, anche nell’ultimo anno, avanzano impetuosamente spinte rivoluzionarie, cresce l’interesse per il Socialismo, mietono successi anche elettorali le forze più intransigenti della sinistra o del movimento operaio, rinascono e si rafforzano i partiti comunisti. Solo per fare pochi esempi più immediati: in Grecia il partito comunista ed una coalizione di sinistra (alternativa al partito socialista già maggioritario) hanno sfiorato il 30% dei voti; in Francia il fronte della sinistra, il cui candidato si definisce comunista, è stato quello che ha più aumentato i suoi consensi; la sinistra unita in Spagna ed ancor più i comunisti nei Paesi Baschi hanno raccolto importanti successi elettorali; in Portogallo il forte partito comunista ha un seguito crescente; in altri paesi europei (anche dell’est) i partiti comunisti o forze di sinistra alternative a quelle tradizionali avanzano in molti casi. Per non parlare dei movimenti di lotta e delle vertenze più impegnative.

In Italia (si potrebbe dire: SOLO in Italia) la situazione è opposta. Le forze di sinistra tendono ad essere sempre più deboli, divise, subalterne; incerte e pallide nei loro programmi e nella loro identità. Parallelamente (al contrario di quanto vorrebbero certe teorie, non a caso alimentate e favorite dalla borghesia) anche i “movimenti” si indeboliscono via via: la consunzione è sul piano sociale (ampiezza rivendicativa e progettualità di fondo), qualitativo (inteso soprattutto come capacità di unità ed autonomia reale), quantitativo (seguito, continuità o durata ecc.).

E’ L’ANOMALIA ITALIANA.


I fatti confermano quanto contenuto in un articolo di quattro anni fa del compagno Natali, il cui titolo era proprio “ L’anomalia italiana”.

Per limitarsi solo ai lati politico ed elettorale (considerato come misura del consenso e della credibilità della linea seguita da un partito), la storia della sinistra italiana degli ultimi 20 anni si presenta – apparentemente – come un’interminabile serie di batoste alternate a leggeri arretramenti.
Già la grande forza del PCI e dell’area, diciamo così, alla sua sinistra fu raccolta, fin dall’inizio, solo minoritariamente. In seguito, i pur significativi risultati del PRC – a metà anni’90 ottenne, in vaste ed importanti zone del paese, il 10-15% dei voti, superando in alcuni casi il PDS – fu rapidamente sperperata nel giro di pochi anni malgrado alcune scissioni (in primo luogo quella del PDCI).
Successivamente, le forze che oggi dichiarano di collocarsi a sinistra o comunque all’opposizione (PDCI, PRC e altri scissi da questa, Verdi, IDV, l’attuale SEL considerando anche un raggruppamento staccatosi dai DS quando diedero vita al PD) ebbero i seguenti risultati: nel 2006 raccolsero 4.775.619 voti pari al 12,6% dei voti validi costituendo il 10,1% dell’intero corpo elettorale. A questi dati vanno aggiunti gli elettori DS che hanno seguito Mussi e Fava nella formazione Sinistra Democratica, la quale poi aderì all’attuale SEL e in parte minoritaria alla Federazione della Sinistra. Per ipotizzare una quantificazione approssimativa di quest’ultima forza si consideri che i suoi deputati e senatori portarono il numero di parlamentari delle sigle che diedero vita all’Arcobaleno nel 2008, ad oltre il 15% del totale, ossia 142 (si consideri che a questi vanno poi sommati i parlamentari dell’IDV che non aderirono, in seguito, all’Arcobaleno ma si coalizzarono, poi, con il PD).
Nel 2008 – lo stesso blocco di forze su indicato – crollò (pur avendo circa il 17-18% dei parlamentari uscenti) a 3.094.160 voti pari all’8,7% (la percentuale che prese da solo il PRC nel 1996) che significa circa il 6,5% dell’intero corpo elettorale (a fronte del 12,5% circa di due anni prima). PRC e PDCI raccoglievano circa il 65% dei voti del 2006 (che furono quasi 4,8 milioni come suddetto) e questa quota crollò a meno della metà due anni dopo. In altri termini sono stati proprio PRC e PDCI a perdere più di tutti.
PRC e PDCI diedero vita, nel settembre 2008 (dopo la batosta e la clamorosa esclusione dal parlamento), ad una grande manifestazione nazionale per reagire alla gravissima situazione. Almeno 80.000 (reali) compagne e compagni, provenienti da ogni provincia, diedero vita ad una grande manifestazione, compatta, piena di bandiere rosse e di simboli comunisti, dimostrando fierezza e combattività. Anche quella forza, quelle potenzialità, sono state in seguito largamente dilapidate, tanto che nel maggio scorso, ad una giustissima manifestazione nazionale contro il governo Monti (promossa dai medesimi partiti), parteciparono effettivamente circa ventimila compagne e compagni, molti dei quali poi delusi dagli avvenimenti successivi.
Se alle prossime elezioni politiche Rivoluzione Civile e SEL toccheranno 3.000.000 di voti, ciò sarà solo una conferma della precedente batosta ed anzi una sua leggera accentuazione. Lo stesso giudizio vale se il loro risultato corrispondesse, complessivamente, all’8,5%-9% dei voti validi. Nel caso raccogliessero, invece, 200-300mila voti in più non ci sarebbe certo da cantar vittoria, considerando la precipitazione della crisi del Capitalismo, l’odiosità degli altri concorrenti elettorali e il crescente discredito della borghesia. Per avere un’idea più completa e storicamente attuale della dissipazione di potenzialità ed energie (l’anomalia italiana) della sinistra e del movimento operaio in Italia, non basta la pura contabilità del raffronto con i voti del passato. Come in altri paesi, considerando la effettiva dinamica dei processi sociali ed economici, uno schieramento unito nella chiarezza, intransigente, di opposizione e di sinistra (e alternativo al PD), avrebbe potuto ambire, quantomeno, al 20-25% dei voti, se non di più. In effetti, per esempio, lo scorso anno furono diffusi dei sondaggi che indicavano proprio un simile eventuale risultato.
In tale quadro un 5% eventualmente riscosso da Rivoluzione Civile sarebbe, politicamente ma anche numericamente, un’altra batosta e chi lo indica come una eventuale “vittoria” è solo un politicante che pensa agli affaracci suoi, uno dei tanti parassiti che si interessano solo a riguadagnare una poltrona parlamentare.

Rifondazione Schettino

L’anomalia italiana non può certo essere affrontata con tentativi improvvisati e superficiali, con spiegazioni sbrigative e consolatorie, con espedienti e furbizie di vario genere.

Tutti i lavoratori ed i loro familiari devono essere preoccupati da questo costante indebolimento della sinistra e delle forze del movimento operaio ed essere consapevoli che senza invertire questa situazione non ci sarà alcuna speranza di fermare la disoccupazione, la precarietà, l’abbassamento dei salari e gli altri gravi problemi che li angosciano.
Proprio per questo, tuttavia, bisogna prepararsi ad un compito difficile ed arduo, quello di “scavare” in vent’anni (per lo meno) di storia della sinistra e dei movimenti e “risalire” molto faticosamente una strada impervia che porti ad una sinistra completamente rinnovata, profondamente diversa da quella esistente. Si tratta di un cimento di lunga lena.
Non ci si riferisce tanto a persone (qualcuna sì, visto che nella sinistra italiana da due decenni comanda un’oligarchia sempre uguale) bensì a concezioni, impostazioni, programmi, metodologie ecc.
Benché non sia questa la sede, bisognerà ripartire dalla “Rifondazione” e delineare un bilancio storico e definitivo di essa. Lo scioglimento del PCI, è completamente fallito: se considerassimo (a prescindere dalla eventuale buona fede – assai improbabile – di chi lo propugnava) premesse, obiettivi, finalità pubblicamente esposte per motivarlo, la storia dimostra che sono stati tutti mancati ed anzi si è ottenuto l’opposto.
Allo stesso modo, “la Rifondazione”, come negazione dello scioglimento del PCI, è completamente fallita, non ha ottenuto alcun risultato ed anzi ci troviamo sempre più immersi nei guai dell’anomalia italiana (quest’ultimo termine, storicamente, era inteso proprio al contrario, per indicare gli effetti della grande forza del PCI).
Partendo da un altro punto di vista la “Rifondazione” si è completamente dispiegata: il vocabolo significa che un corpo va riedificato fin dalle fondamenta (rifondato) e dunque, di un determinato edificio, non si riconoscono valide o adatte neppure le fondamenta. In questo senso “Rifondazione” significa che un palazzo deve sostituire integralmente quello che lo precedeva, di cui – alla fin fine - non deve rimanere alcunché (neanche le fondamenta), se non nelle decorazioni o nella toponomastica (prima a sinistra, o estrema sinistra, c’era il PCI e ora ci sono altri, del tutto diversi dal primo).
In vent’anni tante compagne e tanti compagni, spinti da appassionata generosità, hanno creduto che “Rifondazione” significasse: tendere, nel tempo, a ridare vita al PCI (ricostruirlo). La storia dimostra che si illudevano benché tutti loro continuino a meritare il massimo rispetto personale da parte dei comunisti di oggi e di domani. Occhetto, il fallito e traditore, ha sciolto il partito ma non ha potuto fare la stessa cosa con i comunisti, la loro volontà, i loro sentimenti e la forza sedimentata nel tempo dal PCI: a quest’ultimo risultato, purtroppo, è giunta la “Rifondazione”.
Tutti gli indicatori dello stato e delle condizioni di un partito politico, mostrano che il PRC è riuscito a far svanire quasi completamente le forze e le potenzialità su cui poteva contare vent’anni fa, in un certo senso è un partito più debole del PCI clandestino degli anni della dittatura fascista. Contemporaneamente l’ideologia e il programma sono stati costantemente diluiti e smaltiti ed oggi l’identità comunista è una pura decorazione, un nome e un simbolo che si possono applicare a qualsiasi politica. Ne deriva che non si è comunisti poiché si adotta una determinata politica ed un preciso tipo di organizzazione e di vita di partito bensì qualsiasi linea o metodologia organizzativa seguita diventano comunisti se qualcuno lo dice. E’ l’estetica che ha soppiantato l’etica.
Una spiacevole riprova di ciò, è la sorprendente ignoranza del marxismo, della concezione leninista del partito, dei caratteri salienti degli insegnamenti della storia dei Partiti Comunisti di cui danno spesso prova i dirigenti di medio ed alto livello della “Rifondazione”. E’ impressionante, per esempio, come siano completamente prigionieri dell’ideologia borghese nel campo dell’economia: credono al keynesismo, a Rifkin, propugnano obiettivi che confondono la lotta di classe con la filantropia, o la teologia della liberazione (nei casi migliori) e così via.
Una tesi molto diffusa pretende che un partito che curi con molto rigore la propria identità ed ideologia tende ad essere di piccole dimensioni mentre invece, per espandere le proprie forze, deve stemperare e contaminare i propri contenuti e caratteristiche. La storia e il bilancio della “Rifondazione” mostrano il contrario. Via via che si perdeva o si rinunciava a tratti della teoria e dell’ identità altrettanto si perdeva sul piano delle forze organizzate e del consenso elettorale. Di comunista sono rimaste solo le decorazioni e di comunisti, intesi come militanti attivi e convinti delle forze nate dalla “Rifondazione”, ne sono rimasti ben pochi, con scarso seguito e spesso isolati nella società.
Comunque la si veda (che la “Rifondazione” sia fallita o che sia “riuscita” eliminando anche le fondamenta o le basi del vecchio Partito) la strada scelta come alternativa al PDS è finita. Nel senso che non è stata in grado di corrispondere alla causa per cui è nata, ossia realizzare la negazione dello scioglimento del PCI.
Non è nostra intenzione ridurre questa riflessione a un settario attacco contro uno specifico partito. Quel che chiamiamo in causa, è stato ben chiarito fin qui, è l’intero processo della “Rifondazione” ossia tutte le forze che derivano dal movimento nato nel 1991, ivi comprese quelle via via separatesi in seguito (come il PdCI poi SEL ed altre ancora). Ci si riferisce, quindi, al complesso di correnti e componenti del PCI – in realtà era già un PDS con un altro nome – che diedero vita al “blocco del no” contro la proposta di scioglimento. E’ da lì che bisogna ripartire, per comprendere e risolvere i problemi che derivano dall’esito fallimentare e negativo che riscontriamo oggi.
Contemporaneamente, bisogna riconoscere che si sono aggiunte - alla scissione del “blocco del no” – altre forze ed esperienze provenienti dal campo politico che si collocava prima alla “sinistra” del PCI o nell’ultra-sinistra. Parte di questo mondo partecipò da subito alla costituzione del Movimento per la Rifondazione Comunista: in alcuni casi (individuali o di piccole componenti locali) c’era già stata un’adesione alla compagine dei fondatori del MRC prima del febbraio 1991.
Successivamente – nel giro di pochi mesi - confluirono Democrazia Proletaria, Lotta Continua, il vecchio PCdI (M-L), vari gruppi troschisti ed in seguito altre forze ancora, pure provenienti dalla vecchia Autonomia e da altre esperienze. In generale, tutti (tra coloro che facevano riferimento alla cosiddetta Nuova Sinistra di un tempo), anche quanti non confluirono formalmente nel PRC rovesciarono nei confronti di tale partito, il rapporto - di scontro frontale e diretto anche fisico - che avevano avuto prima con il PCI, dando vita, ad una stagione di buoni rapporti, se non di contiguità. Tra questi ultimi molti si sono anche candidati nelle liste elettorali del PRC, risultando spesso eletti.
Tra i compiti oggi necessari, finora del tutto elusi, c’è anche quello di una profonda ed efficace riflessione – per quanto abbiamo appena accennato – circa la storia delle forze politiche alla “sinistra del PCI”, la cui versione moderna ha ormai mezzo secolo di storia, nel nostro paese. E’ tempo di un bilancio storico, possibilmente scientifico, di quest’area. In definitiva, per affrontare la cosiddetta anomalia italiana e la gravissima condizione nella quale ci troviamo, occorre sottoporre a critica il processo della “Rifondazione” a partire dalle sue radici o quanto meno “ingredienti” iniziali. Essi sono, come già detto, alcune correnti del PCI revisionista e gran parte delle forze che si erano collocate alla sinistra del PCI.
Non si tratta di pretendere abiure (chi sarebbe legittimato a farlo?) né di esercitare recriminazioni fini a sé stesse ma di verificare come ci sia bisogno di rilanciare, con ben altri presupposti, caratteristiche e concezioni, la lotta per la ricostituzione del PCI ovvero la realizzazione, su basi ben diverse, delle finalità che guidarono, storicamente, quel tentativo di negazione del PDS. Quando la negazione – di un determinato fenomeno o processo – non realizza il suo compito, le sue componenti tendono a ritornare al loro stato originario, alla condizione iniziale cui tentavano di opporsi. A questo punto del ragionamento, occorre accennare solo fugacemente ad un complesso concetto, contenuto essenziale del marxismo-leninismo sviluppato, tra gli altri da Engels: la negazione della negazione. Semplicisticamente: il fatto che un certo tipo di negazione dello scioglimento del PCI si sia arenato negli attuali risultati dell’anomalia italiana, non significa che fosse giusta la via del PDS e neanche la strada imboccata dal PCI nella sua fase finale. Negazione della negazione significa che bisogna, rapidamente e massicciamente, introdurre profondi ed ampi cambiamenti e innovazioni nella sinistra attuale, imprimergli una svolta decisa e duratura, perché c’è sempre più bisogno di un partito rivoluzionario di classe, marxista-leninista, capace di affrontare le sfide del futuro come seppe fare il PCI con quelle dei suoi tempi, per tanta parte della sua storia.
Senza questo indirizzo c’è solo, per dirla in breve, il “ritorno indietro”. Possiamo elencarne, parzialmente alla rinfusa, qualche esempio: un continuo ritorno di singoli e gruppi del PRC, iniziato già vent’anni fa e mai interrotto, verso il PDS, DS e PD; il PdCI è stata una scissione filo-governativa, un ritorno indietro da posizioni più conseguenti di opposizione e alternativa, il quale ha alimentato a sua volta un continuo riflusso verso i DS e il PD; SEL, per sua stessa ammissione, ha riconosciuto che aveva ragione Occhetto, è nata perché bisognava abbandonare le “vecchie certezze comuniste” e dare vita ad una sinistra moderna, non più “ideologica” ecc.; anche le componenti troschiste (come PCL e Sinistra Critica) sono tornate alla loro condizione precedente, non hanno prodotto nulla di nuovo né fatto fare un salto in avanti alla situazione: hanno ricostituito piccole organizzazioni ispirate alla Quarta Internazionale come erano prima; gli esempi potrebbero continuare. Questa sinistra con le sue scelte ed i risultati a cui è approdata, certifica da sé la inutilità delle posizioni tenute in precedenza. Facciamo qualche esempio: con quale ragione Nichi Vendola, a suo tempo si oppose prima allo scioglimento del PCI, poi fu tra i dirigenti del PRC e come tale si oppose alla scissione del PdCI richiamandosi a motivi di intransigente opposizione (ricordiamo anche le “35 ore”) quando oggi, nei fatti, riconosce che era giusto sciogliere il PCI, va oltre le motivazioni del PdCI e si riduce, in sostanza ad essere una sorta di satellite di sinistra del PD. Come dimostra la stessa composizione della sua nuova compagine, Vendola poteva benissimo aderire al PDS – il quale, per altro, proponeva all’epoca programmi ed orientamenti politici più di “sinistra” di quelli dell’attuale coalizione bersaniana – ed in seguito eventualmente, staccarsi dai DS e dare vita ad un partito di sinistra moderata (come è accaduto effettivamente in Grecia): il risultato, ad oggi, sarebbe stato uguale. Lo stesso discorso vale per il PdCI (è superfluo ricorrere ad esempi) ed anche per quanti sono usciti da “sinistra” dal PRC. Sinistra Critica deriva dalla vecchia LCR (Lega Comunista Rivoluzionaria) degli anni’70: a che è servito aderire prima a DP (costituendo una ben distinta corrente della Quarta Internazionale) e poi al PRC (con tutte le vicissitudini di lotte di correnti interne) se, guardando ad oggi, sarebbe stato lo stesso (storicamente, senza negare mutamenti e differenze) rimanere un raggruppamento a se stante come prima? Idem per Ferrando, il quale proviene dal gruppo “Lotta Comunista” ed in seguito ha dato vita ad una propria organizzazione “quartista”. Ci sarebbe anche da domandarsi a cosa è servita la vittoria nel congresso del PRC dello schieramento di Ferrero, visto che le modificazioni rispetto alla precedente politica del PRC sono state ben scarse e considerato che anche quest’anno rinunciano al proprio nome e simbolo come fecero per l’Arcobaleno. Per non parlare, poi, delle continue e varie “trasmigrazioni” tra PRC e PdCI. Tanti esempi ci dimostrano, giova ripeterlo, come tutto tenda a tornare “indietro”, come a “cancellare” le scelte compiute precedentemente.
Non si tratta di credenziali entusiasmanti, per seguire la stessa strada nel futuro!
C’è da segnalare - oltre a quanto già sommariamente accennato altrove in questo documento – qualche caratteristica del fallimento della “Rifondazione” e dell’anomalia italiana.
Non si può ignorare la degenerazione in partito “stalattite” del fallito processo della “Rifondazione”. Con questo strano termine metaforico, intendiamo indicare quella forza politica che si avvicina al basso (e che la parte bassa della “grotta” a sua volta, può incontrare) solo perché deriva dall’alto, è attaccata al soffitto e da questo riceve via via alimento, com’è nella natura delle stalattiti. Le quali, è ovvio, una volta che il “soffitto” le taglia da sé, cadono a terra senza potersi più muovere: al contrario delle “stalagmiti” le quali, invece, si ergono verso dal basso verso l’alto.
Le forze autenticamente di classe, acquisiscono capacità e potenza (gruppi parlamentari e ruoli istituzionali, spazi su stampa e radio-tv, mezzi e risorse di carattere organizzativo e finanziario ecc.) in virtù del radicamento nel proletariato e della spinta e del sostegno che da questo ricevono: è per la grande forza conquistata con la lotta partigiana e con le dure lotte di massa del dopoguerra, che il PCI, per esempio, acquisì grandi disponibilità, come sedi, ruoli istituzionali, una propria stampa, un forte autofinanziamento ecc.
La “Rifondazione”, invece, è diventata un partito “stalattite”. Grazie a leggi elettorali confacenti e –soprattutto- ad una apposita politica del PDS e dei DS, ha potuto disporre –fino a pochi anni fa- di consistenti gruppi parlamentari, regionali e negli enti locali, con una notevole quantità di assessori a tutti i livelli, nonché di qualche ministro e sottosegretario (ed anche il presidente della Camera dei Deputati).
I mass media della borghesia gli hanno attribuito, generalmente, grande spazio (basta pensare al lungo periodo nel quale Bertinotti è stato presente settimanalmente in importanti trasmissioni tv) di cui ha notevolmente beneficiato.
Lo stato finanziava oltre l’85% delle cospicue spese (senza contare eventuali vicende come quella degli ingenti finanziamenti periodici di alcuni palazzinari romani, riferita alcuni anni fa da un settimanale), corrispondenti a circa dieci miliardi di lire annue prima dell’avvento dell’euro. In tal modo, PRC e PdCI si sono permessi –fino a pochi anni fa- un esercito di stipendiati, addetti a tempo pieno, giornalisti, un quotidiano sempre in perdita, moltissime e capillari sedi, organizzazione di grandi manifestazioni e quant’ altro.
È di tale “nutrimento” (ricevuto dall’alto, dalla borghesia e dallo Stato) che si è giovata la “Rifondazione” per avvicinarsi alle masse (al basso ma partendo dal “soffitto”) assumendo per lungo tempo la titolarità di punto di riferimento delle istanze di classe, di cambiamento, di sinistra. Quando si valuta l’attuale rapporto di forze, bisogna considerare l’enorme sperpero di tante risorse pure avute a disposizione e al tempo stesso, dialetticamente, la loro futilità: si possono avere i soldi, i parlamentari e tutte le presenze in tv che si vuole e ciò, di per sé, può essere utile per qualche periodo, ma non basta.
Un tempo, per svilupparsi e dispiegare il proprio ruolo, il Partito aveva bisogno di far leva sull’iniziativa politica e il rapporto di massa (non fini a sé stessi) e sulle capacità organizzative derivanti dalla disponibilità di un vasto numero di militanti volontari ben inquadrati e diretti. Questi elementi si sono isteriliti e poi atrofizzati, poiché sono stati soppiantati dai “lussi” del partito-stalattite. Quando nel 2008 il PD (sostanzialmente) ha segato la stalattite, la “Rifondazione” si è trovata – e si trova tutt’ora – completamente preda dell’immobilismo politico e del primitivismo organizzativo. Queste sono le cause da cui derivano l’anomalia italiana e la fine del tentativo di “negazione” iniziato oltre vent’anni fa. Esse però, a loro volta, hanno una propria causa che è, per così dire, l’analfabetismo ideologico. In breve: tutti i principali problemi immediati della sinistra sono riconducibili all’ immobilismo politico e al primitivismo organizzativo ma questi non potranno essere superati se non si pone rimedio all’analfabetismo ideologico.

L’
immobilismo politico implica anche la consunzione della “Rifondazione” in un’assurda guerra di posizione: la sterile ed inerziale ripetizione, ormai liturgica, di schemi e posizioni vecchi di decenni, senza tener conto che non esistono più la forza e le condizioni che le hanno generate. Da ciò, essenzialmente, dipende il più grave e diffuso difetto dell’attuale sinistra: l’incapacità di rivolgersi (per conquistarne il consenso e conseguirne la mobilitazione ed il proselitismo) a chi non è già, di per sé, orientato ad avvicinarsi o aderire alla sinistra stessa.

L’
analfabetismo ideologico, con l’insieme delle sue conseguenze già accennate ed altre ancora, dà luogo ad altri due effetti molto gravi. Il primo è il venir meno (ad eccezione di sporadiche chiacchere) di qualsiasi fine, traguardo, o “gallina” (nel senso del motivo per cui vale la pena rinunciare ad un uovo oggi) che non sia il semplice galleggiamento sull’esistente, l’inseguimento di obiettivi e risultati puramente immediati, l’accodamento, di conseguenza, alle tendenze e agli interessi del momento. Questa, (oltre all’immobilismo politico nonché all’analfabetismo ideologico in sé) è il motivo organico, la causa dell’interminabile processo di divisione, di frantumazione della sinistra e del movimento operaio e non invece modificazioni del mercato del lavoro e dell’apparato produttivo (che possono avere un’importanza solo secondaria) come pretenderebbero, invece, certi interessati sociologismi da quattro soldi.
Molti, ingenuamente, sperano che ci sia una sorta di “limite fisico” alle divisioni: la sinistra è tanto piccola già frammentata in pezzi molto minuti –pensano- prima o poi ulteriori divisioni e scissioni cesseranno, magari si compirà anche qualche passo in senso inverso. S’illudono: finché impera l’ analfabetismo ideologico e tutto quel che ne deriva, divisioni e scissioni non finiranno mai. I tentativi unitari saranno fragili e di breve durata, lasceranno una situazione peggiore di quella che hanno trovato e saranno solo una copertura per divisioni ancor più profonde che si consumano al loro interno.
In secondo luogo, l’ analfabetismo ideologico, non solo genera la completa subalternità – come già scritto in precedenza – dei gruppi dirigenti della sinistra all’ideologia borghese ma innesca una spirale perversa: alimenta, cioè, il completo abbandono del pensiero e della cultura di masse crescenti e nuove, di proletariato alle “grinfie” dell’ideologia borghese. Bisogna, infatti, riconoscere che molti proletari, oggi, credono nel profitto capitalistico, nell’idea che i capitalisti siano “datori di lavoro”, che il capitalismo sia eterno e le rivendicazioni debbano conciliarsi con gli interessi del capitale ecc. ecc.: tutto ciò, incredibilmente diviene a sua volta una sorta di alibi per la sudditanza ideologica della sinistra.
La “Rifondazione”, infine, ha il vizio di non tendere a rapporti di massa quando coltiva la propria identità “comunista” e abbandonare quest’ultima quando tenta i rapporti di massa. La più clamorosa conferma di questo vizio è proprio di questi giorni: finchè c’era da fare da stampella al PDS e ai DS, ai governi di centrosinistra, lo ha fatto con propri simboli e a nome dei comunisti; oggi che partecipa ad una coalizione di opposizione, indipendente lo fa confondendosi in Rivoluzione Civile e rinunciando ai simboli. Finchè c’era da screditarsi lo facevano come comunisti e ora che ci sarebbe qualche motivo (per lo meno rispetto al passato) di riacquistare una qualche credibilità in certi strati della popolazione non lo fanno più con le insegne dei comunisti.
Ci si ripresenta, insomma, con molte analogie con l’Arcobaleno del 2008, compresa quella della scelta affrettata, improvvisata e avventuristica. In questi anni, nelle varie scadenze elettorali, la “Rifondazione ” è stata con il PD ogni volta che a questo faceva comodo, mentre, quando tale partito non ne aveva interesse, essa si presentava da sola. Con tutta probabilità ha cercato, anzi atteso, un accordo col PD fino all’ultimo momento e poi ha tentato affannosamente di rimediare – ancora una volta all’ultimo momento e senza idee chiare – con Rivoluzione Civile. Si pensi al PdCI che nel giro di poche settimane (tra novembre e i primi di dicembre 2012) dalla decisione ufficiale di sostenere Vendola (alle primarie del PD) e poi votare Bersani è passato alle barricate di Ingroia. Un risultato eventualmente deludente della coalizione di opposizione del 2013, dipenderà anche da ciò: dopo il drammatico risultato del 2008, anziché mettersi subito al lavoro per risalire la china, si è atteso – tra tentennamenti e inerzia – solo il Natale del 2012 per scegliere come affrontare le politiche del 2013.
Questi ultimi fatti, dimostrano come la nave “Rifondazione” non solo è naufragata, andando fuori rotta, ma il comandante tende pure a scappare dalle proprie responsabilità.
Per ripartire e soprattutto per giungere a destinazione occorre un’altra imbarcazione, un’altra rotta e soprattutto un altro stile di comando.

Roma, 12 gennaio 2013
Il comitato direttivo provvisorio di P.C.I.


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