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Essere Romani significa essere ANTIFASCISTI ed orgogliosi dei nostri partigiani dei gap

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ESSERE ROMANI SIGNIFICA ESSERE ANTIFASCISTI
ED ORGOGLIOSI DEI NOSTRI PARTIGIANI DEI GAP.
Di Norberto Natali


La lotta armata partigiana a Roma fu breve ma intensa e tenace.
Cominciò con una battaglia campale, il primo atto della Resistenza italiana, l’8 settembre 1943 a Porta S. Paolo e durò circa dieci mesi, in condizioni difficilissime.
A Roma e dintorni furono condotte, mediamente, otto azioni partigiane al giorno.
Questo viene negato dai provocatori che ricordano i gappisti (Carla Capponi, Marisa Musu, Sasà Bentivegna, Pasquale Balsamo e gli altri) solo per l’eroica azione di via Rasella.

Essa si inquadra, invece, in questo contesto di guerra e colpì, legittimamente, un reparto di militari occupanti i quali, oltretutto, avevano volontariamente aderito alle forze che si erano macchiate delle peggiori turpitudini ed atrocità.
Avvenne in un momento in cui si temeva che i nazisti, prevedendo di ritirarsi dalla città, si abbandonassero ad immani stragi e distruzioni.

Gli occupanti sfogarono la loro rabbia -proprio perché l’azione aveva colpito nel segno- rastrellando immediatamente alcune zone del centro e prelevando moltissimi prigionieri da Regina Coeli e dalla caserma di via Tasso nella quale, abitualmente, venivano rinchiusi e torturati i partigiani o chi era sospettato di esserlo.
La regola era che un tedesco vale dieci italiani, perciò furono radunate 335 persone e il 24 marzo 1944 (neanche ventiquattro ore dopo l’azione dei GAP) vennero trucidate in un luogo che, a quei tempi, si trovava in aperta campagna, isolato e poco frequentato: le Fosse Ardeatine.
E’ completamente falso, come sostenuto da decenni da provocatori e mentitori, che i nazisti abbiano richiesto la consegna dei partigiani e la strage (basta considerare i tempi) sia stata una conseguenza del loro “vile rifiuto”.

Addirittura c’è chi ha sostenuto che i tedeschi avessero pure affisso dei manifesti, per proporre ai partigiani di consegnarsi.
Tutte colossali bugie diffuse da fascisti vigliacchi e mascherati.

La strage delle Fosse Ardeatine fu l’unica del genere compiuta all’epoca in una grande città europea.
Essa venne eseguita legando tra loro i martiri, uccidendoli a sangue freddo e spingendoli poi in una profonda fossa, nella quale alcuni caddero ancora vivi e legati ai loro compagni morti.

Con tutta probabilità i nazisti avevano imparato questo “sistema” dalle foibe jugoslave.
L’uso di queste cavità carsiche, infatti, per assassinare in massa gli avversari (chiamiamoli così) era stato inaugurato proprio dai fascisti di Pisino e altre zone limitrofe di Slovenia e Croazia, durante l’occupazione italiana.
Gli attuali piagnoni delle foibe questo non lo dicono e non dicono neanche nulla di particolare sulla strage delle Fosse Ardeatine e sulla memoria dei loro martiri.

Morirono 335 romani, molti ebrei e altrettanti combattenti antifascisti, in particolare comunisti.
Uno fra tanti era il falegname di Torpignattara Orazio Corsi, collegato al GAP di quella zona, di cui faceva parte mio nonno (perdonatemi la vanità).

Tra gli altri vennero trucidati il fondatore e alcuni dirigenti del movimento comunista “Bandiera Rossa”, un’organizzazione romana molto radicata nelle zone proletarie della città e dotata di una componente militare molto agguerrita e combattiva.
Questo raggruppamento ha delle curiose coincidenze con la storia di Iniziativa Comunista.

Le provocazioni fasciste (comunque mascherate) contro i partigiani romani, cominciarono subito dopo la liberazione e durano tutt’ora, a dimostrazione di quanto i gappisti abbiano fatto male ai nazisti e ai loro leccascarpe fascisti.
Addirittura, oltre sessant’anni fa, fu celebrato un ignobile processo, contro il compagno Giorgio Amendola (comandante dei GAP romani) e i partigiani protagonisti dell’attacco di via Rasella.
Esso finì con la completa assoluzione di tutti e dimostrò, definitivamente, quanto segue:


1. Gli occupanti tedeschi non consentirono mai ai partigiani di consegnarsi a loro per risparmiare i martiri delle Fosse Ardeatine.
In ogni caso, non gliene avrebbero lasciato il tempo visto che compirono il loro crimine nell’arco di poche ore.


2. I partigiani, di conseguenza, non hanno mai avuto la possibilità (né le notizie necessarie) di riflettere sull’eventualità di consegnarsi agli occupanti.


3. In ogni caso l’attacco di via Rasella era una legittima azione di guerra, condotta da giovani appartenenti ad un’altrettanto legittima organizzazione militare e quindi tenuti ad una conseguente disciplina militare.
Del resto la loro stessa azione era conforme alla medesima disciplina.
Proprio per questo, ammesso ma non concesso che avessero saputo e voluto che potevano consegnarsi per salvare altre vite, non potevano farlo.
Sarebbe stata una violazione di tale disciplina ed avrebbero commesso il reato di diserzione (se non di tradimento).


4. Ammesso ma non concesso che ci fosse stato qualche illecito nella condotta dei partigiani, esso non era perseguibile, essendo stato completamente condonato ed amnistiato.
Ci furono infatti diversi atti giuridici e legislativi in particolare i “Decreti Luogotenenziali” emanati sul finire della guerra, i quali avevano completamente cancellato qualsiasi eventuale reato ipotizzato a carico di partigiani combattenti fino all’autunno del 1945.


Questo processo, di per sé vergognoso, è come se non fosse esistito, per i vari provocatori fascisti, in questo mezzo secolo.
Sono continuate le offese, le bugie, le vigliaccate. Tra queste ultime, a partire da una ventina di anni fa, ha preso particolarmente quota la subdola insinuazione sul fatto che l’orrenda strage delle Fosse Ardeatine, i partigiani dei GAP “se l’erano cercata”.
Giocando su una disonesta equazione, per così dire, azione/reazione.

Questo disgustoso argomento, se non sbaglio, da qualche anno è stato abbastanza abbandonato, perché i suoi ideatori,probabilmente, lo hanno ritenuto controproducente.
Sarebbe facile, per esempio, utilizzare lo stesso criterio per dire che la tragedia delle torri gemelli a New York gli USA “se la sono cercata”.
La stessa cosa potrebbe valere per i militari italiani caduti a Nassiriya, in IRAQ, una decina di anni fa.

Da decenni si strumentalizza, in modo esagerato e distorto, uno slogan, gridato talvolta nel passato, del seguente tenore: “uccidere un fascista non è reato”.
Non ci sono state, dagli stessi ambienti, reazioni proporzionate alle schifose manifestazioni pubbliche di ammirazione verso il boia Priebke, ostentatamente per la sua partecipazione alla strage delle Fosse Ardeatine, messa in scena da un gruppetto di qualche decina di romani al momento della morte di quella carogna (ed anche negli anni precedenti).
Gente che esprime apertamente compiacimento per un’orribile strage di propri concittadini innocenti.

Secondo voi cosa farebbero, in Israele per esempio, se costoro andassero là ad esprimere le stesse cose?
Cosa farebbero ad Hiroshima, se qualche decina di giapponesi andasse là a manifestare pubblicamente la propria soddisfazione perché vi fu sganciata la bomba atomica tanti anni fa?
E a New York, cosa succederebbe se qualche decina di statunitensi andasse dove sono crollate le torri gemelle a manifestare la propria ammirazione per quelli che hanno eseguito gli attentati aerei che ne provocarono il crollo?


Roma 24\03\2014

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