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Guido Rossa

Dossier

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MEMORIA E GIUSTIZIA


di Norberto Natali

Il compagno Guido Rossa è sulle nostre bandiere rosse con la falce e il martello. Insieme a Ciro Principessa, Rocco Gatto, Giannino Lo Sardo, Beppe Valarioti, Pio La Torre e Rosario Di Salvo, come le decine di migliaia di compagne e compagni che sono caduti nel corso della gloriosa e incompiuta storia del grande Partito Comunista Italiano e della F.G.C.I.
Insieme a loro, con la stessa passione, ricordiamo tutti gli altri caduti antifascisti, quanti lottavano per la pace ed il progresso come Valerio Verbano, Peppino Impastato e tutti gli altri fino a Renato Biagetti.
Questo modesto omaggio si propone di suscitare e poter partecipare ad un dibattito trasparente e pacato (che difficilmente ci sarà) e non ha quindi pretese esaustive. Andiamo subito “al sodo” come forse sarebbe piaciuto a lui.

Giustizia non è stata fatta. L’attentato a Guido Rossa è stato particolarmente vile perché i suoi assassini lo fecero illudere che sarebbe stato ferito ad una gamba e invece lo uccisero ferocemente. Di questo si vergognarono le stesse B.R. che tennero atteggiamenti imbarazzati e diedero versioni contraddittorie sull’accaduto, rivendicandolo in pieno ma anche giustificandolo con un incredibile “errore di mira” e alla fine sostenendo di aver deciso che dovesse essere “solo” ferito mentre poi uno degli assassini, all’ultimo momento e di testa propria, lo uccise. Quest’ultima fu poi la versione della quale tutti si accontentarono dopo un processo lacunoso e superficiale.
La verità (mai considerata nei suoi risvolti) è che il compagno Rossa fu ucciso esattamente quarantotto ore dopo che il PCI aveva deciso il passaggio all’opposizione e la caduta del governo Andreotti, a cui seguirono le elezioni anticipate.
Tra la presunta decisione di ferirlo e l’improvviso mutamento di esecuzione c’era proprio questa scelta del PCI. Essa fu motivata proprio con l’aperta accusa alla DC di aver cambiato politica, tradito la linea di Moro e di aver assecondato gli scopi di chi aveva deciso l’uccisione del presidente democristiano, o comunque delle forze che si erano avvantaggiate della sua morte.
Chi scrive all’epoca ed apertamente (non vent’anni dopo e sottovoce) aveva criticato la partecipazione del Partito a quella maggioranza di governo ed è testimone che l’omicidio del compagno Rossa (diversamente da quanto accadde alcuni mesi prima per il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta) non riuscì ad influenzare nessun comunista a recedere da quella linea di opposizione alla DC e ai suoi governi.
Ciò avveniva in un’epoca di gravi contrasti e acuta tensione internazionale mentre maturavano importanti cambiamenti: fu l’anno in cui andò al governo per la prima volta in Inghilterra la Thatcher (e l’anno dopo sarebbe toccato a Reagan negli USA), mentre si consumava una nuova escalation negli armamenti ed in Afghanistan precipitava la guerra civile che avrebbe richiesto di lì a pochi mesi l’intervento sovietico.
In Italia gli apparati dello stato erano dominati dalla P2 e la mafia era al culmine del suo potere, mentre la corruzione dello stato e la sua inefficienza si aggravavano via via, era stato appena eletto capo dello stato Sandro Pertini. Quella decisione del PCI fu il preludio di una svolta nella sua linea che sarebbe stata salutata con grande entusiasmo, quella dell’alternativa alla DC e al suo sistema di potere.
I fatti sono questi: quasi tutti quelli che avrebbero potuto chiarire i reali motivi, non tanto dell’attentato ma della sua successiva trasformazione in omicidio, sono morti nel giro di pochissimo tempo. Come è capitato per certi testimoni contro Valpreda e per molti testimoni della tragedia aerea di Ustica ma non in altri casi attinenti alle vicende del cosiddetto terrorismo rosso.
L’uomo che Guido Rossa aveva denunciato (il quale era eventualmente colpevole di reati tecnicamente non gravi) morì in carcere pochi giorni dopo lo stesso Rossa: “suicidio” si disse subito. Circa un anno più tardi i principali esponenti della colonna genovese delle BR (tra cui l’esecutore materiale dell’omicidio di Rossa) vennero a loro volta assassinati nel corso di un massacro di stato, forse unico nel suo genere, nella storia della Repubblica. Fu individuata la loro abitazione ed una squadra di carabinieri vi fece irruzione nottetempo, mentre dormivano: come si evince dalle foto ed altri riscontri più volte pubblicati dalla stampa, i brigatisti furono sterminati anziché arrestati (come invece è accaduto in tante circostanze simili).
All’epoca non esisteva il ROS dei carabinieri: esso è una trovata della cosiddetta seconda repubblica. Tuttavia quando fu istituito questo reparto fu logico pensare di arruolarvi subito tra i suoi dirigenti qualcuno responsabile di quella strage di Genova. Tra questi vi è proprio colui che è protagonista di un processo nel quale sostiene di avere le prove che i ROS accordavano protezione a Bernardo Provenzano. Questo processo si trascina stancamente e si svolge in contemporanea ad un’altra causa che non è riuscita a chiarire se alcuni carabinieri hanno consentito alla mafia di limitare danni e conseguenze negative dell’arresto di Totò Riina.
Un altro sottufficiale dei ROS è stato accusato dalla magistratura siciliana di fare la spia per la mafia.
Il compagno Guido Rossa non ha ancora avuto la piena giustizia ed il miglior riconoscimento che egli merita: non tanto per i motivi fin qui accennati ma per quelli che seguono.

Guido Rossa non è un episodio, né una “vittima”. I nostri avversari, ivi compresi quelli che vorrebbero appropriarsi indebitamente della sua figura, riducono il compagno Guido Rossa al solo momento della sua morte ed a un solo episodio della sua vita ovvero quello che costituirebbe il pretesto del suo omicidio. Anche quell’episodio, però, è il portato dell’intera vita del compagno Rossa, della sua coscienza di classe, dei suoi ideali e delle sue scelte politiche concrete.
Guido Rossa vale per la sua vita più che per la sua morte. Era un operaio di avanguardia e conseguente, che sapeva farsi apprezzare nella vita sociale (per esempio come stimato alpinista). Aveva delle idee precise, come dimostra il suo scritto nel quale spiega in modo così sintetico e suggestivo la sua scelta per il socialismo, la sua identità comunista ossia la sua lotta per cambiare alla radice “una società fondata sul dominio del denaro”.
Era un militante comunista da tanti anni ed aveva lottato per il suo partito fino alla cura del servizio d’ordine della Festa dell’Unità di Genova, fino alle sue ultime scelte. In conseguenza era un combattivo animatore delle lotte sindacali, un punto di riferimento liberamente scelto dagli operai che lavoravano con lui, aveva delle idee precise sulle relazioni sindacali, sulle piattaforme rivendicative, sui diritti e i compiti dei lavoratori.
Non c’è dubbio che avrebbe lottato apertamente e con successo contro disgustose provocazioni come quelle oggi compiute da squallidi personaggi come Brunetta o Ichino, né avrebbe mai mancato di battersi al fianco del popolo palestinese contro la protervia israeliana. Tutti i suoi atti ed i suoi pensieri lo dimostrano e non c’è, nella sua vita, nulla che possa far dubitare del contrario.

Le sue scelte non si discutono. Ovvero si possono contestare solo complessivamente. All’Italsider lavoravano migliaia di operai, in gran parte iscritti alla Fiom CGIL. La sezione di fabbrica del PCI aveva moltissimi iscritti e la grande maggioranza dei lavoratori votava comunista. Tutti questi avevano già scioperato contro il terrorismo, contro gli attentati delle BR, il consiglio di fabbrica le aveva condannate chiaramente e quasi tutti si rifiutavano di essere identificati con chi commetteva attentati ed omicidi politici.
Non bisogna dimenticare che le BR attaccavano con insulti feroci ed infamanti il PCI e la CGIL e lo stesso Guido Rossa, in quanto militante di entrambi, si sentiva spesso definire “jena berlingueriana”.
Un’esigua minoranza di lavoratori (forse lo 0,1-0,2% del totale) riempiva la fabbrica di scritte brigatiste disseminando volantini e materiale delle BR, contro la volontà esplicita e ripetuta della grande maggioranza dei lavoratori e del consiglio di fabbrica. Si trattava di difendere la propria identità e gli spazi democratici, la cui conquista era costata tante lotte e tanti sacrifici.
Date le regole clandestine dell’attività brigatista, non c’erano tanti modi per far valere le ragioni della grande maggioranza. Fu così che ai lavoratori rimanevano ben poche scelte per non abbandonarsi alla passività e all’omertà verso le pretese di una piccolissima minoranza da essi respinta. Un giorno Guido Rossa vide per caso uno che lasciava volantini brigatisti nei luoghi frequentati dagli operai all’interno della fabbrica e lo denunciò, accompagnato da molti suoi compagni di lavoro.
Prima di domandarci se poteva fare altro, bisogna ricordare un fatto poco noto ma di grande importanza storica. La Segreteria del PCI aveva da qualche tempo diffuso un accorato, pubblico appello ai propri militanti e simpatizzanti a non ricorrere “all’autodifesa armata di massa” contro le BR e gli autonomi. Oggi molti giovani non capirebbero quei fatti e chi scrive ritiene, rileggendo quegli appelli, che la direzione del PCI temesse (a torto o a ragione) gravissimi spargimenti di sangue. Forse, in altre situazioni, il diffusore di volantini brigatisti avrebbe ricevuto una severa dose di cazzotti con l’intimazione di non farsi vedere più per non buscarne ancora. Chissà se Guido Rossa fece la sua scelta, oltre che per altri validi motivi, anche per evitare risse e violenze, condividendo le indicazioni del Partito.
Questa scelta di Guido Rossa –che la si approvi o meno- non può essere separata e isolata da tutta la sua vita e dalla sua personalità poiché ne è una diretta conseguenza anziché un caso sporadico ed accidentale.
Il sottoscritto si è potuto vantare in un tribunale di aver sonoramente sconfitto certi apparati dello stato che si illudevano di poterlo incastrare nella posizione inconcludente e perdente “né con lo stato né con le BR”. Io stesso ho denunciato da tempo alti ufficiali del ROS e grandi potentati economico-finanziari ed ho dovuto constatare con amarezza come certi che sono a parole “ultrasinistri” si sono ben guardati, pur avendone i motivi, di denunciare gli stessi, ovviamente accampando ragioni “rivoluzionarie”.
“Né con lo stato né con le BR” non merita una critica politica ma è moralmente ripugnante. Oggi vediamo chi sono quelli che se la cavano con “né con hamas né con Israele” oppure “Israele sbaglia però…”; Giampaolo Pansa è la tipica espressione del “né…né…”.
Guido Rossa, comunque la si pensi, era di una pasta diversa. Moralmente è meglio un brigatista che uno “né…né…”. Ritengo che molti brigatisti forse pensano la stessa cosa: meglio Guido Rossa che certi “compagni”.
In ogni caso siamo sempre aperti al dibattito, anzi lo sollecitiamo. Non accetteremo mai, però, di discutere nel merito della sua denuncia con chi prima non condanna senza riserve il vile omicidio del compagno Guido Rossa e non riconosce la sua figura splendida e luminosa di comunista che onora tutti noi.

Era un comunista. Non era un “sindacalista”, né un “cittadino contro le BR” come ci si limita a dire oggi nelle rare occasioni in cui si parla di lui. Ovvero lo era ma in quanto comunista. Se ha fatto la scelta di denunciare (che la si condivida o meno) l’ha fatta agendo concretamente ed esponendosi in prima persona, per una causa e dei motivi che riteneva giusti e quindi non validi se ridotti a pure chiacchiere.
E’ esattamente quello che facevano i comunisti su tutti i fronti. Anche Beppe Valarioti (ucciso pochi mesi dopo di lui) aveva denunciato le frodi della cosca mafiosa di Rosarno contro i contadini. Pio La Torre o Giannino Lo Sardo avevano fatto anche “di peggio” che una denuncia.
I comunisti facevano così. Guido Rossa ha fatto quello che sentiva come proprio dovere contro quelli che si vantavano di essere nemici del suo Partito e che egli sentiva come minacce per la democrazia e per le lotte dei lavoratori, come ostacoli nella lotta per superare il capitalismo. Proprio le stesse cose che Pio La Torre od altri pensavano della mafia o degli intrighi dei circoli imperialisti USA. Insomma se Guido Rossa si fosse trovato nelle condizioni degli altri compagni appena nominati non avrebbe fatto le loro stesse scelte? Certamente sì, proprio come loro (unitamente a tantissimi altri) avrebbero fatto le stesse scelte di Guido Rossa, nei suoi panni.
Non si può comprendere (o peggio isolare) la sua scelta al di fuori del contesto complessivo di tutte le lotte allora sostenute e degli obiettivi di fondo che richiamavano, né dal suo carattere collettivo ovvero come singolo momento di una scelta e di un impegno che erano di grandi masse.
In questo modo così originale ed inaspettato, verifichiamo ancora una volta come i comunisti sono contrari a compiere singole azioni individuali slegate dalle masse.
In altri termini è lecito supporre che il compagno Guido Rossa (come gli altri) non avrebbe compiuto la sua scelta come singolo atto personale mentre è proprio così che oggi viene rappresentata (un “eroe” solitario protagonista di un singolo lodevole atto una tantum) nelle rarissime occasioni in cui viene ricordato.
Oggi qualcuno direbbe che Guido Rossa era un “politico”. Oggi quelli come lui sono molto pochi e la loro presenza viene completamente nascosta mentre gli odierni politici sono solo dei cialtroni, vili carrieristi, fanfaroni capaci di tradire o cambiare partito ogni tre o quattro anni, patetici fantozziani. Non è questa risma di gente che può parlare di Guido Rossa perché loro non farebbero mai quel che ha fatto lui, per nessun motivo e su nessun piano. Non parlino di Guido Rossa quelli del partito bastardo (il PD) che non sono niente, non hanno storia, che prima di fare qualsiasi cosa soppesano bene se è conveniente o meno per le loro squallide carriere personali; il comunista Guido Rossa non c’entra niente con loro i quali, peraltro, non hanno nemmeno il coraggio di distinguersi dai rubagalline e dai mafiosetti che proliferano nel loro partito.
Nel bene o nel male Guido Rossa è tutt’altra storia, lo si approvi o meno rappresenta un tipo di umanità che non ha nulla a che vedere con la fauna starnazzante e ruffiana che popola oggi il teatrino della politica.
Guido Rossa (insieme a molti altri) è uno dei motivi che provano la ragione storica della prospettiva del potere politico ed economico della classe operaia.

Proprio per questo l’esempio di Guido Rossa ha un valore attuale. Non è un caso che viene ricordato molto poco (meno di altre “vittime del terrorismo”) e quasi sempre per snaturarne la figura e nascondere il contenuto della sua vita.
E’ clamoroso, però, che la sinistra abbia completamente omesso di ricordarlo. Il sottoscritto deve registrare una delle rare sconfitte della sua vita di militante. Da tre mesi ho cercato inutilmente di organizzare, per questa ricorrenza, una manifestazione unitaria di comunisti. Non è stato possibile.
Certo la sinistra non difende veramente nulla, sul serio, della sua storia, della sua identità. A mio parere questo non basta per spiegare “l’omertà” su Guido Rossa. Ancor di più la sinistra evita di dotarsi di un proprio preciso e distintivo patrimonio teorico e politico con il quale conquistare il consenso e l’adesione crescente e capace di costituire un valido nutrimento morale e culturale per i giovani. Per questo la sinistra è facile preda di ideologie e teorie di ogni genere che la invadono e la percorrono continuamente ad eccezione di quelle proprie.
Le Brigate Rosse, le teorie e le correnti che propugnano il ricorso agli omicidi e agli attentati politici in tempo di pace non hanno nulla a che fare con il programma e la storia dei comunisti. Oggi, per fare un esempio, si parla molto di Cesare Battisti ma nessuno dice che le sue scelte di trenta anni fa, qualsiasi cosa si faccia oggi in proposito, non hanno nulla a che vedere con il marxismo-leninismo. Le BR hanno praticato una scelta sbagliata e fallimentare che non serve alla lotta di classe ed è dannosa per la causa del potere proletario e del superamento del capitalismo. Questa è la posizione dei comunisti, quindi anche di Guido Rossa e perfino dello scrivente. Si discuta di questo!
Riproporre oggi scelte ed esperienze che provengono da quelle brigatiste oppure giustificarle acriticamente significa cacciare la sinistra in una trappola fatale con conseguenze gravissime, significa fare il gioco del partito bastardo e delle frazioni più oltranziste e pericolose della borghesia imperialista.
Con la stessa chiarezza: i comunisti sono contro le BR per i motivi suddetti e non perché “non violenti”.
Il disastro ideologico e politico della sinistra attuale comporta la più assoluta confusione. Soprattutto con teorie e programmi moderati ma anche con pericolosi sbandamenti estremistici e disgregatori. Non c’è la precisa e motivata consapevolezza (se non per la “non violenza”) che i comunisti e le BR sono due “partiti” diversi e separati. Spesso si considerano i brigatisti come dei compagni che passano ai fatti (altro che compagni che sbagliano) oppure gli altri come dei “mezzi brigatisti”. Specialmente tra i giovani, in un momento come questo, la confusione è massima ed altamente pericolosa.
Questi pochi riferimenti esposti con intenti pasolinianamente provocatori sono dovuti ad un dubbio inquietante che si è insinuato in me in questi mesi di fallimentari tentativi: c’è anche paura nella sinistra ad onorare Guido Rossa? E per quali motivi?
E’ fin troppo facile affermare che i motivi per i quali la sinistra non ricorda Guido Rossa (e forse ha paura di farlo) sono gli stessi per cui si trova nella catastrofica situazione attuale. E’ fin troppo facile prevedere che finchè persisteranno questi motivi la sinistra si indebolirà ancora aggravando sempre più la propria crisi e solo quando saremo capaci di dare a Guido Rossa il posto che gli spetta nella storia allora vorrà dire che la sinistra, I COMUNISTI, avranno riacquistato tutta la forza e le qualità che sono necessarie per la riscossa dei lavoratori, per la salvaguardia della pace e la salvezza della natura!
Per una volta vorrei concludere quel che è pur sempre un omaggio a un compagno caduto con una citazione artistica. La questione basca è cosa ben diversa dalla nostra realtà politica e la funzione dell’ETA è assai difficilmente sovrapponibile a quella delle BR. Tuttavia c’è nel film Ogro (che ritengo un capolavoro artistico) un colloquio tra un operaio comunista madrileno e un militante dell’ETA che stava preparando un attentato (fatto vero) al numero due del regime fascista spagnolo, l’ammiraglio Carrero Blanco. Tutti noi salutammo per anni il successo di quell’attentato, gridando nelle piazze “vola vola vola Carrero Blanco, volerà più alto Francisco Franco”.
Le parole dell’immaginario operaio comunista sono, artisticamente, il nostro programma:
Operaio comunista: “Per me voi sbagliate. Una bomba gettata qui, un poliziotto ammazzato là , per me sono stronzate”.
Militante ETA: “Secondo te allora qual’è la lotta giusta?
Operaio: “Per noi la lotta è qualcosa di diverso..è il lavoro di tutti i giorni è l’organizzazione, ottenere sempre più consenso, cambiare la testa della gente pezzo per pezzo, giorno per giorno…insomma una fatica di merda che è fin troppo facile disprezzare (dice rivolto al suo amico). Militante ETA: “ A me sembra che sei tu che disprezzi noi”
Operaio: “No.il fatto è che io credo solo all’azione collettiva, fatta da più gente possibile.. e che serva a più gente possibile”.

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