Il capitalismo e' la marea nera - proletaricomunistitaliani

Vai ai contenuti

Il capitalismo e' la marea nera

Aree tematiche > Lavoro
Share |
IL CAPITALISMO E’ LA MAREA NERA  
Di Norberto Natali

La domanda è: quando potranno significativamente migliorare le  condizioni di vita e di lavoro dei proletari? Ovvero quali parametri e  risultati bisognerà raggiungere – magari grazie ai sacrifici richiesti  oggi – per poter dire che tali misure hanno ottenuto il loro scopo e  quindi possono essere ritirate per procedere, invece, a importanti  aumenti di salari e pensioni, a ridurre la disoccupazione e la  precarietà, ad estendere ed elevare la tutela e l’esercizio di diritti  ed il benessere sociale generale?
Questo tema non lo pone più  nessuno, neanche come semplice interrogativo. Sarebbe come domandarsi  quando sarà l’acqua fresca del mare, con tutti i suoi splendori  geologici, vegetali e animali, a riversarsi all’interno della crosta  terrestre, passando in senso inverso nel tragico foro da cui fuoriesce  il petrolio nel Golfo del Messico.
La disperazione della classe al  potere, dei suoi politicanti ed intellettuali, si manifesta nella  rassegnazione a dire: bevete per non affogare, sulla terraferma  non  arriveremo mai. Rinunciate a quote di salario e dignità, a pause e  misure di sicurezza, ad anni di pensione altrimenti sarà peggio:  disoccupazione e miseria. Rinunciate ad uno Stato moderno, civile e  progredito, il quale cura tutti i suoi cittadini in un quadro di equità e  giustizia sociale altrimenti sarà la bancarotta (come in Grecia e prima  in Argentina).
La verità è che tali sacrifici non servono a nulla, per coloro a cui vengono imposti.
Da quasi un ventennio il tenore  materiale e morale di vita delle masse lavoratrici “scende” un gradino  dopo l’altro, in un peggioramento costante e progressivo.
Uno di tali gradini fu la  politica del governo Amato nel 1992, la quale ci portò definitivamente  nell’era della concertazione. Un altro fu disceso cinque e sei anni  dopo: il governo Prodi lo impose per poter aderire all’euro (concedendo  una quotazione, 1936,27 lire, la quale ancora oggi ci costa molto cara).  In quello stesso periodo, peraltro, quel governo si vantò di aver  realizzato il record mondiale delle privatizzazioni.
Nel 2003/2004 fummo sospinti  ancora più giù dal governo Berlusconi, con una serie di  misure e  provvedimenti,  la più nota delle quali fu la cosiddetta Legge Biagi.  Oggi dobbiamo scendere ancora più in basso per “non finire come la  Grecia”.
La verità è che ogni giro di  vite, lungi dall’essere un sacrificio temporaneo per riprendere poi una  via di progresso e prosperità, serve a preparare solo altre rinunce.  Tutto ciò è successo perché la borghesia si è potuta avvalere di un  efficace apparato politico-ideologico incaricato di impedire che la  classe operaia potesse fermare e rovesciare questo processo. Si tratta  di un circo di politicanti, sindacalisti ed intellettuali di tutti gli  schieramenti (anche dell’ultrasinistra, per chi ne volesse discutere).
In questi giorni immagino gli  esponenti, per esempio, della CISL alla FIAT di Pomigliano D’Arco.  Avvicinano le operaie e gli operai, con sussiego bonario e  paternalistico contrabbandato come sano e concreto realismo.
Qui non si affronta questa  vicenda specifica, tanto meno i problemi teorici e strategici che  solleva. Dico solo che l’immaginario esponente CISL, per essere  minimamente decente, dovrebbe premettere al suo eventuale discorso  qualche ricordo, senza andare troppo indietro nel tempo, trascurando  come sia pacifico che la CISL  è nata (nel 1948) grazie a pressioni,  sostegno e finanziamenti della AFL-CIO, potente centrale sindacale  statunitense, un po’ mafiosa e un po’ corriere internazionale della CIA.
Dovrebbe ricordare il 1984-’85,  quando la CISL si battè apertamente, in primo luogo contro il compagno  Berlinguer, per far accettare il taglio di quattro punti della scala  mobile, deciso arbitrariamente da Craxi con un accordo separato senza la  CGIL. La propaganda della CISL diceva che i “comunisti”,  strumentalizzando appena 27mila lire al mese, si rendevano responsabili  della disoccupazione giovanile e del mancato decollo del Sud (ricorda la  canzoncina odierna di Marchionne).
Tutti i “gradini” di cui ho fatto  cenno (trascurando altri singoli episodi, pure negativi) sono stati  sempre approvati entusiasticamente dalla CISL, sempre disponibile ad  accordi separati, sistematicamente aggressiva con la CGIL (quando si  mostrava un po’ incerta e riluttante) accusandola di essere ideologica,  di “fare politica” anziché sindacato, di volere il male dei giovani, del  Sud, dei disoccupati, ecc.
Quando ero ragazzo quelli della  generazione più anziana raccontavano delle vecchie “case chiuse”. Un po’  squattrinati e un po’ in vena di perder tempo, molti si intrattenevano  troppo nel salottino a parlare con le “signorine”. A un certo punto,  arrivava una vecchia grassona, volgarmente truccata, la quale, battendo  le mani spazientita, urlava: <<giovanotti….in camera!>>.   Molti dicevano che quella signora era chiamata Vertice Cisl.
I dirigenti cislini (come tanti  altri anche più “a sinistra”) spiegano alle operaie e agli operai di  Pomigliano che è meglio piegarsi alle condotte di tipo estorsivo e  camorristico della FIAT per non far chiudere la fabbrica. Se avessero un  po’ di pudore, però, dovrebbero aggiungere che oggi “salvano” così la  fabbrica ma fra tre o quattro anni –per gli stessi motivi-  dovranno  fare altre rinunce e dopo verranno altri sacrifici ancora….
Cercheremo in futuro di  approfondire meglio ed argomentare con semplicità perché il capitalismo  ha bisogno  di abbassare il prezzo della forza-lavoro e procedere alla  torsione ed alla forzatura del suo consumo. Ha bisogno in misura sempre  più massiccia e frequente (come un drogato) di abbassamenti salariali e  maggior sottoccupazione (disoccupazione, precarietà, ecc.).
Il vero motivo di certe odiose  proposte (anche del recente passato) non è il “risanamento dei bilanci  pubblici” ma la crescente anarchia dei mercati finanziari e la  conseguente crisi di liquidità che condiziona la concorrenza  internazionale tra i grandi monopoli.
La “produttività” e la “crescita”  non sono affatto la posta in gioco (o la giustificazione) dei problemi  attuali. Condizione della prima è l’espulsione di forza-lavoro dal  processo produttivo ed obiettivo della seconda è l’esportazione di  capitale ovvero il trasferimento della produzione all’estero (in  rapporto al minor prezzo della forza-lavoro) e ciò si ottiene  comprimendo la domanda interna cioè il tenore di vita della maggioranza  della popolazione. Insomma, non è affatto vero che l’aumento della  “produttività” e la “crescita” (nel senso inteso da lorsignori)  favorisca l’occupazione e i livelli salariali, è vero, semmai, il  contrario. Tanto più che si può dimostrare come il capitalismo abbia un  bisogno crescente di inquinare e depredare selvaggiamente le risorse  naturali ed ambientali, scaricandone costi e conseguenze sulla  collettività nonchè di liberarsi del prelievo fiscale procedendo verso  un’anarchia primordiale dal punto di vista normativo, produttivo e  sociale.
In conclusione, è chiaro che gli  abitanti delle coste americane non possono rimanere indifferenti  all’arrivo dell’enorme massa di petrolio, così come i lavoratori di  Pomigliano non possono (considerati i rapporti di forza tra le classi e  la situazione generale) rimanere indifferenti alle minacce di chiusura  della fabbrica.
Non basta, però, limitarsi a  contenere gli effetti della marea nera e rimediare qualche espediente  per convivere con essi. Ci si troverebbe sempre più subalterni e in  continuo arretramento rispetto alla catena di ripercussioni specifiche  del disastro ecologico.
Non basta cercare di risolvere a  posteriori i singoli problemi generati dal petrolio fuoriuscito: con  tale impostazione, eventuali soluzioni si rivelerebbero sempre più  inefficaci, parziali e provvisorie. Non basta pensare ai problemi posti  dalla marea nera ma occorre rovesciare questa mentalità: è la marea nera  il PROBLEMA ed quindi il primo obiettivo è chiudere definitivamente la  falla da cui sgorga. IL PROBLEMA È IL CAPITALISMO.

Roma 16/09/2012
Share |
Torna ai contenuti