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Il cavallo e il foraggio

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IL CAVALLO E IL FORAGGIO


di Norberto Natali


Una cosa è il foraggio necessario per un cavallo, altra cosa è la quantità di strada che può percorrere grazie ad esso.
Il proprietario del calesse può ricavare (trasportando merci o persone) una somma di denaro molto superiore a quella necessaria a nutrire il nobile quadrupede che farà poi correre per tutta la giornata.
Solo una parte della fatica giornaliera del cavallo è necessaria per pagare le sue esigenze, il resto della corsa è gratis per il padrone del calesse.
Quest’antico veicolo, di per sé, non è capace di far recuperare al suo proprietario il costo del proprio acquisto nonché della sua manutenzione e di altre uscite (tasse, affitto di una rimessa, ecc.). Solo sfruttando il cavallo si può valorizzare il capitale speso per il calesse, realizzando una somma superiore a quella iniziale.
La somma investita per il calesse può aumentare solo perché il proprietario usa a proprio piacimento la differenza tra i ricavi ottenuti dall’esercizio del calesse e quanto è necessario per valorizzarlo, ossia ciò che è necessario per la sussistenza dell’operaio, pardon del cavallo (il suo mantenimento in vita, ricoverarlo in una stalla la meno costosa possibile, la sua riproduzione -al fine di rimpiazzarlo quando sarà il momento- e perciò una minima sussistenza anche per la sua famiglia). Più precisamente quel che rimane, della differenza, dopo che ha pagato tutto il necessario per avere il calesse e poterlo utilizzare a vantaggio del proprio portafoglio.
Immaginiamo una scena antica, apparsa in qualche film western: in un luogo (per esempio un cortile) generalmente torrido e desolato, ci sono due cavalli (o due muli) che spingono continuamente in cerchio un lungo palo di legno ad un’estremità del quale sono legati; l’altra estremità mette in movimento (grazie al lavoro degli animali) un rudimentale marchingegno che macina, in tal modo, cereali producendo farine.
Supponiamo che si producano dieci sacchi di farina al giorno. Supponiamo ancora che per la sussistenza e la riproduzione di un cavallo sia sufficiente il ricavato di due sacchi (quattro sacchi giornalieri su dieci, quindi, andrebbero al salario); che la spesa -in varie forme- per l’acquisto ed il funzionamento dell’impianto di macinazione (nonché altri costi connessi) corrisponda mediamente all’equivalente di tre sacchi; dei dieci sacchi prodotti dalla macina grazie allo sfruttamento della forza-lavoro   dei cavalli ne rimangono tre, di cui si appropria il capitalista per il solo fatto di essere il proprietario dei mezzi di produzione.
Egli compra (o noleggia) la forza-lavoro dei cavalli con la quale può far fruttare la sua industria, aumentando la ricchezza inizialmente investita per la macinazione.
Al prezzo di quattro sacchi i cavalli producono una quantità superiore di farina, sufficiente sia a far funzionare l’intero ciclo produttivo (i tre sacchi necessari per ripagare l‘acquisto dell‘impianto, la sua manutenzione ed altro) sia il guadagno del borghese il quale, a sua volta, lo riutilizzerà in parte nei suoi nuovi investimenti ed in parte per fare la sua bella vita e pagarsi vizi e lussi.
La forza-lavoro è l’unica merce il cui consumo è il presupposto dell’aumento del capitale investito nel processo economico. Fin qui è stata resa una brevissima e semplicistica descrizione di una delle più importanti scoperte nel campo della teoria economica, merito di Marx: la teoria del plusvalore.
Questo significa che è la classe operaia che mantiene tutte le altre classi della società, non solo i capitalisti ed i medesimi operai. Chiunque percepisca un soldo, nella società borghese, deve la sua provenienza -più o meno diretta- o ai tre sacchi che vengono spesi dal capitalista dopo essersene appropriato o agli altri tre sacchi di cui abbiamo parlato (se non, immediatamente, ai quattro sacchi che costituiscono il salario operaio).
Questo è il nocciolo essenziale su cui si fonda il funzionamento della società capitalista, in altre parole è la sua struttura. Intorno ad essa, a coronarla e completarla, si erige una sovrastruttura, ossia una serie di componenti ideologiche, giuridiche, politiche ed anche di altro genere, funzionali all’esistenza di un sistema fondato sullo sfruttamento della forza-lavoro della classe operaia da parte della classe dei proprietari dei mezzi di produzione che accrescono continuamente la propria ricchezza in tal modo.
La sovrastruttura è sempre un riflesso della struttura, funzionale ad essa e non è possibile il contrario. Di conseguenza, per fare un esempio, la miseria degli operai, l’angoscia dei licenziamenti, la tragedia delle morti sul lavoro non sono causate da cattiva morale o malvagie idee di singoli capitalisti, non è la sovrastruttura (in questo caso ideologica) che determina la struttura, ma il contrario.
I capitalisti sono “costretti” (che gli piaccia o meno, che faccia soffrire il loro spirito cristiano o addolori la loro sensibilità) a licenziare gli operai o esporli a gravissimi rischi di malattie o morte dalle leggi oggettive che regolano il funzionamento dell’economia borghese.
Non esiste, pertanto, un capitalismo buono ed uno cattivo, un modo di gestirlo o governarlo male e un altro “bene”. Tutti quegli esponenti della sinistra -solo per dirne una- che in questi anni se la sono presa con il “liberismo” (nel senso che il problema non era il capitalismo ma la sua gestione liberista) lasciando intendere che era possibile -nelle medesime condizioni- un altro capitalismo, migliore, fanno semplicemente parte della sovrastruttura ideologica e politica emanazione della struttura della società borghese.  
Tornando ai nostri cavalli, una parte delle farine da essi prodotte non va al loro sostentamento o a mantenere il ciclo produttivo, bensì al padronato, il quale lo usa a proprio piacimento. In altri termini, i cavalli per il 30% della loro giornata lavorativa faticano gratis per il padrone, mentre, invece, potrebbero lavorare di meno  e guadagnare di più.
Se i cavalli cominciassero a produrre, per qualsivoglia motivo, dodici sacchi, il profitto (dovuto all’estrazione di plusvalore) del padrone diventerebbe di cinque sacchi, come è ormai chiaro a tutti. E’ altrettanto vero che se la produzione, invece, scendesse  a sette sacchi, il capitalista dovrebbe assicurarsi quantomeno un sacco di profitto togliendolo ai quattro destinati al salario (non è possibile fare la stessa cosa sui tre sacchi destinati alle spese per la produzione poiché sarebbe inutile, in quanto verrebbe meno proprio quest’ultima).
Il capitalista non farebbe mai un investimento, non assumerebbe mai dei cavalli  se avesse la certezza di non accrescere la somma inizialmente investita o addirittura di ricavarne una inferiore; egli si interessa solo al profitto e fa tutto in funzione di questo.
Tutto ciò significa che è il profitto, in un certo senso, a costituire una sorta di “partecipazione” del capitalista ai risultati del lavoro operaio e non il contrario.
Fanno pena, perciò, coloro che, come certi aderenti alla CISL per fare un solo esempio, vanno cianciando di “partecipazione agli utili aziendali” da parte dei lavoratori. Sono i padroni che espropriano (altro che partecipare!) gli operai di una parte del frutto del loro lavoro mentre questi ultimi, qualunque sia il loro salario, si prendono semplicemente quello che si sono sudati e sempre in misura inferiore a quanto dovrebbero.
I capitalisti non sanno resistere, logicamente, alla tentazione di aumentare la quantità di sacchi che si intascano. Come abbiamo già detto (e potremmo meglio approfondire in futuro) possono farlo solo prelevandoli dalla parte di sacchi destinati al salario e non da quelli destinati ad altro impiego. Come fare? In primo luogo con gli investimenti produttivi, chiamiamoli così.
Spendere una parte dei profitti, per esempio, per comprare una macina più moderna, la quale sia in grado di produrre -a parità di condizioni- più sacchi della precedente. A questo punto cosa pensano i nostri immaginari amici della CISL? Che il padronato diminuirà l’orario di lavoro dei cavalli o aumenterà il loro salario?
L’aumento della produttività dei mezzi di produzione, serve innanzitutto a licenziare tutta la parte di lavoratori che risulta eccedente data l’innovazione compiuta. Quale padrone affronterebbe una spesa per essere costretto, poi, a dover assumere tre cavalli per produrre una quantità di sacchi che prima era possibile ottenere con due soli cavalli?
Tutti gli investimenti per ristrutturazioni e riconversioni servono a produrre la stessa quantità di merci  (o una quantità superiore) sfruttando un numero di operai inferiore al precedente. Tutti i cosiddetti investimenti, successivi a quelli iniziali, servono solo a permettere dei licenziamenti, in varie forme e variamente mascherati.
Le presunte politiche industriali, volte ad aumentare la “produttività” e la “competitività” servono solo ad estrarre una quantità di plusvalore maggiore della precedente sfruttando (e salariando) un numero inferiore di operai. Meno salari più profitti: questa è la legge del capitale!
Fanno schifo perciò tutti coloro, specialmente se sono di sinistra o sindacalisti, i quali ingannano spudoratamente la gente onesta e semplice, facendo credere che pazientando un po’, accettando ancora nuovi sacrifici, si potrà poi avere nuova e migliore occupazione come effetto di maggiore produttività e competitività.  Queste ultime, invece, sono direttamente proporzionali ai licenziamenti e all’abbassamento dei salari.
E’ il capitalismo che ha “inventato” la disoccupazione. Inizialmente ha bisogno di un numero enorme di operai ed in seguito il suo meccanismo prefigura una loro costante diminuzione per conseguire il mantenimento o l’elevazione del livello dei profitti. Da quando esiste il capitalismo la disoccupazione cresce costantemente e continuerà così (malgrado molte forme di camuffamento e tentativi di “drogare” la realtà) finché esisterà il capitalismo stesso.
Alcuni lamentano che noi comunisti ripetiamo queste cose da molti anni. Ci esortano a “novità” e modernità. Vorrebbero ascoltare da noi qualcosa di diverso dal solito. Abbiamo tutta la buona volontà per accontentarli, se ci aiutano.
Ci dicano, per esempio, se ritengono nuovi e moderni i discorsi di quei politici o sindacalisti che fanno credere che la disoccupazione possa essere abbattuta (o perfino debellata) nel regime capitalista, addirittura come conseguenza dell’aumento dei profitti. Ci dicano cosa c’è di giusto e di moderno nel sistema capitalista oppure cosa c’è di non vero nei contenuti di questo scritto. Vorremmo sapere, infine, se le condizioni di vita imposte dal capitalismo a enormi masse di oppressi e sfruttati sembrano loro meno noiose dei presupposti reali e delle basi scientifiche della sollevazione della classe operaia che cambierà tutta la società.

Roma 07/05/2013



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