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Intellettuali leccaculo

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INTELLETTUALI LECCACULO.

Di N. Natali




Nell’assemblea che si è svolta domenica scorsa a Roma, per ricordare la nascita del PCI, un compagno ha detto -tra le altre cose- “pensate che oggi nella sinistra c’è chi disprezza gli intellettuali”.

Scherzosamente, ho alzato la mano, per intendere che poteva annoverarmi tra quelli. Due giorni dopo ho appreso che un economista, un certo Bagnai, si candiderà con Salvini.
Non conosco questo signore né le sue fatiche letterarie ma mi era già noto. Perché era un beniamino di tanti compagni, anche ultrasinistri o supercomunisti.
Gli intellettuali, in quanto tali, ossia espressione della divisione tra lavoro manuale e intellettuale (che è la madre di tutte le divisioni e gli antagonismi generati dal capitalismo) sono sempre borghesi. Perciò sono sempre individualisti, carrieristi e dunque leccaculo del potere o di chi, in un determinato momento o contesto, può procurare loro un particolare beneficio o tornaconto personale.
E’ ora di dire che il re è nudo e che questa gente fa schifo. Michele Santoro, Roberto Benigni, Sergio Staino solo per fare pochi nomi di quelli che -addirittura- si sono schierati contro la Costituzione appena un anno fa. Non a caso Engels diceva che “bisogna utilizzare gli intellettuali il tempo strettamente necessario”. Ironicamente, potrei dire che il leninismo (pensando a “Un passo avanti e due indietro” ed altri scritti o discorsi di Lenin) può essere sintetizzato come un insieme di accorgimenti e precauzioni per tenere gli intellettuali e gli studenti (ma all’epoca erano una piccola minoranza dei giovani, in sostanza gli intellettuali) lontani dal Partito.
E’ vero che essi hanno conoscenze e competenze di cui i proletari sono privi (al momento) e che esse sono utili -qualche volta- nella lotta di classe. Tuttavia gli intellettuali vanno considerati come un medico molto preparato: è vero che può curarci meglio di altri (e come noi non potremmo fare da soli) ma ciò non significa che dobbiamo escludere che egli possa provare a “fregarci”, anzi! Quanti medici (anche di recente sono scoppiati diversi scandali) si lasciano corrompere dalle case farmaceutiche o dalle industrie che producono apparecchiature mediche o protesi, quanti ci inducono a furbesche visite private, intascando forti somme in nero, approfittando proprio della fiducia (anche meritata) che abbiamo in loro?
Perciò dobbiamo utilizzare il medico (bravo e competente) il tempo strettamente necessario e mai rinunciare alla vigilanza nei suoi confronti (salvo eccezioni motivate). Figuriamoci se deve essere il dottore a decidere il nostro orientamento politico e le nostre scelte nella lotta di classe.
Gli intellettuali “ci affascinano” per un discorso, per un concetto che esprimono in una certa occasione ma se consideriamo la loro azione nel corso degli anni o dei decenni, vedremo non solo che non sono coerenti tra quello che dicono e quel che fanno (come Bagnai e altri) ma nel tempo sostengono tesi diverse e contraddittorie tra loro. Siccome spesso dicono cose giuste ed utili, tendiamo a non accorgerci delle idiozie (non solo sbagliate ma soprattutto dannose per i proletari) che sostengono frequentemente, potrei fare numerosi esempi anche di anni recenti.
Viene in mente quel vecchio detto popolare: fai quel che il prete dice e non quel che il prete fa e fai quel che l’avvocato fa ma non quello che dice.
Il fatto è che la teoria è importantissima per chi vuole cambiare il mondo (mentre non lo è per chi vuole mantenere le cose come stanno, per esempio i movimentisti) ma proprio per questo deve essere una teoria rivoluzionaria, espressione della classe rivoluzionaria la quale -nella nostra epoca- è quella operaia. La teoria rivoluzionaria della classe operaia non può essere sostenuta dagli intellettuali i quali -IN QUANTO TALI- sono sempre borghesi o piccolo borghesi. Non a caso già Marx sosteneva che sono ben accetti e necessari, nelle fila del movimento operaio e nel suo Partito rivoluzionario, anche elementi borghesi (soprattutto gli intellettuali) se “tradiscono fino in fondo” la propria classe di appartenenza. Gli intellettuali in quanto tali non compiono tale “tradimento” della borghesia bensì ne riproducono la sovrastruttura.
La mia “simpatia” per gli intellettuali (oltre che da esperienze dirette di lotta politica, anche interna al PCI e soprattutto alla FGCI) è stata alimentata -mi limito ora a fare solo due nomi prestigiosi- dagli insegnamenti di cui ho potuto direttamente beneficiare, di compagni come Ambrogio Donini e Ludovico Geymonat.
Il primo, per dirne solo una, ha documentato come, in seguito al colpo di stato di Mussolini, solo sette docenti universitari, in tutta Italia, rifiutarono di iscriversi al partito fascista, tra questi non c’era nessuno di sinistra ma si trattava prevalentemente di cattolici e liberali.
Ludovico, parlandomi di vicende del momento su cui ora sorvolo, alludendo al mondo accademico, mi disse testualmente: “non mi hanno mai perdonato di aver preso il fucile, di essere stato partigiano. Per loro posso dire qualsiasi cosa ma non avrei mai dovuto sporcarmi le mani con la lotta concreta”.
Per polemizzare, potrei dire che Donini e Geymonat, come tanti altri comunisti (e non solo) erano dei VERI intellettuali a differenza di altri che suscitano solo disgusto. Ma non è così. Essi erano dei veri combattenti della lotta di classe, dei veri comunisti e rivoluzionari e svolgevano i loro compiti anche sul piano della lotta teorica che è anche (e soprattutto) lotta contro gli intellettuali borghesi e lotta ideologica (da coniugare con quella politica ed economica) contro il potere borghese. Ciò anche perché il vero compito della teoria è risolvere i problemi posti dalla pratica e non sembra che tanti intellettuali ciancicabrodo odierni siano in grado di farlo né con i loro insegnamenti né -tanto meno- con il loro esempio.
La questione è certamente complessa e delicata, non può essere esaurita in queste poche righe, non pretendo di convincere (al momento) molti lettori e comunque sarebbe necessaria una discussione ed una riflessione approfondita.
Ciò di cui sono sicuro è che tante e tanti dovrebbero liberarsi dal mito, ormai tende ad essere una superstizione, degli intellettuali (soprattutto “di sinistra”), dovrebbero liberarsi dal loro culto e dall’illusione della loro neutralità, perché con simili convinzioni saremmo ben fuori dal marxismo e -dunque- dalla realtà.


Roma 24/01/2018




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