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La figura del compagno generale Giap

Dossier

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Si è spento a 102 anni ad Hanoi il comunista che trasformò Rambo in Fantozzi.

LA FIGURA DEL COMPAGNO GENERALE GIAP RISCHIARA IL NOSTRO CAMMINO, SCACCIANDO LE OMBRE DEL PESSIMISMO E DEL DISFATTISMO.

Siamo troppo deboli, senza appoggi né mezzi, non ce la faremo mai perché il nemico è troppo forte e ricco”, “abbiamo tentato tante volte ed è finita sempre male, forse un tempo potevamo farcela, ma ora no, il nemico è divenuto imbattibile”: questo stato d’animo era molto diffuso (anche ad arte) quando il giovane Vo Nguyen Giap cominciava a cimentarsi con i problemi del suo popolo, nel Vietnam centrale, dove era nato nel 1911.

Gli stessi sentimenti serpeggiano sempre un po’ ovunque: incalzavano le forze antifasciste e i nostri partigiani, circolavano perfino nel nostro Risorgimento o a Cuba nel periodo dell’assalto al Moncada. Figuriamoci se non devono imperare oggi!

Per gli opportunisti e i vigliacchi l’avversario possiede sempre qualcosa di nuovo che rende inutile e velleitario ogni ideale di riscossa e liberazione. Ora potrebbe trattarsi di tecnologie e televisioni, prima era l’arma nucleare e prima ancora l’aviazione… Nel tempo perfino l’invenzione dell’archibugio ad avancarica sarà servita come pretesto per scoraggiare le lotte e tentare di affievolire la fierezza e la combattività degli oppressi e degli sfruttati!

Il popolo indomito del Vietnam

La patria di Giap, il Vietnam, fu invasa dai colonialisti francesi a partire dal 1858 e dopo circa trent’anni divenne ufficialmente una colonia della Francia che le impose il nome di Indocina.

Il popolo vietnamita, nobile e generoso, non subì mai pavidamente l’oppressione: la mobilitazione e la lotta contro il dominio coloniale quasi non ebbero pause e furono tentate diverse rivolte e insurrezioni, tutte finite male e represse con la ferocia sanguinosa tipica delle potenze capitaliste e dell’imperialismo. I vietnamiti conobbero le ghigliottine, che funzionarono molto intensamente.

Quelle lotte però erano dirette da intellettuali e da forze piccolo-borghesi, perciò non potevano vincere: erano incapaci – e forse anche timorose – di mobilitare e impegnare nella battaglia la grande forza del proletariato, assegnando a questo il ruolo che gli spettava.

Non a caso il compagno Giap studiò, riportandolo nei suoi libri, il Risorgimento italiano, soffermandosi sul modo in cui lo stato dei Savoia riusciva a perdere le proprie guerre a metà dell’800 proprio perché non voleva (o non riusciva) dare vita ad una guerra di popolo: in quel caso, infatti, avrebbe dovuto ricorrere anche all’organizzazione del proletariato. I Savoia si limitarono invece, col solo esercito istituzionale, a quella che Engels definì ironicamente “una onesta guerra borghese”….persa, per l’appunto.

Al fianco di Ho Chi Min contro gli invasori giapponesi

V. N. Giap era figlio di contadini che riuscirono, con molti sforzi, a farlo studiare ad Hanoi dove ebbe modo di leggere alcuni libri di Marx ed Engels, venendone conquistato. Nel 1930 il compagno Ho Chi Min fondò il Partito Comunista di Indocina, del quale il giovane Giap divenne militante. Iniziò la lotta, con basi nuove ed impostazione diversa dal passato, contro gli imperialisti francesi, i quali, nell’ambito degli avvenimenti della seconda guerra mondiale, furono soppiantati dai giapponesi.

Nel 1941 il Partito Comunista fondò il Viet Minh (Lega per l’indipendenza del Vietnam) che organizzò tutte le forze sociali, religiose, culturali e politiche disposte a battersi per l’indipendenza e la libertà contro gli invasori stranieri, qualcosa di simile al nostro CLN. Giap ne divenne ben presto responsabile militare.

Il Giappone (alleato dei nazisti e dei fascisti) era in guerra contro la Francia e gli altri suoi alleati; perciò il Viet Minh propose alle truppe francesi ancora presenti in Vietnam – e con le quali era in precedenza in guerra – un’alleanza antifascista. La risposta fu un rifiuto. Per inciso: nessuno, sulla stampa borghese, ricorda mai questo episodio (ce ne sarebbero anche diversi altri relativi ad altri stati capitalisti), perché non fa comodo al teatrino della propaganda anticomunista.

Il Viet Minh, con alla testa il Partito Comunista, condusse la guerra partigiana contro i militaristi giapponesi, riuscendo finalmente a cacciarli completamente nel 1945 dopo aver assediato e liberato Hanoi.

Il successo del Viet minh e l’invasione francese

All’inizio del 1946 si svolsero le prime elezioni libere e il Viet Minh ottenne il 76,7% dei seggi parlamentari (ad Hanoi riscosse il 98,4% dei voti); il compagno Ho Chi Min fu eletto Presidente del Vietnam e Giap divenne Ministro della Difesa. Per prima cosa tentarono un accordo pacifico con i francesi (che dopo la fine della seconda guerra mondiale, durante la quale ancora mantenevano proprie truppe in Vietnam, rilanciavano le proprie pretese coloniali), cercando un ragionevole compromesso per salvaguardare l’indipendenza del paese. Il governo francese finse di accettare un accordo ma era solo un trucco e tradì immediatamente la firma apposta invadendo il paese.

Dalla vittoria a Dien Bien Phu alla guerra con gi Usa

Cominciò così una nuova guerra di liberazione, che si concluse nel 1954 con la battaglia di Dien Bien Phu, magistralmente preparata e diretta dal compagno Giap. Da allora viene studiata in molte accademie militari (anche occidentali) perché è considerata un capolavoro: benché i francesi fossero più numerosi e molto meglio attrezzati, subirono la disfatta definitiva e vennero finalmente cacciati (dopo quasi cento anni) dal Vietnam.

Seguì un accordo di pace (cominciava a farsi sentire l’ingerenza USA ed inglese) secondo il quale il Vietnam veniva diviso in due zone (era appena finita la guerra scatenata con l’invasione USA della Corea): una al nord, libera, e una al sud temporaneamente affidata al governo di un fantoccio degli angloamericani, un certo Diem, una sorta di mafiosetto o di Berlusconi locale, se vogliamo definirlo in termini attuali.

Il punto centrale dell’accordo, però, era che nel 1956 si sarebbero dovute tenere libere elezioni in tutto il territorio nazionale, che avrebbero deciso democraticamente il futuro assetto del Vietnam. Ovviamente non si tennero mai poiché gli USA e il loro fantoccio sapevano bene che anche al sud avrebbe stravinto il fronte (guidato dal Partito Comunista) delle forze che volevano l’immediata riunificazione, l’indipendenza e la vera libertà del Vietnam. Così, al sud, iniziò una feroce dittatura di quel tale Diem, la quale si giovò – come abbiamo imparato bene in tanti casi – di crescenti “aiuti” dagli USA, consistenti soprattutto nell’invio di “tecnici” militari e poi di veri e propri contingenti di truppe.

La nuova guerra partigiana


Perciò iniziò una nuova guerra partigiana nel territorio dello stato fantoccio per la democrazia e l’indipendenza, di fronte alla quale aumentarono progressivamente la violenza terroristica della dittatura e la presenza attiva degli USA. La figura ed il governo del tiranno fantoccio erano talmente sanguinarie, odiose, impresentabili da costringere gli stessi statunitensi a sbarazzarsene, provocando un colpo di stato nel regime del sud che impose una dittatura militare, la quale non migliorò le cose.

I crimini americani in Vietnam

Le forze partigiane del sud, ovviamente, hanno sempre potuto contare sulla solidarietà del nord e particolarmente sulle capacità del compagno Giap. Come ritorsione per la crescente forza della lotta partigiana, gli “amerikani” iniziarono, nell’estate del 1964, il bombardamento di Hanoi. Per molti anni, tutte le notti senza alcuna eccezione, enormi squadroni di aerei B52 bombardarono pesantemente la città. Il bombardamento di Hanoi deve essere annoverato tra i più feroci crimini di guerra della storia ed essa va ricordata come una città martire non meno di Guernica (o altri casi famosi) ed eroica.

Dopo di che gli USA scatenarono direttamente la guerra contro il Vietnam (e poi anche contro il Laos e la Cambogia) arrivando a sbarcare, nella seconda metà degli anni ’60, almeno 800.000 soldati. Per farlo, ricorsero a un “trucchetto” di quelli che oggi abbiamo imparato a conoscere bene come la “scoperta” delle armi chimiche di Saddam dieci anni fa (falsa per tardiva ammissione degli stessi USA). Si trattò del noto incidente del Tonchino (il grande golfo che bagna il Vietnam) con il quale, in breve, gli USA finsero che proprie navi militari fossero state attaccate da quelle della marina vietnamita.

Le armi chimiche degli americani

La sporca guerra del Vietnam occupa un posto particolare nella storia sia per la vittoriosa prova di dignità e fierezza dei vietnamiti, sia per la brutale e implacabile ferocia degli invasori. Il mondo conobbe la parola “escalation” che rifletteva il carattere crescente e progressivo della spietata violenza yankee e del governo fantoccio. E’ utile ricordare, proprio oggi, solo un altro dettaglio di quella barbara aggressione: l’uso massiccio e capillare delle armi chimiche. Fu allora che tutti sentirono nominare il napalm, un veleno che aveva il potere di bruciare la vegetazione; era un cosiddetto defoliante, perché il suo effetto era la completa caduta delle foglie, del disboscamento, al fine di eliminare ripari e protezione dei partigiani.

Il Vietnam divenne una terra martoriata dall’attacco chimico ed il popolo vietnamita, forse, è quello che più di tutti al mondo ha sofferto, proporzionalmente, per le gravissime e mortali malattie che ne derivarono, le quali colpirono in particolare le donne in gravidanza, i feti e i bambini. Nelle campagne vennero istituiti numerosi campi di concentramento (grottescamente definiti “villaggi fortificati”) nei quali eraano imprigionati i contadini e le loro famiglie e spesso avvenivano stragi di stampo nazista, con la fucilazione indiscriminata di tutti: donne, vecchi, bambini, ecc.

Una resistenza inarrestabile


La lotta di resistenza si rivelò indomita ed inarrestabile. Repubblica del Nord e partigiani del sud, esercito regolare e popolo in armi, solidali con la resistenza del Laos e della Cambogia aggrediti anche loro, poiché gli USA si illudevano di accerchiare e schiacciare il Vietnam.

La nostra guerra di Resistenza fu definita come quella di “un popolo alla macchia”; la guerra dei vietnamiti si può sintetizzare, allora, come quella di “un popolo nei cunicoli”. Scavarono innumerevoli chilometri di gallerie, spesso usando mezzi di fortuna. In moltissimi le usavano per combattere e spesso anche per viverci, nascondendosi dagli invasori. Rimane memorabile la “pista Ho Chi Min” ovvero un fitto intrico di innumerevoli sentieri segreti che attraversavano tutto il Vietnam nascosti nella giungla.

Sbarcati come Rambo, fuggiti come Fantozzi


Alla fine vinsero l’esercito del Nord Vietnam e i partigiani del Fronte di Liberazione Nazionale del Sud, i quali cacciarono definitivamente gli statunitensi il 30 aprile (deve trattarsi di un mese fortunato) 1975, dopo oltre dieci durissimi, sanguinosi anni. Quel giorno fu liberata Saigon, subito ribattezzata Città Ho Chi Min (il Presidente morto sei anni prima).

Due immagini che circolarono allora in tutto il mondo, più di altre, riflettono il significato e la morale di quei giorni. Una mostra la fuga precipitosa, dal tetto dell’ambasciata USA di Saigon, dei funzionari americani e dei loro servi collaborazionisti: si accapigliano caoticamente tra loro per aggrapparsi in ogni modo ai velivoli che si alzano per fuggire. L’altra raffigura una giovanissima partigiana con un fucile che ha fatto prigioniero un soldato americano (alto almeno quaranta centimetri e molto più robusto di lei), il quale alza le mani impaurito e sconcertato.

Non è un caso che il film Rambo, riflesso artistico (neanche dei peggiori) del tronfio militarismo, sia collegato al Vietnam. Al protagonista viene fatta pronunciare una frase involontariamente comica, quando dice al suo superiore: “la prossima volta ci lascerete vincere?” alludendo a quella guerra. La verità è che sono sbarcati come Rambo e sono fuggiti come Fantozzi e senza più tornare.
A questo punto è onesto ricordare che la coraggiosa lotta del popolo vietnamita si avvalse anche dell’impegno di un generoso movimento di lotta contro la guerra di aggressione USA, sorto negli stessi Stati Uniti il quale, a sua volta, dimostrò quanto fosse odiosa e vergognosa quella sporca guerra.

Giap ministro del Vietnam vittorioso


Il compagno Giap fu sempre Ministro della Difesa del Vietnam ed è obiettivamente considerato un gigante nella storia militare internazionale e mantenne pienamente tutte le sue funzioni fino al 1982 quando, a 71 anni e dopo mezzo secolo di dure ma vittoriose battaglie, poté andare in pensione. Rimase sempre componente del Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori del Vietnam, circondato tuttora dall’affetto e dall’ammirazione del suo popolo e specialmente dei giovani. In questo fu certamente più fortunato di Garibaldi che tale è, in un certo senso, per la storia del Vietnam.

Nel 1975 il Vietnam ritrovò finalmente la sua unità e la sua indipendenza anche se dovette affrontare, tre anni dopo, una nuova guerra, certo assai diversa e più breve delle precedenti, per liberare il popolo cambogiano dalla violenza degenerata di Pol Pot: altro fatto storico sempre trascurato dal solito teatrino della propaganda anticomunista.

Le truppe USA hanno fatto la fine di quelle di tutti gli altri invasori che le hanno precedute.

L’opera del Generale Giap è racchiusa nei seguenti dati della storia vietnamita: quasi cinquant’anni ininterrotti di guerra (fino al 1979); un popolo piccolo (numericamente circa come quello italiano) pacifico e povero contro una feroce dittatura e cacciando quelle che via via erano tra le principali e più ricche potenze mondiali: la Francia, il Giappone (per un breve periodo anche l’Inghilterra), di nuovo la Francia e infine gli USA, tuttora la più forte potenza militare -forse- della storia. Altro che “ci lascerete vincere?”!
Tutto questo non è un caso. Da un certo momento in poi, dopo la fondazione del Partito Comunista di Indocina, il popolo vietnamita ha saputo trovare, diversamente dal passato, la capacità di vincere.

Il Generale Giap non era un “tecnico” o un “professionista” della guerra. In primo luogo era un comunista e studiando il marxismo-leninismo ha saputo estenderlo al corso della guerra. La sua lezione è che non esiste una conduzione della guerra che sia separata dalla situazione politica, dalla direzione politica e dalle prospettive e processi generali. Proprio per questo anche la lotta politica deve assumere criteri e impostazioni selezionate dalla teoria militare come non hanno capito, per esempio, Gorbaciov e i suoi imitatori italiani.

Tutto ciò significa che non esiste una teoria (tanto meno una tecnica) militare assoluta, neutra ovvero valida per tutti. Ogni classe, invece, ha il suo modo di combattere, quello appropriato per la propria vittoria mentre deve rinunciare a quello della classe antagonista che la vedrà sempre subalterna e perdente.

La guerra di Giap ha connotati e radicamento di classe, proletario, essa si fonda sulla combinazione della guerra convenzionale con la guerra di popolo, di esercito regolare e popolo armato. Non a caso Giap è stato anche uno scrittore specialista ed ha voluto citare il compagno Stalin anche in un periodo, diciamo così, in cui molti potevano ritenerlo “fuori moda” ovvero in un libro degli anni ’70.
E’ così che un minuto figlio di contadini, impadronitosi del marxismo-leninismo e partecipando conseguentemente alla lotta di classe, ha saputo dare un grandissimo contributo al suo Partito Comunista e alla causa del suo popolo, dimostrando creativamente come il piccolo può sconfiggere il grande, come non esistano veramente battaglie perse in partenza o nemici imbattibili a priori.

Una vittoria politica della classe operaia

Le guerre vinte dal popolo vietnamita sotto la direzione militare del compagno Giap, sono in realtà la vittoria politica della classe operaia e la realizzazione ed il successo della strategia e della tattica del Partito Comunista fondato e diretto da Ho Chi Min. Esse hanno dimostrato che un popolo piccolo e lontano, da molti considerato arretrato, può rapidamente diventare il popolo più simpatico ed ammirato del mondo. Il Vietnam seppe guadagnarsi una solidarietà e un rispetto con ben pochi precedenti in tutto il mondo, mentre costò agli USA un alto prezzo in termini di consenso e prestigio internazionale.

Il consenso internazionale


“Giap – Giap – Ho Chi Min, Giap – Giap – Ho Chi Min” gridavano masse di giovani negli anni ’60 e ’70.

Alla fine degli anni ’60 Richard Nixon, presidente degli Stati Uniti, venne in visita a Roma e non poté fare nulla. Mobilitate essenzialmente dal PCI e grazie alla sua organizzazione, circa 200.000 persone bloccarono tutto. La repressione poliziesca fu violenta, decine di persone furono fotografate con la testa e il volto insanguinati, ma ciò peggiorò la situazione, contribuendo a paralizzare Roma, seminando il caos e riempiendo gran parte del centro di gas lacrimogeni.

Nixon riuscì solo a mantenere un paio di appuntamenti, spostandosi unicamente in elicottero (forse un presagio di quelli che sarebbero poi stati usati a Saigon per fuggire) e in tal modo si recò fugacemente anche in Vaticano, verso sera. Pioveva molto ed una folla, composta e pacifica, di circa 50.000 ombrelli riempì piazza San Pietro: sopra ognuno di essi c’era un fiocco rosso.

Non si contano i “dispetti” allora subiti dai simboli USA, specialmente nei porti, come Genova, Livorno, Civitavecchia, Ancona, Ravenna, Trieste ed altri ancora. Le bandiere delle imbarcazioni statunitensi duravano poco, era assai raro che quelle mercantili riuscissero a caricare o scaricare la merce che dovevano portare o prendere e gli esempi potrebbero continuare.

Tiburtina, Vietnam


Le rare volte che venivano in visita esponenti del Vietnam c’era sempre il pienone di folla. Ricordo un episodio curioso. Una delegazione di compagni vietnamiti venne in visita a Roma sulla Tiburtina e ricevettero un’interminabile omaggio dalle fabbriche, nelle borgate, tutti li applaudivano nelle strade, tanti portavano loro (ingenuamente) da mangiare e da bere. Uno di questi momenti fu completamente sbagliato dai dirigenti locali del Partito: io ero un ragazzino che frequentava una palestra di arti marziali della UISP e -confondendo tutto- fu anche organizzata un’esibizione di judo e karate, perché i compagni pensavano che fosse omaggio al loro folklore (senza rendersi conto della differenza tra sport giapponese, cinese e vietnamita).

All’indomani della morte del Presidente del Vietnam (“lo zio Ho”), nell’estate del 1969, il PCI e la FGCI lanciarono la “Leva Ho Chi Min”: chi si iscriveva per la prima volta lo faceva per rendere omaggio alla sua memoria. Personalmente, mi sono sempre rammaricato di essere -all’epoca- troppo piccolo per entrare nella “Leva Ho Chi Min”.

SARAI SEMPRE VIVO PER NOI, CARO, LONTANO COMPAGNO GIAP. PERCHE' SENTIREMO LA TUA PRESENZA OGNI VOLTA CHE LA FIEREZZA SCONFIGGERA' IL DISONORE, L'ONORE LA PAURA, L'ARDORE IDEALE L'INDIFFERENZA.

Roma 07/10/2013

Di Norberto Natali

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