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La peste a Barletta e i capitalisti “INDIGNADOS”

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LA PESTE A BARLETTA E I CAPITALISTI “INDIGNADOS”
di Norberto Natali


In questi giorni il primo ministro britannico e il presidente degli USA hanno dichiarato che l’Euro è un pericolo grave per l’economia mondiale e che resta poco tempo per tentare di evitare che esso conduca tutti nel baratro.
Sono due voci che si aggiungono alle altre, rappresentative dell’imperialismo, secondo le quali ciò sarebbe causato dal debito greco (e dai primi riflessi del suo “contagio” verso l’Italia e la penisola iberica): insomma, la Grecia affonderebbe l’Euro e questo l’economia mondiale.
Il PIL (Prodotto Interno Lordo) è, in breve, la misura dell’economia di un determinato Stato nell’arco di un anno. Quello della Grecia (pari, pressappoco, a un settimo di quello italiano e meno di un decimo di quello tedesco) rappresenta, all’incirca, l’1,3% di quello dell’Unione Europea. Se la Grecia potesse ridurre, per ipotesi, il proprio debito di una quantità pari al 40 % del proprio PIL (riportandosi ad un rapporto debito/PIL simile a quello italiano) tutto andrebbe meglio. Quattro decimi dell’ 1,3% sono lo 0,5%: l’Euro rischia di affondare e portare con sé la UE (lo ha detto chiaramente la Cancelliera tedesca poche settimane fa) per un buco pari ad appena lo 0,5% dell’economia europea! Quest’ultima cifra, a sua volta, significa circa lo 0,1% dell’economia mondiale: il Pianeta starebbe andando a rotoli per un disavanzo dello 0,1%!
È come dire che una persona si trova in grave pericolo perché… ha una temperatura di 37,1° C.
Ciò può bastare per comprendere l’attendibilità dei vari portavoce dell’imperialismo e la situazione reale del capitalismo nel suo insieme. Questo non significa affatto che sottovalutiamo la portata della cosiddetta crisi di cui tutti parlano.
Alle nostre osservazioni, però, potrebbero rispondere che “il malato” rischia grosso non per un pochino di febbre ma per gli effetti deleteri che questa avrebbe su un qualche altro lato della sua salute e per la catena di conseguenze che ciò innescherebbe a sua volta. Seguendo un simile ragionamento, tuttavia, sarebbe facile per noi dimostrare come non sia la povera Grecia che trascina l’Euro a rovinare l’economia mondiale bensì -in un certo senso- il contrario: è il capitalismo (verso il quale siamo prossimi all’accanimento terapeutico) che sta soffocando il mondo e -come ogni organismo alla fine della sua esistenza- vede manifestarsi più gravemente e prima gli effetti devastanti della propria situazione in un determinato organo piuttosto che in un altro.
Ciò non esclude, tuttavia, la pesante responsabilità dei gruppi dirigenti della borghesia europea per la decadenza rapida ed acuta del nostro continente ed emerge ancor di più l’indole particolarmente miserabile e fallimentare della borghesia italiana la quale, come ai tempi del fascismo, sta trascinando il nostro Paese alla rovina.
Sembra di essere tornati ai tempi della peste: una malattia sconosciuta, la quale si diffonde rapidamente per via di cause inafferrabili, con tanto di moderni untori, le famigerate agenzie di rating. Dove arriva è disoccupazione, miseria, angoscia.
In realtà, invece, è tutto ben conosciuto, chiaro e prevedibile. L’unico fatto inconsueto che merita un certo interesse, è l’impotenza dei circoli dirigenti imperialisti, le oscillazioni a cui si abbandonano, gli atteggiamenti e le scelte contraddittorie, l’incertezza con cui affrontano la situazione.
Accade che un giorno prendano una decisione e il giorno dopo una contraria. Oggi le contraddizioni dell’imperialismo sono talmente acute e inestricabili che il rimedio per un problema genera subito conseguenze negative in altri punti della baracca. Tali effetti, a loro volta, provocano danni maggiori dei benefici che si era cercato inizialmente di conseguire. Queste contraddizioni, ormai, attraversano al loro interno gli stessi singoli monopoli finanziari, investendo intimamente ogni gruppo capitalistico.
Alcuni monopolisti (come la FIAT) cercano di sottrarsi al groviglio delle proprie contraddizioni con una sorta di “automutilazione” ossia ricollocando i propri capitali in ambiti più concentrati e ristretti, tentando così di renderli più omogenei e quindi compatibili tra loro. E’ passato solo un anno da quando il vampiro Marchionne si atteggiava a grande cervellone dell’industria, a vittorioso condottiero che doveva conseguire “le magnifiche sorti e progressive” della FIAT, frenate dalle “pretese” degli operai e dal peso delle regole democratiche. Ora cosa ci racconta Marchionne? Perché la FIAT va peggio di prima, se i referendum di Pomigliano e Mirafiori hanno ottenuto ciò che sarebbe stato necessario, a suo dire, per garantire il successo e lo sviluppo?
Per senso di “cavalleria” rinuncio ad infierire sui sindacalisti della CISL e ricordare le loro posizioni. Colpisce di più il vile silenzio di coloro che esaltano ogni giorno la legalità e la giustizia -pretendendo, giustamente, a viva voce che Berlusconi (ed altri farabutti) si “facciano processare”- di fronte alla nuova infame tracotanza della FIAT la quale segue una rotta finalizzata proprio a disconoscere le leggi (ed i contratti) vigenti e a sottrarsi al giudizio dei tribunali italiani.
La rottura consumata in questi giorni con la Confindustria è anche un sintomo delle divisioni che attanagliano il padronato. I capitalisti sono incerti ed oscillanti sulle loro scelte soggettive e quanto mai divisi all’interno delle loro sedi collettive. Quelli italiani (per quanto si possano ancora utilizzare queste categorie) lo sono in modo più eclatante.
Dialetticamente, come accade sempre nella storia, quelli che furono i loro punti di forza diventano ora le corde che li strangolano. Bassi salari, evasione fiscale, economia sommersa e lavoro nero, uniti alla sempre munifica riserva degli appalti pubblici (con la corruzione), con tanto di intrecci ed “intersecazioni” con i capitali e la liquidità mafiosa. Sono ora i presupposti dei motivi per cui la nostra borghesia perde posizioni in Europa ed ancor più nel mondo, nel gigantesco scenario dei conflitti inter-imperialistici sempre più aspri ed estesi, del tumultuoso espandersi delle forze produttive e il rapido emergere di nuove ed ambiziose potenze capitalistiche.
In questo quadro la borghesia imperialista sta portando al declino l’Europa la quale “retrocede” rispetto alle potenze di altri continenti e per l’Italia ciò vale –per così dire- al quadrato (declino e “retrocessione” anche rispetto ad altri paesi europei).
Le istanze collettive ( chiamiamole così ) della borghesia imperialista sono di vari tipi: la BCE appartiene a quello che chiamerei “istituzionale” mentre la CONFINDUSTRIA a quello “associativo-sindacale”.
Esse sono talmente divise ed immobilizzate da aver rinunciato ad avanzare qualsiasi proposta ( o prendere qualsiasi decisione ) che possa confligere con gli interessi di una parte dei capitalisti. Questi sono, ormai, talmente divisi e contraddittori, come si è già detto, da ridurre al minimo l’ambito di interessi e di obiettivi capaci di accomunare tutti (a prescindere dalle convenienze di parte). In altri termini, la sfera dei loro interessi generali, diviene via via più ristretta ed elementare, viceversa si dilata quella degli interessi particolari ( o di frazione o di categoria ) terreno di contrasti e rivalità non affrontabili nelle sedi collettive.
Contemporaneamente, di fronte alla nuova situazione, tutte le istanze collettive della borghesia imperialista tendono a sovrapporre e identificare i loro obbiettivi ( per quanto sempre più ristretti ed elementari ): fa impressione ( ma non sorprende ) l’identità di contenuti tra la lettera estiva che la BCE ha inviato al governo italiano e le proposte della CONFINDUSTRIA, culminate la settimana scorsa con il cosiddetto “progetto delle imprese per l’Italia”. Quest’ultimo, poi, è sostenuto da una sorta di “fronte popolare dei capitalisti” nel quale la CONFINDUSTRIA egemonizza un’alleanza composta da banche, piccoli imprenditori ed altri. Per inciso: questa novità smaschera significativamente i revisionisti e gli opportunisti della sinistra italiana ( ed europea ). In primo luogo perché dimostra che non esiste quella specie di contrapposizione tra industria ( o presunta economia produttiva ) e finanza ( o banche ) su cui hanno tanto giocato i nostri “sinistri”. In secondo luogo perché la “piccola impresa” non è affatto quella alternativa al grande capitale o panacea ( si confronti anche l’articolo “ il monopsonio” pubblicato qui lo scorso dicembre) come vorrebbero i riformisti nelle loro varie sfumature, anche di estrema sinistra.
Tornando alle richieste, anzi ai reclami, di BCE e CONFINDUSTRIA (con i suoi satelliti sociali) tutti possono riscontrare come esse siano odiose, inutili, ripetitive. Vogliono solo strangolare i pensionati, gettare nella miseria i lavoratori, licenziare liberamente ed infine, come sciacalli sui resti della preda, vogliono finire di spartirsi quel poco che è rimasto di pubblico e di sociale (mediante privatizzazioni e liberalizzazioni).
Quel che va notato, però, è che il padronato NON PUÒ PROPORRE ALTRO. Solo su questa piattaforma (per l’appunto ristretta ed elementare) possono trovarsi tutti d’accordo mentre per il resto, sono divisi (e quindi paralizzati) su tutto. NON POSSONO dire nulla sull’ambiente, sulla politica monetaria, sulla scienza e l’innovazione e su quant’ altro. I capitalisti si atteggiano a grandi scienziati, parlano a vanvera di tecnologia, di competitività, di sfide mondiali: ma la loro vera “competitività”, la loro “innovazione” sta tutta in quello scantinato sepolto dalle macerie a Barletta. Solo in quella direzione, in concreto, sanno portarci. Vorrei proprio vedere come fa una famiglia onesta, pagando di più le tasse universitarie (proposta contenuta nel “PROGETTO”) o rinunciando a far studiare il figlio, può consentire così la realizzazione di prodotti adatti a “competere” nelle “nuove, moderne sfide dei mercati internazionali”. La stessa domanda vale per un’impresa capitalista, che diventi, eventualmente, proprietaria dell’azienda di autobus di Catanzaro (la privatizzazione dei trasporti pubblici locali è una delle richieste più enfatizzate).
La peste è arrivata anche a Barletta e la pietà ed il rispetto per quelle giovani operaie, impongono di non confrontare la loro vita (e la loro morte), con quella di personaggi (che per decenza non vanno nominati) che - con altre donne - spendono migliaia di euro la notte ed il giorno proclamano che i pensionati, gli operai, i giovani devono fare sacrifici per via della crisi.
La Marcegaglia ed i suoi giocano a fare gli “indignados”, si danno arie da oppositori e contestatori. In realtà vogliono qualcosa di peggio e di ancor più grave di quanto hanno già fatto i governi, perciò dobbiamo intendere bene quando certi partiti di centro-sinistra si candidano a rovesciare Berlusconi per “rassicurare i mercati” e per rispondere “alla società civile” ( in pratica la Marcegaglia e i suoi accoliti ).
Il cosiddetto “progetto delle imprese” per l’Italia è un espediente puerile e risibile che minaccia la svendita, in pratica, di tutto il nostro paese, con conseguenze gravissime sull’ambiente, sul tessuto sociale ed anche sulla moralità pubblica.
La serietà delle proposte confindustriali è ben rappresentata dal capitolo del “PROGETTO” dedicato alla sanità. Vi si lamenta che – negli ultimi dieci anni - la spesa è aumentata di ben 46 miliardi di euro: da 67,5 a 113,5. Una cifra enorme se si considera che è il doppio di quella per le pensioni di anzianità, delle quali tanto si lamentano i “progettisti”. Il rigonfiamento delle uscite, in realtà, è più vasto di quel che appare poiché, nel frattempo, sono anche largamente aumentati i ticket e i vari barzelli a carico degli assistiti. Naturalmente il “PROGETTO” non trae alcuna lezione dal fatto che le aziende sanitarie sono state privatizzate (per “risanare” i bilanci) e che proprio molti servizi sono stati affidati, nel frattempo, ad aziende private esterne. Se pensate che la proposta sia quella di ridurre le speculazioni, gli imbrogli e tutte gli espedienti con i quali i capitalisti (come Tarantini) lucrano sulle spese sanitarie, vi sbagliate di grosso. La Marcegaglia propone… l’informatizzazione!
Non poteva mancare una macchietta di “indignados”, come il signor Della Valle. Questo signore è tanto ricco (da poter comprare pagine di giornali a suo piacimento) perché si è appropriato, nel tempo, di parte del prodotto del lavoro di molti operai. Interpretando a suo modo un obiettivo dei capitalisti, cerca –come si dice- di “buttarla in politica”. Per eludere tutti i problemi e le responsabilità fin qui sommariamente richiamati (ed altri, altrettanto importanti e gravi, ad essi collegati) e tentare di far credere che, in fondo, il problema è solo dei metodi o dei vizi di un certo gruppo di esponenti politici o –come fa comodo dire a lui e ai suoi colleghi- della inesistente “classe politica”.
Il suo (e quello di molti altri) è anche un espediente per tentare di distinguersi dai gruppi dirigenti politici che sono stati voluti ed indirizzati proprio da quelli come lui e per cercare di sottrarsi al malcontento e alla crescente collera popolare, sperando di indirizzarla verso la cosiddetta “classe politica”, definizione appositamente inventata.
Il signor Della Valle accusa “i politici” di offrire uno “spettacolo indecente ed irresponsabile” ed accerta, indignato, il loro “agire attento solo ai piccoli o grandi interessi personali, trascurando gli interessi del Paese”: il signore sì che se ne intende! I capitalisti, invece di pensare ai loro interessi personali, si spogliano delle proprie ricchezze (come si dice di San Francesco) e pensano alla Patria quando chiudono le imprese, gettando sul lastrico famiglie e paesi, per aprirle all’estero dove possono sfruttare ancor di più il prossimo. Non è, secondo Della Valle, uno spettacolo indecente e irresponsabile quello offerto da Marchionne o dai tanti capitalisti che inquinano, che esportano illegalmente capitali, che corrompono e imbrogliano?
Aspettiamo che lo stesso ci dica qualcosa di diverso dal taglio delle pensioni, dei salari, dalla legalizzazione dei licenziamenti e dalle angherie verso i lavoratori e la svendita di ciò che resta dell’Italia.
Queste sceneggiate del padronato, accompagnate con buffi atteggiamenti da “oppositori”, avvengono anche perché – a ben pensarci – in Italia c’è un’opposizione da burletta.
La lotta di classe deve sfociare necessariamente nella ricostituzione del partito comunista. Quando esso sarà abbastanza forte i padroni la smetteranno di prendersela con i lavoratori che devono mantenere onestamente la famiglia, con le donne, con i poveri vecchietti che vivono di pensione. Nel futuro dovrà essere onorata la memoria delle operaie cadute a Barletta, essa sarà un monito, unito a molti altri per ricordare che a quel passato non deve essere permesso di ritornare.









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