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La storia e' peggio di Equitalia

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La storia è peggio di Equitalia.


Il comunismo (come movimento storico o Partito) non è riformabile.

Cominciamo da una tesi che può essere condivisa anche dai nostri avversari più lontani.

Questa è la lezione della storia e ciascuno può fare le sue scelte: noi siamo stati sempre dalla parte del comunismo autentico (marxismo-leninismo), contro ogni utopia che pretendeva di “correggerlo” o “modernizzarlo” (dal troschismo a D’Alema, da Gorbaciov alle Brigate Rosse).

E’ una questione che proietta, a suo modo, la grandezza drammatica della figura e dell’opera del compagno Enrico Berlinguer. Egli fu un revisionista, ma non un traditore o un liquidatore ai quali, però, aprì (forse involontariamente) la strada. Al tempo stesso fu un figlio della storia del PCI ed un degno dirigente politico della classe operaia, ma con lui il PCI perse, definitivamente, le sue caratteristiche più autenticamente di classe, rivoluzionarie, internazionaliste, rimanendo tuttavia il Partito del proletariato.

Egli si illuse che era possibile “riformare” il comunismo senza precipitare nell’abisso dell’opportunismo e della prostituzione con l’avversario. La storia gli diede torto già molto presto ma continua a rivelarci sempre più quanto egli sbagliò. Lanciò l’idea, tanto ingenua quanto astratta ed utopistica, di una “terza via” (contenuto strategico del cosiddetto “eurocomunismo”) la quale avrebbe dovuto conseguire – non si sa bene come – un assetto socialista della struttura sociale ma con un percorso idoneo ad essere condiviso anche dalla socialdemocrazia storicamente intesa (oggi diremmo quella più radicale).

Direi l’idea di un Partito Comunista che diventasse riformista senza perdere la sua “anima”, sebbene egli non abbia mai accettato una simile definizione della sua proposta. “Riforme per la rivoluzione”, disse invece Renato Zangheri (sindaco di Bologna e dirigente di primo piano del PCI) cavandosela furbescamente di fronte alla domanda di un giornalista tedesco: “siete ancora per la rivoluzione o solo per le riforme?”.

Berlinguer passò gli ultimi anni della sua vita a lottare, all’interno degli organismi di partito, contro Giorgio Napolitano e la sua cricca (ma fu anche l’inverso) e ancora pochi mesi prima di morire ribadì con forza che “siamo e resteremo comunisti” e confermò la prospettiva del socialismo.

Tuttavia, le sue illusioni revisionistiche resero fragile e vacua la sua lotta contro forze apertamente liquidatrici e avventuriste che cominciavano a gettare la maschera all’interno del Partito. Appena tre anni dopo la sua epica scomparsa, il lascito berlingueriano era già stato cestinato. Il suo successore (il quale avrebbe dovuto garantire la continuità della linea politica) fu liquidato nel 1987 da una specie di congiura di palazzo di cui, significativamente, nessuno vuole parlare e tutti cercano di nascondere.

Approfittando di un’influenza del compagno Natta (il nuovo Segretario Generale), una cricca guidata da Occhetto, D’Alema e Veltroni lo sostituì con il primo. Presero il timone i nuovi dirigenti cresciuti nella stagione di Berlinguer i quali, appena possibile, lo tradirono e la prima cosa che fecero fu lo scioglimento del PCI. Non a caso proprio il compagno Natta non volle mai iscriversi al PDS.

Quella cricca è sempre stata unita solo nel tradimento e nelle sconfitte. Hanno passato il resto del loro tempo, fino ad oggi, a combattersi ed accapigliarsi senza esclusione di colpi. Nel giro di due o tre anni hanno fatto fuori anche Occhetto e tutti sanno che la storia del PDS, dei DS, del PD è anche la storia delle baruffe e delle guerre di corrente tra dalemiani e veltroniani.

Tutta la loro vicenda nell’ultimo quarto di secolo è stata un susseguirsi di tradimenti e sconfitte. Queste ultime venivano evitate (o ritardate) solo perché i nostri eroi assumevano posizioni che erano prima degli avversari. Sono loro che hanno liquidato la scala mobile; che hanno imposto la cosiddetta concertazione sindacale e iniziato – con i loro governi di centrosinistra – le controriforme del mercato del lavoro e dei diritti sindacali; hanno stravolto e peggiorato il regime pensionistico; hanno portato l’Italia in guerra; hanno privatizzato il doppio di Berlusconi (benché abbiano governato di meno) e così via.

Altrimenti hanno sempre incassato sonore sconfitte e – al di là delle visioni di tipo sportivo – hanno sistematicamente visto calare i consensi, i militanti, il prestigio, ecc. Ai molti (anche proletari) che li seguivano in buona fede, hanno promesso di ottenere “risultati concreti” invece di perdere tempo con l’ideologia e i principi: siamo alla miseria dei lavoratori, al dilagare della disoccupazione e della precarietà, della corruzione e delle mafie, l’angoscia e la paura s’impadroniscono crescentemente delle masse lavoratrici e della gioventù.


Poi hanno detto che ci si poteva anche turare il naso ma era meglio una forza capace di essere grande e di vincere: i risultati, la verità, sono sotto gli occhi di tutti. Forse è superfluo ricordare che il PCI arrivò a prendere 12.620.000 voti (su un corpo elettorale di circa 38 milioni) mentre il PD ne ha presi, quest’anno, poco più di 8 milioni (su circa 48 milioni di elettori).

Il PCI aveva quasi due milioni di iscritti, oltre 11.000 sezioni ed era in grado di mobilitare milioni di proletari, mentre Cuperlo ha preso 400.000 voti all’americanata di ieri ed è arrivato ultimo in città importanti e significative come Roma, Milano, Genova, Bologna, ecc.

Infine – visto che non si vinceva e non si otteneva nulla in termini “concreti” – hanno chiesto il sostegno per “non far vincere Berlusconi”: siamo finiti con i governi Monti e Letta, con lo svuotamento della Costituzione ed il suo tradimento preparando il presidenzialismo, con Gustavo Selva (tanto per dirne uno) a votare alle primarie di ieri.

Soprattutto è finita con Renzi, ossia la sintesi e la conclusione (nel senso del compimento della sua essenza) del regime bipolare: il berlusconismo senza Berlusconi ovvero un Berlusconi nuovo a capo del PD.

E la “terza via”? L’ha spiegata D’Alema nel suo ultimo libro, sintetizzando la loro politica degli ultimi venti anni: una posizione intermedia tra socialdemocrazia e liberali (cioè liberisti) ispirata alla famiglia Clinton!

Ecco che fine hanno fatto (ciascuno può trarre un bilancio da sé) quelli che combattevamo nel PCI e nella FGCI benché si presentassero come “rinnovatori” del Partito, accusando noi di volerlo far deperire e presentandosi, a volte, come “sinistra”, accusando noi di essere “conservatori” o di destra. A ben vedere, è la stessa fine di Gorbaciov, nonché quella che avrebbe fatto, a suo tempo, la Cecoslovacchia, se Dubcek fosse rimasto al potere.

Una volta mi diedero anche del bugiardo perché, contestandoli, dissi che sarebbero finiti nell’Internazionale Socialista: oggi non gli sta più bene neanche quella, vorrebbero scioglierla e unirsi ad altre forze come i democratici USA.

Era facilmente interpretabile, fin da subito, quale fosse la reale natura e destinazione di questi liquidatori del PCI e della FGCI. Ecco perché li abbiamo sempre combattuti, personalmente da trent’anni e più, fin dall’interno del Partito e non abbiamo mai voluto avere nulla a che fare, politicamente, con loro.

Per questo ci siamo schierati sempre contro il regime bipolare. Sostenere che centrosinistra e centrodestra erano la stessa, identica cosa o ritenere che uno sia reale alternativa all’altro sono entrambe opinioni errate: comunque meglio sbagliare con la prima che non con la seconda, ed i fatti dimostrano che entrambe le coalizioni hanno condotto politiche dello stesso segno, sia pure con diverse misure o sfumature.

Perciò abbiamo avuto sempre una posizione coerente nel ricercare un’alleanza di sinistra indipendente, separata dal centrosinistra e alternativa al regime bipolare nel suo complesso. In alcuni casi, quando nessun esponente della sinistra ci dava ragione, abbiamo presentato candidature elettorali da soli, per essere conseguenti alla nostra posizione.

Vent’anni fa abbiamo lasciato Rifondazione non per il suo giudizio su Stalin o per il suo nome ma perché si rassegnò alle logiche bipolari, del voto utile, si unì al centrosinistra. Secondariamente, lasciammo quel partito anche per la sua non-posizione sulla questione sindacale (ma di ciò si parlerà in altra sede).

Anche Rifondazione, rivendicando una discontinuità con il PCI pure nella concezione del partito, motivò le sue scelte, su una sponda di sinistra e più ancorata ai lavoratori, come i liquidatori del PCI. Dissero che la convivenza con Veltroni e Mastella era sgradevole, però permetteva di ottenere “risultati concreti” sia nel governo del paese, sia nelle amministrazioni locali regionali. Aggiunsero che la loro politica - benché riconoscessero che potesse essere fonte di disagio e malessere – permetteva però di “contare” di più, di essere forti ed avere un largo seguito elettorale, poiché altrimenti, stando alle logiche del “voto utile”, molti elettori non li avrebbero seguiti, ecc. Alla fine si giustificarono dicendo che non bisognava far vincere Berlusconi.

Completamente mancato tutto il programma di obiettivi e giustificazioni: sono allo 0,8%, isolati dalle masse e il PD li ha scaricati per poi governare con Berlusconi.

Oggi apprendiamo da scarne notizie di stampa che il compagno Ferrero e il PRC ritengono il sistema maggioritario (se vogliamo il regime bipolare) la principale causa dei guai che attanagliano l’Italia e propongono un’alleanza di sinistra, indipendente dal centrosinistra e fondata su una netta separazione dal PD il quale, spiegano, non ha più nulla di sinistra e non è idoneo ad alcun accordo.

E’ esattamente la posizione che abbiamo sostenuto (e praticato coerentemente) in questi vent’anni e per la quale abbiamo abbandonato il PRC. O no? Allora non eravamo tanto sprovveduti e velleitari, se oggi anche Ferrero condivide quello che propugniamo da vent’anni.

Nel frattempo, però, è stato distrutto il movimento operaio, non c’è più la sinistra, nei termini in cui ha segnato – essendovi profondamente radicata – la storia del paese negli ultimi 120 anni. Avevano più militanti il PCI clandestino e il PSI ai tempi del fascismo che le organizzazioni che si richiamano al comunismo oggi.

Per tutto questo non ci limitiamo a un “l’avevamo detto”, accontentandoci di un ruolo a metà tra la Cassandra e l’autoreferenziale. Anche perché le organizzazioni che si richiamano agli ideali comunisti, in questi vent’anni, non sono state in grado (pur senza voler fare di ogni erba un fascio) di unirsi e rafforzarsi in modo da costituire, per la coscienza di milioni di proletari, una reale e praticabile alternativa al PDS-DS-PD.

Le prospettive sul da farsi potrebbero chiarirsi meglio se distinguiamo due momenti (o due binari) diversi.

Il primo è quello di dare vita ad una grande ed incisiva forza elettorale e politica saldamente ancorata agli interessi delle masse lavoratrici, capace di non sottomettersi alle compatibilità e alle esigenze dei capitalisti e delle frazioni dominanti dell’imperialismo europeo, antagonista agli attuali assetti della società e perciò alternativa al PD e a tutto il (o l’ex) regime bipolare.

La questione discriminante è la seguente: c’è bisogno o no di una forza politica che affronti i temi del presente e le sfide del futuro come il PCI seppe fare nella sua epoca? Intendo anche il PCI di Berlinguer, quando andò alla FIAT Mirafiori e incitò gli operai ad occuparla, il PCI che lottò contro il taglio della scala mobile e contro Craxi, contro l’installazione di nuovi missili USA in Italia, ecc.

In questi vent’anni sono state tentate un po’ tutte le vie e sempre si sono rivelate fallimentari; nessuno invece, salvo noi, ha propugnato la ricostituzione di una grande forza di sinistra intransigente (una volta si sarebbe detto un fronte unito dei lavoratori) capace di difendere la Costituzione e di imporne la realizzazione. Ossia far risorgere il PCI.

Non è una proposta rivolta tanto ai politicanti quanto a coloro i quali, in buona fede, hanno finora creduto alle promesse e alle chiacchiere dei liquidatori. Lo scioglimento del PCI è fallito totalmente e miseramente: volete ripartire da questa premessa o preferite continuare ad andare avanti così, sul “trenino” di Cuperlo?

Lo stesso vale per i tanti che hanno voluto sostenere il PRC e altre forze di sinistra, vi hanno creduto ed ora sono, nella grande maggioranza, abbandonati alla sfiducia e al disorientamento.

Come si dice, le chiacchiere stanno a zero: senza PCI non c’è sinistra, tutto lo dimostra e nulla lo smentisce. E’ inutile rincorrere illusioni di convenzioni della sinistra e simili, poiché ogni tentativo di soluzioni politiche che non tengano conto di questo principio (senza PCI non c’è sinistra) è destinata a fallire o ad abortire, come è sempre avvenuto finora.

Per tutto questo, potremmo dire al PRC, senza boria né rivendicare primogeniture: vi prendiamo in parola, siamo con voi! Purché dietro le dichiarazioni ufficiali non si nascondano poi pregiudizi o volontà preconcette di escludere o discriminare qualcuno. Per questo troviamo molto credibile l’idea di un’unità non di vertici di politicanti ma di massa (possibilmente) fondata sul principio una testa un voto.

Altra cosa, invece (il secondo momento) è la necessità strategica (motivo di tutta la nostra storia e nostro programma fondamentale) di RICOSTITUIRE IL PCI nel senso autentico, originario del suo significato. E’ cosa diversa dal fronte unito, da una sinistra che si unisce e rafforza per essere alternativa al PD (e a tutto il resto).

Il Partito Comunista del futuro deve essere pienamente, organicamente di classe, senza borghesi ed intellettualoidi, marxista-leninista, capace di trarre le dovute lezioni dalla storia del PCI e di ridare al compagno Pietro Secchia il posto che merita. Perché il comunismo (il Partito) non è riformabile.

Roma 09/12/2013








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