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Madiba

Dossier

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MADIBA


Le “mezze verità” su Nelson Mandela: oggi piagnistei a reti unificate, ma ieri i padroni sostenevano gli sfruttatori razzisti. Al fianco di Mandela e della lotta dei popoli africani, c’erano i comunisti...



Poco dopo la sua scarcerazione, nella primavera del 1990, Nelson Mandela parlò ad una grande manifestazione popolare organizzata per festeggiare il suo ritorno in libertà. Davanti a un intero stadio gremito, non solo di neri, Mandela iniziò il suo discorso ringraziando (insieme ad altri) il Partito Comunista del Sudafrica – SACP. Cominciamo così, perché tante cose vengono nascoste e tante mezze verità vengono presentate oggi, nel tentativo di mistificare la storia, arte nella quale sono abilissimi gli ideologi e i propagandisti della borghesia.

Mandela “a modo loro”...
Se dopo 26 anni di prigionia Mandela ritenne di rendere omaggio a quel glorioso Partito, suscitando un’ovazione nella grande folla che lo acclamava, si vede che è un partito con grandi meriti e denota una sua forza molto significativa, benché da noi ciò non si debba sapere. Altro viene nascosto in questi giorni, come le aperte dichiarazioni di stima ed amicizia verso Cuba, più volte ribadite da Mandela o i suoi accesi discorsi contro l’imperialismo. Egli non era assolutamente un “non-violento” come quei sognatori che piacciono tanto (soprattutto da morti) a lorsignori: basti pensare che egli fu tra i promotori della “Lancia della Nazione”, organizzazione di lotta armata rivoluzionaria.

La colonizzazione del Sud Africa
La parte più meridionale dell’Africa fu destinazione di un’intensa migrazione di “boeri” (contadini olandesi) che ebbe inizio nella seconda metà del 1600 e continuò per un paio di secoli. Essi si appropriarono delle terre sudafricane e divennero proprietari di piantagioni e vaste aziende agricole, sfruttando gli abitanti (neri di etnia bantù) del luogo. Verso la fine del 1700 arrivarono i colonialisti inglesi, per impossessarsi delle coste, delle terre e delle ricchezze sudafricane depredando e sfruttando i bantù. Tutto il 1800 (e fino al 1902) fu caratterizzato da guerre e fragili armistizi tra boeri e inglesi, i quali si contendevano proprietà e ricchezze senza esclusione di colpi: nella guerra anglo-boera vi furono eccessi di violenza da ambo le parti. Il tutto sulle spalle (e sul sangue) dei neri sudafricani. Nella seconda metà dell’Ottocento -per soddisfare i loro sporchi interessi di sfruttamento di manodopera- gli Inglesi “importarono” una grande massa di lavoratori dall’India (altra colonia britannica), ragion per cui circa un decimo dell’attuale popolazione sudafricana è di origine indiana. E’ per questo motivo -detto per inciso- che il famoso patriota indiano Gandhi nacque in Sudafrica, dove trascorse i suoi primi anni. Nel 1910 nacque l’Unione Sudafricana, uno stato indipendente fondato sul predominio dei bianchi (sia di origine olandese che inglese), proprietari praticamente di tutto e sull’asservimento delle popolazioni di colore, private di ogni diritto, le quali costituivano la riserva di manodopera ed il proletariato disponibile.

Il regime razzista sudafricano
Approssimativamente la popolazione del Sudafrica è composta per circa il 70% da neri di origine locale, meno del 20% da bianchi (con prevalenza di boeri olandesi) ed oltre il 10% di indiani e mulatti. Il regime sudafricano consolidò nel tempo le sue caratteristiche reazionarie e razziste, fino a somigliare al nazismo. Alcuni suoi presidenti (come Malan, eletto nel 1948, o alcuni suoi successori) non nascondevano le proprie simpatie per Hitler. Le elezioni (riservate solo ai bianchi) videro, fino al 1990, la vittoria del Partito Nazionale, espressione dei boeri o afrikaneers, la parte più odiosa, fanatica e violenta della minoranza bianca. Fin dal tardo ‘800, per esempio, C. Rhodes proponeva apertamente un programma di “dispotismo” verso le popolazioni locali, basato sulla proclamata rinuncia ad ogni “illusione” di convivenza e tolleranza tra le diverse popolazioni. Simili concezioni furono ribadite anche nella seconda metà del ‘900.

L’Apartheid: segregazione e discriminazione
Si arrivò (negli anni 50 del ‘900) al “Sabotage Bill”, una legge che proibiva ogni attività associativa o libertà di pensiero ai non-bianchi e qualsiasi forma di opposizione tra gli stessi bianchi. Ci furono addirittura momenti di tensione con alcune componenti della popolazione di origine inglese, ritenute troppo inclini alla tolleranza e al liberalismo. Poco più di 50 anni fa, fu perfezionato il sistema detto “Apartheid”: un insieme di circa 200 tra leggi e disposizioni che regolavano minuziosamente (in modo maniacale) tutto quello che non dovevano fare le popolazioni di colore, istituendo perfino delle riserve nelle quali venivano rinchiuse. Si stabilì la segregazione e la discriminazione in tutti i campi della vita, i neri potevano uscire dalle loro riserve –contrabbandate come repubbliche autonome– solo per lavorare alle dipendenze dei bianchi e fare ritorno immediatamente dopo. Si giunse alla legge “Immorality Act” che stabiliva dure sanzioni (anche per i bianchi) nel caso in cui venivano sorprese insieme due persone di sesso e colore diverso. Tutto ciò costrinse molti paesi africani ed asiatici del Commonwealth britannico a chiedere l’espulsione da esso del Sudafrica, la quale fu decisa nel 1961, per cui l’Unione Sudafricana adottò il nome di Repubblica Sudafricana.

La complicità dei paesi capitalistici
Ciò non significa che i principali paesi capitalistici disdegnassero rapporti col regime paranazista di Pretoria (capitale amministrativa del paese). Tanto che, circa 50 anni fa, la richiesta di espulsione del Sudafrica dall’ONU fu respinta a maggioranza e diversi paesi -in particolare USA, Gran Bretagna e Francia– vendevano sistematicamente armi (anche molto avanzate ) al regime dei razzisti. Pubblicamente si evitava di frequentare il regime sudafricano, anzi si esprimevano generiche petizioni contro il razzismo e la violenza, contemporaneamente esso veniva sostenuto e protetto, sia pure di nascosto e vergognandosene un po’.

I padroni: contro la libertà in nome dell’oro
Ciò dipendeva, in primo luogo, dagli enormi giacimenti di minerali preziosi e rari, di valore strategico, concentrati nel territorio della Repubblica Sudafricana. Si tratta di platino, oro e argento da una parte e di uranio ed altre risorse assai importanti per gli armamenti e le tecnologie più avanzate dall’altra. In particolare il regime dell’Apartheid era un sicuro fornitore di uranio ed altre materie prime necessarie per l’industria degli armamenti nucleari. I razzisti garantivano saldamente lo sfruttamento e l’esportazione di queste ricchezze. In secondo luogo, il regime sudafricano era un valido baluardo reazionario, contro i moti di emancipazione e liberazione dei popoli, collocato in un punto di interesse strategico. Questo regime affondava le sue radici in secoli di sopraffazione e violenza ed era dunque assai militarizzato ed esperto nel sottomettere grandi masse di oppressi e sfruttati.

L’Africa si ribella

Nel secondo dopoguerra (in particolare dal 1957 in poi) si sviluppò in Africa – ma anche in tutta l’area dell’Oceano Indiano e fino al sud-est Asiatico – un potente moto rivoluzionario, di liberazione nazionale e anticolonialista. Importanti forze rivoluzionarie (quasi tutte presero poi il potere 30-40 anni fa) erano attive, anche militarmente, in tutta l’Africa meridionale, a cominciare dai confini del Sudafrica stesso: Namibia (occupata illegalmente dai sudafricani), Angola, Mozambico, Zimbabwe (allora chiamato Rhodesia), Zambia, ecc. Il Sudafrica forniva spesso mercenari ben addestrati ed armati per combattere questi moti rivoluzionari, come avvenne in Congo nei primi anni ’60, e costituiva un sicuro punto di riferimento per le forze al servizio dell’imperialismo.


Il Partito Comunista in Sudafrica
In tale contesto, è sorto proprio in Sudafrica il primo Partito Comunista del continente (nel 1921), messo fuorilegge nel 1950 e tornato alla legalità una ventina di anni fa. E’ stato l’unica forza sudafricana ad essere composta da lavoratori di tutte le etnie e colori e si è temprato nella lunga lotta clandestina, in certi periodi anche armata, contro il feroce regime razzista. Particolarmente interessanti per esempio, sono le vite e le vicende di molti compagni di pelle bianca del SACP. Oggi il partito conta circa 100.000 militanti, fa parte da vent’anni dello schieramento elettorale vincente insieme all’ANC ed è molto influente nel grande sindacato COSATU, il quale organizza milioni di lavoratori, e nel suo programma fa esplicito riferimento al marxismo-leninismo. Il Partito Comunista sudafricano è uno dei pilastri della riorganizzazione internazionale dei partiti comunisti, la cui rinascita è particolarmente forte in un’area del mondo che parte, per così dire, proprio dall’Africa del sud e si estende verso l’Asia abbracciando molti paesi che si affacciano sull’Oceano Indiano e sul Pacifico. Negli anni ’60 il SACP strinse rapporti di alleanza con il PAC (Congresso Panafricano) un movimento di liberazione dei neri, minoritario ma combattivo, di estrema sinistra, guidato dal leggendario Biko. Il grande partito storico, di massa, per l’emancipazione dei neri e la liberazione del Sudafrica è stato ed è l’ANC (African National Congress) il partito di Mandela. Dal 1994 stravince regolarmente tutte le elezioni, con l’appoggio del Partito Comunista.

La falsa emancipazione di “re” Buthelezi
Nella storia del processo di liberazione nazionale e di emancipazione dalla segregazione razziale, come avviene in tanti altri paesi con situazioni analoghe, si affacciano molti problemi e si confrontano diversi orientamenti. Nel caso specifico, per esempio, alcuni pensavano che il riscatto dei neri potesse avvenire con lo sviluppo di una borghesia bantù, la quale eguagliasse quella bianca per contendergli la direzione del paese. Altri, invece, perseguivano una linea che è una particolare variante della precedente (o comunque compatibile con essa) identificando la realizzazione delle istanze delle popolazioni di colore con la proposizione delle consuetudini e delle condizioni del lontano passato, individuando l’identità con i tempi (meglio dire i secoli) in cui non esisteva ancora la stato razzista moderno. Propugnare un simile programma, però, significava condannare comunque le popolazioni nere all’arretratezza e alla subalternità, opponendosi ad un’emancipazione che si coniugasse con la modernità ed il progresso. Fu il caso, negli anni ’70 e ’80, del “re” (carica puramente simbolica ed ipotetica) degli zulu (una delle tribù nelle quali si suddivideva il popolo bantù) tale Buthelezi. Egli, dividendo l’ampio fronte antirazzista, facendo un po’ il precursore dei leghisti, enfatizzando il folclore zulu, attaccava in realtà il Partito Comunista e soprattutto combatteva, in definitiva, più Mandela e l’ANC che il regime razzista. Comunque sia, non è un caso che il governo sudafricano tollerasse “re” Buthelezi, in qualche modo lo favorisse, lasciandolo libero anche di partecipare a manifestazioni all’estero.

Oggi piagnistei per Mandela, ma ieri...
Fu così che Comunione e Liberazione, circa venticinque anni fa, invitò al suo meeting di Rimini proprio “re” Buthelezi, invece del rappresentante in Italia dell’ANC. Da molto tempo quel personaggio non significa più nulla ma molti che oggi, in Italia e altrove, osannano ipocritamente Mandela, un tempo -quando avrebbe avuto più bisogno di solidarietà- lo snobbarono o lo boicottarono o furono corresponsabili di forze e governi i quali -non senza imbarazzo- “inciuciavano” col regime razzista sudafricano o comunque ne favorivano i commerci. Per questo oggi devono dare una versione mistificata della storia ed anche dell’identità di Nelson Mandela, benché il generale omaggio che gli viene rivolto sia di per sé una dimostrazione del suo valore e della sua grandezza. In queste righe non c’è bisogno di aggiungere quanto, in questi giorni, viene detto e scritto un po’ dappertutto, circa i tratti essenziali della sua vita, libera e degna. Noi ne scriveremo ancora.

Mandela: grande padre della masse popolari africane
La verità sulla figura e la personalità di Mandela risiede non solo nell’omaggio che gli viene tributato dalla grandi masse popolari dell’Africa intera, dei neri, di tanti oppressi e sfruttati in tutto il mondo, ma dalla forza che egli ha saputo dare a tutti loro e dal significato che ha saputo dare al senso della vita, con la propria. Per questo lo chiamano Madiba, cioè grande (vecchio) padre, fonte costante di insegnamento e di forza. Non riusciamo a resistere alla tentazione di definirlo un comunista ad honorem: ma sarebbe troppo immodesto, da parte nostra. Certamente è stato un onore per tutti i comunisti poter essere al suo fianco. Non a caso iniziò il suo discorso del 1990 come abbiamo ricordato all’inizio di questa nota.

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