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Monopsonio

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IL MONOPSONIO




Si tratta di una parola strana ed inconsueta. Sta ad indicare una condizione di monopolio dal lato dell’acquisto.
Si ha una situazione di monopolio quando il mercato (anche di un singolo tipo di merci) è dominato da pochi venditori ed invece di monopsonio quando sono pochi compratori a dettar legge nella produzione e nella compravendita di beni.
In Italia, per esempio, c’è un solo venditore (troppa grazia!) di automobili “italiane”: inutile fare nomi.
Proprio per questo, il medesimo è anche l’unico acquirente (immediato o finale) di molte merci: specifiche componenti per auto, vernici, tappezzerie, ecc.
L’attuale fase della storia del capitalismo –definita da Lenin “imperialismo”- è proprio quella nella quale la società è dominata dai grandi monopoli finanziari internazionali, diversamente dalla fase –di capitalismo concorrenziale- che ha caratterizzato il ‘700 e l’800.

I compratori che dettano legge...

Questi grandi monopoli “dettano legge” nel loro ruolo di venditori ma lo fanno ancor di più in quello di compratori. Essi decidono tutto, nel loro esclusivo vantaggio ed interesse, ciò che riguarda le condizioni e la vita stessa delle cosiddette piccole e medie imprese disseminate su tutto il territorio.
I grandi monopoli finanziari internazionali che hanno interessi nell’industria agroalimentare o nella grande distribuzione commerciale, per esempio, stanno schiacciando alcuni settori della piccola borghesia come i proprietari terrieri (i “contadini” in senso stretto) e gli allevatori di piccole e medie dimensioni.
Il latte viene pagato ad un prezzo inferiore a quello dei costi vivi della sua produzione, alcuni prodotti seminativi vengono acquistati a prezzi simili o inferiori a quelli di venti anni fa, l’uva 50 centesimi al chilo (50 euro al quintale) anche per talune qualità che producono vini che costano 15-20 euro al litro nei supermercati.

I monopoli (gli imperialisti) sono attanagliati dalla crisi di sovrapproduzione generale e dagli altri fenomeni -lucidamente descritti e previsti da Marx e Lenin- quali la caduta del saggio di profitto, l’anarchia della produzione capitalista, insomma la crescente difficoltà ad incrementare il capitale investito.
Tanto che non basta più stringere la morsa sui propri dipendenti diretti (come, nel nostro caso, i lavoratori delle grandi catene di supermercati o delle grandi industrie di trasformazione).

Bisogna “ridurre” altri costi, come nell’esempio appena fatto.
Che si arrangino gli allevatori e i contadini! Si trasformino in caporali e schiavisti, “scarichino” a loro volta sui propri dipendenti, estendano l’evasione fiscale, e via via fino a costringerli a truffe e raggiri di vario tipo, solitamente pagati a caro prezzo dall’ambiente, dalla natura e dalla salute pubblica.


Schiavisti e mafiosi

In questo quadro, si coglie in termini correttamente marxisti l’insieme di fenomeni e situazioni (molto più diffuso di quanto si creda) che a volte esplodono come nel caso di Rosarno di un anno fa.
I “compratori” delle merci dei piccoli e medi proprietari terrieri della piana di Gioia Tauro, impongono prezzi di acquisto che “obbligano” ad un insopportabile autosfruttamento e soprattutto a ricorrere ad una forza-lavoro da tenere in condizioni subumane piuttosto che schiavili.

Da questo punto di vista, si può comprendere come siano proprio i grandi monopoli finanziari internazionali (soprattutto grazie al monopsonio) che generano occasioni per ulteriori affari e nuova espansione delle mafie: dominare le difficili situazioni sociali dovute all’ingiustizia e alla povertà crescenti; approfittare di nuove occasioni per il controllo di traffici finanziari e del riciclaggio (per la necessità crescente di un’economia sommersa e in nero); speculazione e sfruttamento delle conseguenze più estreme del monopsonio.
Se i contadini, infatti, abbandonano le loro coltivazioni si realizza una ghiotta occasione di comprare per pochi soldi tanti terreni e prepararsi a nuove avventure speculative, come centri commerciali, cementificazioni, discariche abusive, ecc. favorite, magari, dall’esigenza di creare “nuove occasioni di sviluppo” per rimediare alla perdita di posti di lavoro.

Un approfondimento dell’analisi su questi aspetti, probabilmente, ci porterebbe a concludere che non si tratta tanto di una espansione o crescita delle originarie, tradizionali organizzazioni mafiose, quanto – per così dire – di una “mafiosizzazione” di ampi settori della borghesia imperialista (e di altri strati borghesi subordinati ad essa).
Al tempo stesso, occorre riconoscere la valenza di lotte come quelle dei pastori sardi o dei coltivatori pugliesi e di tante altre simili.
Si tratta, in definitiva, di lotte contro gli effetti del monopsonio, contro la politica e gli interessi degli imperialisti.

In questa fase, non è nostro compito strategico occuparci delle alleanze di classe; tuttavia si conferma una delle caratteristiche costitutive della politica dei comunisti, ossia l’alleanza strategica con i contadini piccoli e medi ed in particolare l’originale apporto di Gramsci e del PCI che lega la lotta di classe alla questione meridionale.
Fin qui si è preferito ricorrere ad esempi che riguardano l’agricoltura.
Tuttavia, il discorso sul monopsonio vale a maggior ragione per l’industria ed i servizi.

Possiamo ipotizzare un immaginario discorso di un Marchionne a un piccolo capitalista:<<Ti assumo come caporeparto ma non nei ranghi aziendali bensì come piccolo industriale, titolare di un’azienda produttrice di tergicristalli per le nostre auto.
Io ti farò degli ordinativi (imprevedibili, secondo i miei interessi in rapporto con l’andamento oscillante del mercato) e te li pago a un prezzo ben inferiore di quanto costerebbe produrlo nei miei stabilimenti, da ridurre ulteriormente se gli affari vanno male.
Tu prenditi una decina di operai e vedi come ritagliarti un buon profitto con il quale, se va bene, potrai anche comprarti azioni FIAT>>.

A volte ad un tale immaginario discorso, il Marchionne di turno aggiunge anche la vendita di macchinari e materiali che a lui non servono più: tanto per cominciare! Si sa che l’efficacia o la necessità dell’innovazione tecnologica diminuisce man mano che cala il prezzo della forza-lavoro consumata.

La Piccola e Media Industria non esiste

In sostanza, la mitica Piccola e Media Industria non esiste.
Quella che dipingono i politicanti, i sindacalisti e gli economisti borghesi (anche di sinistra) come una continuazione del piccolo e medio capitalismo concorrenziale ottocentesco, come se fosse un’impresa solo quantitativamente diversa da quella delle grandi multinazionali ma libera al loro stesso livello, come fosse addirittura concorrenziale o alternativa ai grandi monopoli, non esiste.

D’altra parte c’è un termine che rende bene la vera posizione di queste piccole e medie imprese sottomesse al monopsonio: indotto! Sono l’indotto, della FIAT, dell’ENI, della Finmeccanica, di De Benedetti, Ligresti e Caltagirone, ecc. ecc.
Sono reparti speciali (precari e mutevoli per natura) delle aziende di questi ultimi e non hanno alcuna libertà né alternativa al dominio dei grandi monopoli finanziari internazionali.


I veri obiettivi: taglieggiare i salari, evadere il fisco

Per il momento si sorvola sulla sostanza più complessivamente finanziaria del monopsonio.
Quel che conta, in conclusione, è che il monopsonio serve agli imperialisti per taglieggiare i salari, per evadere il fisco, per danneggiare la natura e la salute, per aggirare le norme antinfortunistiche, per utilizzare crescentemente il nero e l’economia sommersa ed anche –a ben vedere- per soffocare progressivamente la democrazia.
Tutto ciò non solo direttamente, non con le proprie aziende quotate in borsa, bensì per interposta persona: le famose PMI (piccole e medie imprese).

L’imperialismo ha bisogno sempre più di PMI, nell’illusorio tentativo di fronteggiare le convulsioni del suo tramonto, facendo leva anche sui vantaggi del monopsonio.
Tanto è vero che gli economisti borghesi, come accade spesso, cadono in errore o mentono anche quando trattano del monopsonio: lo definiscono un fenomeno transitorio tipico dei Paesi più arretrati che viene superato via via che procede “lo sviluppo”.

Sarà utile perciò riportare con delle cifre ricavate dall’ISTAT.
Il numero delle imprese private con meno di dieci addetti era nel 1981 pari a circa 2.680.000 (94,1% del totale); oggi è circa 4.175.000 (94,7%): negli ultimi trenta anni il numero delle piccole imprese è cresciuto molto più dell’aumento totale dei lavoratori dipendenti (delle imprese di ogni dimensione).
I lavoratori addetti di queste piccole imprese erano nel 1981 circa 5.564.000 (pari al 42,8% del totale); mentre sono oggi circa 8.165.000 (pari al 47,2%): a tale dato va aggiunto un numero non quantificabile di lavoratori stranieri (regolari o meno) non rilevabili statisticamente al pari di altri italiani impiegati “in nero”(fenomeno, quest’ultimo, che trent’anni fa era più ridotto e circoscritto di oggi).
Come controprova, il numero di dipendenti di imprese con oltre 500 addetti era nel 1981 il 18,5% del totale mentre oggi sono appena il 18% del totale quelli di tutte le aziende con più di 250 lavoratori (attenzione:non più di 500 come nel primo caso, perciò su una base statistica molto più ampia).
Con il progredire della “crescita” ed in piena “globalizzazione”, come si vede, è aumentato il ricorso alle PMI, quindi la frammentazione dell’occupazione, e si è notevolmente ridotta la proporzione delle industria-madre (per così dire) ossia le aziende grandi e medio-grandi.


E quindi a che servono le PMI?

La vera funzione organica delle PMI è dimostrata da altri dati ISTAT dell’ottobre scorso.
Le piccole industrie (con meno di 10 dipendenti) occupano il 47,2% del totale dei lavoratori, eppure ricavano solo il 33,3% del cosiddetto valore aggiunto.
Le imprese con oltre 250 dipendenti sono 3.508:poiché le piccole (come si è appena visto) sono quasi 4.200.000, ciò significa che vi sono circa 1.200 piccole industrie per ogni azienda medio-grande.
Esse registrano un valore aggiunto del 28,7% benché occupino solo il 18% dei lavoratori.

Se un lavoratore delle piccole industrie, a quanto sembra dai dati Istat, “rende” meno di un lavoratore di quella medio-grande, ciò non significa che i primi “valgono” meno degli altri o addirittura siano meno sfruttati.
La verità è che la grande industria, in un certo senso “incorpora” a proprio vantaggio gli effetti del monopsonio: “guadagna” sulle piccole imprese più di quanto facciano, forse, i loro stessi proprietari.

I medesimi dati in questione ci dicono che i lavoratori italiani, nell’anno in corso, hanno prodotto un “valore aggiunto” medio di 41.300 euro ciascuno (più alto nelle grandi aziende e tendenzialmente in decremento man mano che diminuisce la loro dimensione): il valore aggiunto è una categoria abbastanza confusionaria usata dalla teoria economica borghese, tuttavia fa impressione pensare che se un capitalista investe, per esempio, 50.000 euro (per macchinari, materie prime, tasse e tariffe, pubblicità, salari e quant’altro) per ogni lavoratore addetto,questo,mediamente, gliene rende 91.300 ciascuno.
Ognuno, a questo punto,può fare le proprie valutazioni, specie su Marchionne, il quale sembra volersi fare una sorta di “automonopsonio” pretendendo di imporre all’interno (a Mirafiori, Pomigliano e altrove) le stesse condizioni generalmente riservare alle apposite PMI.


Confindustria e il sostegno alle PMI

In conclusione appare più chiaro perché la Confindustria è sempre principalmente (se non esclusivamente) interessata al “sostegno” delle PMI.
In genere, quando polemizza con i governi (anche con l’attuale) lo fa in primo luogo perché scontenta di come vengono aiutate le piccole imprese.
Sembra una stranezza: perché i grandi industriali “lottano” per difendere i piccoli? In realtà si occupano, assai coerentemente, degli affaracci loro, come sempre.
Per questo quando un politicante (ma anche un sindacalista o un economista) propugna interventi a favore delle PMI – non dei lavoratori tutti – non sta assecondando solo gli interessi dei piccoli capitalisti, ma sta svolgendo esattamente il compito che si attende da lui la borghesia imperialista.
Purtroppo anche molti politicanti (nonché sindacalisti ed economisti) di sinistra fanno la stessa cosa, aggiungendo magari delle giaculatorie contro le multinazionali.
In questi casi, talvolta, per le suddette posizioni, la spiegazione è diversa da quella che si può immaginare: sono degli idioti.



Roma 17\12\2013

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