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NON era un imprenditore

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NON ERA UN “IMPRENDITORE”, NON ERA UN MILITARE
E NEANCHE UN GAY O UNO STRANIERO…


perciò pace all’anima sua e chi se ne frega!
Qualcuno è riuscito a saperlo, di sfuggita e senza capirne bene il come e il perché, tanto la notizia è già passata nel dimenticatoio.
Peppe De Crescenzo, 43 anni, padre di due figli, operaio dell’Alfa di Pomigliano, militante dello SLAI Cobas, cassaintegrato da sei anni dopo un trasferimento discriminatorio: si è tolto la vita il 4 febbraio 2014.
Come Giuseppe Burgarella, edile disoccupato militante della FILLEA, il quale si è impiccato quasi un anno fa dopo essersi messo in tasca una copia della Costituzione.
Un altro operaio disoccupato si è ucciso dopo essere stato sfrattato, il giorno prima di Capodanno: non ricordo bene dove (mi sembra in Piemonte) né il nome. Mi rimane una vaga sensazione -forse per voi è lo stesso- di aver saputo di altre operaie ed operai suicidatisi negli ultimi tempi, ma non riesco a ricordare bene chi, dove, qual’era la loro vita.
Nella memoria (e forse nella coscienza) sono come immagini sfocate di un veloce e distratto zapping che svaniscono al contrario di un talk show (magari un finto processo, più ridicolo di alcuni veri) seguito per intero e con attenzione.
Nessuno -mi riferisco al sistema di potere e alla sua “informazione”- ci farà vedere, in primo piano e in prima serata, la casa in cui vivevano questi operai suicidi, la voce dei figli che li piangono e la tensione dei volti delle vedove che si sforzano di non lasciarsi andare, di fronte ai piccoli.
A Capodanno, qualcuno ci ha ammonito a non fare i “botti”, per lo spavento che procurano agli animali domestici. Nessuno ci dirà, invece, le paure e i desideri di Peppe, i sentimenti e le speranze che nutriva per i suoi bambini, in che modo gli donava il suo affetto. Nessuno continuerà a parlare del suo gesto per giorni e giorni, tornando a mostrarci come si dipana il dolore e la povertà nella vita della vedova e nell’animo dei suoi bambini.
I suicidi e i morti sono solo la punta dell’iceberg, sotto c’è la sofferenza crescente di una massa enorme di famiglie proletarie che aumentano sempre di più. Le rinunce, la paura e l’angoscia, le privazioni, inghiottire sempre più spesso dei rospi indigesti, per paura del licenziamento o per trovare un lavoro. L’umiliazione dei genitori verso i figli, per la sensazione di non poter dare loro un avvenire degno e giusto. L’avvilimento dei figli verso i genitori, per la sensazione di essere inutili, di pesare su di loro e di non corrispondere ai sacrifici che essi hanno fatto.
Chi ci dirà mai quali emozioni si sono combattute, nell’animo di Peppe De Crescenzo, lo scorso Natale, per esempio, quando tutti i genitori comprano regali e dolciumi per i propri figli? Per ogni suicida ci sono milioni di lavoratori che perdono il lavoro o diventano più poveri e tante ragazze e giovani che evitano di parlare al futuro, perché è meglio così. Tutto questo deve essere nascosto il più possibile, non deve dare fastidio.
Vicino Roma c’è la Villa dell’imperatore Adriano: chi la visita si accorge che è stata concepita in modo tale che gli ospiti non dovevano neanche accorgersi della presenza degli schiavi e tanto meno dei tuguri dove riposavano. Certa gente, come Peppe e gli altri, deve essere sfruttata, o buttata via quando non serve, senza che gli altri se ne accorgano.
Delle operaie e degli operai italiani non si deve parlare, non devono contare nulla. Qualsiasi modo viene usato per nasconderli. Di tutto si deve parlare, anche a ragione, tranne che di loro, del loro impoverimento, della loro disoccupazione e della crescente angoscia per il destino dei loro figli.
Ecco: Peppe De Crescenzo era un operaio italiano, come gli altri.
Essi non devono esistere. Né da vivi, né da morti.

Roma 06/02/2014


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