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Omaggio al compagno Mario Forti

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ER TASSINARO DE TRASTEVERE

Di Norberto Natali


Era uno di noi. Il più anziano, un modello per tanti.

Uno come lui non sarebbe mai diventato un dirigente della sinistra (qualsiasi versione) italiana degli ultimi 30/40 anni. Ciò fa capire cosa è stata la sinistra (compresi i sedicenti partiti comunisti) ma non ciò che è stato lui il quale, invece, sarebbe stato in grado di dirigerla molto meglio di quelli che lo hanno fatto.
Era un modello perché era il tipico proletario che -a differenza di quanto credono i dirigenti della sinistra- ha saputo diventare colto e perfino erudito benché non avesse particolari titoli di studio.
Per coscienza di classe è divenuto più preparato degli intellettuali e non c’era dirigente o “scienziato” che potesse tenergli testa nel confronto. A questi, anzi, faceva fare figure penose, li ridicolizzava e così esaltava e (in un certo senso) “vendicava” tante compagne e compagni proletari, soprattutto giovani che si entusiasmavano nel vedere come metteva al tappeto professoroni e politicanti.
Ciò succedeva perché questi ultimi, trovandosi di fronte a un romanaccio, pensavano di liquidarlo facilmente mentre lui, invece, condiva i suoi colpi politici con l’umorismo tipico che tutti gli riconoscevano e per il quale era sempre piacevole ascoltarlo e stare in sua compagnia.
Mi raccontò del padre, della sua famiglia. Erano di Panico, una viuzza del centro storico di Roma nota come cuore della malavita dell’epoca e teatro di molti fatti di cronaca nera. Il padre, durante la guerra, salvò molti ebrei, requisendo uno scantinato presso quella via e minacciando il portiere dello stabile con una pistola, promettendo di sparargli se i nazisti avessero scoperto coloro che aveva nascosto lì.
Mario si iscrisse alla FGCI di Trastevere e ne divenne il segretario. Mi raccontò della provocazione che è sempre in agguato. Per esempio, una volta (fine anni ’60) alcuni giovani comunisti trasteverini ricevettero una lettera nella quale ignoti annunciavano che si era costituita una organizzazione segreta armata per la rivoluzione, invitandoli ad aderire. Mario, appena letta, la prese e la portò subito, insieme ai suoi compagni, al locale commissario di polizia: gliela mise sulla scrivania e disse che gliela restituiva, perché era certo che gliela aveva mandata lui e che quei sistemi non funzionavano.
Un’altra volta, si recò un tizio nella sede della FGCI e più o meno (ora non ricordo i dettagli) mostrò una pistola dicendo che voleva consegnarla loro in caso di bisogno. Mario lo fece bloccare dentro il locale dove si trovavano, incaricò un compagno di andare a buttare l’arma nel Tevere e quando questo ritornò diedero un paio di sberle a quel tipo dicendogli di girare alla larga.
Mi ricordo anche quando tentarono di aprire, a Trastevere, una sezione del Movimento Sociale. Andò lì con i compagni e a chi trovò dentro disse: “da qui ve ne dovete andare, non potete aprire niente”. Alle rimostranze dei presenti spiegò meglio il concetto ed il progetto di aprire lì una sede fascista fu rinviato a tempi migliori.
All’epoca della gioventù di Mario, Trastevere era veramente un rione popolare ed anche proletario e non poteva esserci, per lui, un mestiere più appropriato alla situazione, ed anche al suo carattere, del “tassinaro”.
Il fatto che la sua esperienza politica avveniva nel centro di Roma, consentì a Mario di vivere in pieno una contraddizione tipica per la capitale ma generalmente poco nota: la coesistenza e lo scontro permanente tra compagni popolani o proletari (spesso i “borgatari”) e gli intellettuali borghesi che via via hanno preso a monopolizzare la direzione della FGCI, del PCI, della sinistra. Nella condizione di Mario, la lotta contro l’egemonia degli intellettuali borghesi si saldò con la lotta contro il loro opportunismo caratterizzato “dall’antistalinismo”.
Fu così che per lui la difesa del patrimonio teorico e storico della III° Internazionale comunista (lui non avrebbe mai accettato -benché la considerasse tutt’altro che un’offesa- la definizione di stalinista, rifiutandosi di ridurre il tutto alla questione di una persona, per quanto illustre) della coerenza con esso e della sua attualizzazione, caratterizzò la sua personalità e la sua biografia politica.

Quello scontro lo portò ad abbandonare ben presto (forse troppo) i ranghi del PCI per aderire a quel che all’epoca veniva definito movimento marxista-leninista e per fondare poi il circolo Marx-Engels-Lenin-Stalin, il quale ebbe meriti maggiori della sua reale importanza o dimensione numerica. Col suo taxi, certe volte (anziché trasportare turisti) correva a Firenze e in altre città, per portare il suo contributo al tumultuoso movimento cui partecipava.
Mi ha raccontato gustosi aneddoti, per esempio di compagni che si rallegravano perché la polizia arrestava molto giovani: così, dicevano, essi diventavano più “rivoluzionari”. La risposta che Mario diede a costoro fu, credo, il primo uso del termine “vaffa…” che ha tanta fortuna oggi. Anche di quel periodo, mi mise al corrente della necessaria vigilanza e del sempre presente pericolo della provocazione e dell’avventurismo, accennando anche ai vari tentativi dei fascisti di infiltrarsi nell’estrema sinistra.
L’impressione che ho ricavato, dalla memoria e dai ragionamenti di Mario, fu che il variegato mondo dei gruppi alla sinistra del PCI, negli anni ‘70/’80, fu un po’ una brace forse peggiore della padella, per chi intendeva battersi (come lui) per la difesa del marxismo-leninismo, la valorizzazione dell’Internazionale Comunista e la rinascita di un partito comunista coerente e autenticamente di classe.
Nel frattempo si era risposato ed era stato colpito da una malattia tipica per quelli che fanno il suo mestiere. Sicché gli si curvò la spina dorsale, fu costretto a camminare un po’ piegato e dovette lasciare il taxi.
La moglie gestiva un banco di frutta e verdura in un mercato rionale ed egli diceva sempre che era molto brava e capace: cominciò a lavorare con lei, tanto che noi in seguito lo conoscemmo che faceva il “fruttarolo”.
Quando nacque il PRC, egli vi aderì perché -disse in seguito- voleva incontrare nuovi compagni e continuare la lotta di sempre ed infatti conobbe noi. Divenne segretario del circolo di Ostia Antica e tutti insieme riuscimmo a dare molto filo da torcere (minimizzo!) ai gruppi dirigenti opportunisti di quel partito. Fu molto divertente lo scompiglio creato il 5 marzo del 1993 (40° anniversario della morte) quando riempimmo letteralmente tutta Roma di manifesti con il grande volto di Stalin ed organizzammo, per l’occasione, una vera manifestazione che si concluse con un convegno al teatro Palladium alla Garbatella, dove parlarono, oltre a Mario, tanti altri compagni tra i quali Aldo Bernardini.
Poco tempo dopo, alla vigilia dell’arrivo di Bertinotti, lasciammo il PRC al suo destino (secondo noi era già segnato). Da quel momento, per oltre un decennio, l’impegno di Mario si intreccia con la storia di Iniziativa Comunista. Non ricordo se ciò è mai stato formalizzato ma lui, spesso, si considerava di IC e noi pure lo consideravamo tale.
Mario era ghiotto di pizza e di crostini, e sono innumerevoli le serate concluse con lui in tante diverse pizzerie o residue osterie autenticamente popolari dei quartieri più tipici. Stare con lui era sempre un piacere, spassoso e istruttivo al tempo stesso, non ci si stancava mai di ascoltarlo e di conversare insieme. Era capace, quando voleva, di farci ridere a crepapelle. Tra l’altro, ci raccontava di quando gestiva una pizzeria a Tunisi, dei trucchi con cui faceva passare il vino rosso per coca cola e dell’ottusità del fanatismo tipico di ogni religione.
Anche quando veniva nelle nostre sedi (gli faceva piacere e cercava di frequentarle il più possibile) era un’allegria per le compagne e i compagni presenti. Quando prendeva la parola non era mai superfluo e dopo che aveva parlato eravamo più arricchiti, ideologicamente, oppure potevamo perfezionare le decisioni prese.
Solo Iniziativa Comunista poteva essere l’organizzazione che riconosceva e valorizzava le qualità di Mario, tanto che parecchie volte l’ha rappresentata in vari convegni o è stato oratore delle sue manifestazioni. Ricordo quando con soddisfazione ci regalava la frutta e la verdura necessarie per le feste popolari di IC, volendo così dare ad esse un contributo concreto.
Degli ultimi 4/5 anni, lo ricordo quando lo chiamai nella nostra sede di via Sante Bargellini, per informarlo che avevo deciso di aderire a Comunisti Sinistra Popolare, diretta da Marco Rizzo, e per invitarlo a fare altrettanto: anche quel pomeriggio parlammo molto a lungo e poi gli feci la tessera di CSP. Successivamente volle mandarmi alcune opere di Stalin che aveva appositamente stampato.
Uno o due anni fa andai a trovarlo in ospedale (è qualche anno che soffre) ed assistetti, senza alcuna sorpresa, ad una sorta di comizio in mezzo alla camerata nel quale inveiva contro il degrado della sanità e dello stato sociale e invocava la rivoluzione, tra la simpatia e il consenso di alcuni infermieri e qualche altro presente.
Ancora adesso, ho appena appreso della sua morte, mi accorgo di sorridere pensando a lui. Mi aveva promesso di smettere di fumare e non l’ha fatto!
Ci sarebbe tanto bisogno di lui, proprio nei prossimi anni!
La difesa della figura e dell’opera di Stalin e del compagno Mao -che ha impegnato conseguentemente tutta la vita di Mario- riuniva in sé, quindi, la lotta contro l’opportunismo, quella contro gli intellettuali borghesi e quella per il rigore morale ed intellettuale, contro i chiacchieroni e le prostitute (Mario avrebbe usato un altro termine) ideologiche che sono i politicanti e i vari “scienziati”, inaffidabili e voltagabbana.
E’ quasi inutile aggiungere che Mario fosse un laico rigoroso, convinto e capace di far crescere i suoi interlocutori anche su questo terreno e nessuno si sorprenderà di sapere che ridevamo come matti ascoltando anche le sue battute sui preti: nel centro di Roma è maturato storicamente un anticlericalismo (mai volgare o esagerato) che solo qui poteva nascere.
Mario non rappresentava solo il rigore e la coerenza nelle posizioni e nelle idee, non era solo una dimostrazione di quanto sia giusto l’umanesimo comunista e di come il proletariato sia perfettamente in grado di guidare il proprio Partito e, dopo, lo stato.
Quando lui si esprimeva, lo faceva sempre su un piano oggettivo, per ragioni generali (mai particolari o individuali) e solo in virtù dei propri profondi convincimenti ideali.
Chiunque poteva essere in disaccordo con qualcosa che lui sosteneva ma nessuno ha mai potuto essere sfiorato dal sospetto che fosse mosso da interessi personali, da convenienze o da secondi fini (come fanno spesso, invece, intellettuali o politicanti).
Per questo Mario è un modello, un tipico proletario comunista e perciò non poteva essergli attribuito alcun ruolo dirigente, nella sinistra attuale e recente.
Se non sarà diretto da tante e tanti con caratteristiche simili a quelle di Mario, non risorgerà mai un Partito Comunista, forte e autentico come è necessario per il futuro dei giovani e il destino del paese.




Roma 26\04\2015















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