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Onore al compagno Domenico Zanella.

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IL PAPA’ (E NONNO) COMUNISTA.
Di Norberto Natali


SONO RIUSCITI A TRADIRLO PURE AL SUO FUNERALE. Come sciacalli, i politicanti del PD si sono “impadroniti” del microfono aperto nella cerimonia di commiato con cui Tiburtino III° ha salutato lo scorso 25 maggio il compagno Domenico Zanella, militante del PDCI, comunista da sempre.


Tanta gente, malgrado fosse lunedì mattina, quelli che potevano hanno preso dei permessi al lavoro. I politicanti traditori sono venuti a fare la loro passerella e se ne sono andati subito dopo la propria esibizione, infischiandosene della cerimonia e dei presenti.


Se qualcuno che non lo conosceva bene avesse ascoltato i discorsi degli sciacalli non avrebbe saputo che Domenico si era sempre schierato senza esitazioni contro lo scioglimento del PCI, era stato tra i promotori (sulla Tiburtina) del PRC prima e del PDCI poi e si era sempre battuto contro il PD, soprattutto nelle ultime campagne elettorali.


Il senatore Walter Tocci è esattamente l’opposto di Domenico Zanella: si è sempre fatto gli affari suoi, da trent’anni ha scalato tante poltrone, ha sempre fatto finta di essere più di “sinistra” degli altri ma solo per salire sul carro del vincitore, tradendo tutto quello che era necessario compreso, a quanto dice la stampa, Pippo Civati in questi giorni.


Con il suo ipocrita tono curiale-veltroniano, è riuscito a ridurre la personalità e l’identità politica di Domenico a quella di un brav’uomo che fu del PCI (dal cui scioglimento, nel 1991, non si sa cosa abbia fatto) che si interessava dei problemi della borgata perché…. voleva tanto bene agli abitanti di Tiburtino III° (sic!).


Ha aggiunto che il compagno Zanella era solito parlare di politica con lui (senza specificare altro) e lo ha iscritto d’ufficio nel novero di quelli che sono “costruttivi” e non lanciano le pietre.


Il presidente del IV° Municipio –che aspira a diventare consigliere regionale ed è dello stesso quartiere di Zanella dove conta di raccogliere il massimo di preferenze- ha spiegato che Domenico andava nella sezione del PD a parlare amabilmente con lui e gli altri.


Il compagno Domenico Zanella lo conoscevo da circa quarant’anni, era un operaio del Poligrafico ed è stato molto ben ricordato e descritto da un suo ex compagno di lavoro. A lui toccò di succedere, come segretario della storica sezione comunista di Tiburtino III° -significativamente dedicata a Edoardo D’Onofrio- al mitico Angelo Morelli, repentinamente scomparso, ancor giovane, nel 1979.


Per farsi un’idea di quale fosse il prestigio e la capacità di quella sezione del PCI e dei suoi dirigenti -in una borgata povera e difficile che fu una delle “preferite” da Pier Paolo Pasolini- ricordo che nel 1978 si svolse un referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti. La linea del PCI, all’epoca, era di difendere quella legge ed opporsi al referendum: a Tiburtino III° quasi l’80% degli elettori seguì l’indicazione del Partito, nonostante si trattasse di una legge istintivamente antipatica.


Domenico, proprio a partire da quegli anni, svolse un’importante azione da pioniere, tipica del ruolo di avanguardia dei comunisti. Organizzò la lotta contro la droga e per la liberazione di tanti giovani dalla tossicodipendenza. Fondò l’associazione La Tenda che si chiamava così perché tutto cominciò con un’iniziativa di lotta e sensibilizzazione piantando una tenda sulla Tiburtina. In seguito (grazie alle giunte di sinistra) furono ottenuti locali e risorse anche tecnico-scientifiche per seguire questo esperimento. Domenico coinvolse Luigi Cancrini che portò un grosso contributo e utilizzò a sua volta quell’esperienza per approfondire le proprie tesi scientifiche.


All’inizio fu dura e avventurosa insieme: eravamo pochi militanti del PCI e della FGCI animati da lui più alcuni familiari dei giovani ospiti e loro, i protagonisti, ragazze e ragazzi che disperatamente provavano a uscire dalla schiavitù della droga.


Ero giovanissimo e ricordo il dolore e la determinazione di quei giovani, li vedevo per la prima volta “andà a rota” ossia soffrire la sindrome da astinenza, quanto era brutto, come era difficile non sapere bene cosa fare, quanti fallimenti subiti all’inizio. Tutti i moderni provvedimenti e procedure per combattere la tossicodipendenza devono molto a quell’esperienza iniziale e gli anticomunisti che dipingono il PCI come fosse stato un partito uguale agli altri, a quelli attuali o come una burocrazia oppressiva e grigia, devono fare i conti con la vita e la storia di compagni come Domenico. Anche in quell’occasione egli sapeva parlare, orientare, unire scienziati, amministratori, giovani proletari prigionieri della droga e i loro familiari, stanchi e disperati.


Certo che Zanella parlava con tutti cercando l’unità ma in rapporto agli obiettivi (di interesse generale) che lui si proponeva. Non era certo una banderuola che dava ragione a destra e a manca, come potrebbe credere chi -non conoscendolo- avesse ascoltato gli sciacalli del PD, quella mattina. In realtà, da esemplare quadro comunista, egli esprimeva quella che Gramsci indicava come tolleranza degli intransigenti: ossia chi ha convinzioni ferme e sicure può tranquillamente dialogare anche con gli avversari più lontani o gli scettici più difficili. Ogni comunista, inoltre, è così convinto che i suoi ideali e le sue prospettive possono essere condivise da tanti altri che cerca sempre di confrontarsi pacatamente con chiunque (o quasi).


Zanella era un uomo che voleva certamente bene agli abitanti del Tiburtino ma perché “voleva bene” a molti altri o voleva ben altro.


Sono testimone della sua coerente sensibilità internazionalista dal Cile (i famosi Inti Illimani seppero del sanguinoso golpe di Pinochet
mentre erano alla Festa dell’Unità di Tiburtino III°) al Vietnam, a Cuba. Ancora ultimamente è stato uno degli animatori dell’apertura del Parco dell’Unità di Tiburtino III° ad associazioni di lavoratori polacchi, ad attività di beneficenza popolare verso bambini africani e mai è venuta meno la sua solidarietà col popolo palestinese. Poco tempo fa mi disse che non riusciva a pensare, come padre e nonno, alla vita dei bambini di Gaza e delle altre zone occupate.


Molti, soprattutto se sotto i quarant’anni, devono sapere cosa animava, in definitiva, la coscienza di un comunista come Domenico. Si tratta della convinzione che questa società è fondata sullo sfruttamento dei lavoratori, su una concorrenza tra capitalisti nella quale vince chi riduce di più il salario e la dignità dei propri dipendenti e che perciò ogni progresso tecnico-scientifico, ogni aumento della produttività del lavoro si traduce in licenziamenti e maggiore disoccupazione: è una società ingiusta e fallimentare che va cambiata alla radice.

Egli credeva possibile e necessaria una società fondata sulla cooperazione e l’uguaglianza, anziché sulla violenza e l’egoismo, dove tutti abbiano un lavoro e la ricchezza che ne deriva sia distribuita a beneficio di tutti, con criteri di equità e di progresso anziché essere accumulata privatamente da pochi sfruttatori.

Si deve sapere che Domenico era un politico: un operaio, una persona onesta e leale, un padre di famiglia esemplare ma anche un “politico” molto diverso da quelli che si conoscono oggi tra cui coloro che gli hanno ipocritamente reso omaggio. Egli aveva degli ideali e le sue scelte personali erano conseguenti con essi e non sceglieva, invece, gli ideali (anzi le cordate politiche) per i propri scopi personali.


Se Domenico non è mai stato assessore o presidente non è perché fosse un incapace o privo del sostegno popolare: quest’ultimo, anzi, si è manifestato in modo emozionante anche al suo funerale. Egli invece non si è seduto su delle poltrone per coerenza con le sue idee: gli sarebbe bastato cambiare partito o corrente secondo le convenienze (come ha fatto sempre Tocci, per esempio) per ricoprire cariche importanti.


Tutti questi significati, però, si sono sentiti solo dall’intervento del compagno Bruno Ciciani che ha dipinto con precisione e lucidità il vecchio quadro del PCI di Tiburtino e soprattutto dalle poche commosse parole della figlia Rossella, una cara compagna, la quale, con poetica e lucida semplicità, ha spiegato come fosse “un papà comunista”.


Non era solo coerente (onesto e leale) ma anche conseguente. Un padre e un marito esemplare che non ha mai utilizzato i suoi ideali e le sue esperienze politiche per procurare privilegi a sé e alla propria famiglia.


Mi spiace che non sia emerso un altro aspetto della sua generosità, quello che lui forse (almeno per quanto mi ha detto più volte) desiderava di più che fosse ricordato. Lui è stato promotore ed organizzatore di forze politiche, vertenze, associazioni ma al tempo stesso ha dimostrato di essere schivo e modesto. Costruiva delle realtà e poi lasciava che le dirigessero altri, anzi li proponeva, soprattutto giovani, i quali sono sempre stati sostenuti da lui, come alcuni circoli giovanili.


Non posso dimenticare, inoltre, quanto sia stato un buon amico di Iniziativa Comunista e come sia stato spontaneamente (a differenza di certi altri) al nostro fianco quando avvennero gli ignobili arresti delle nostre compagne e compagni. Ricordo quando venne, dopo la mia scarcerazione, a trovarci nella nostra sede e tante esperienze comuni.


Una volta lo feci anche arrabbiare. Era la Festa dell’Unità a Villa Fassini del 1983 e venne a suonare Francesco Guccini. Questo, dopo il concerto, fraternizzò con i compagni e rimase tutta la notte a mangiare, bere e cantare con noi. Poco prima dell’alba, aprii il forno della cucina (gelosamente diretta da Domenico) per prendere qualche peperone ripieno da offrire ai “commensali”. La sera dopo Domenico mi chiese se avevo preso qualcosa nel forno ed io (ingenuamente) gli dissi subito di si spiegando che era servito per offrire qualcosa a Guccini. A mia insaputa, quando avevo aperto il forno, vi era entrato un moscone che aveva rovinato tutte le pietanze preparate per l’indomani. Quella sera, invece del servizio d’ordine come al solito, fui adibito a preparare frettolosamente una peperonata.


Avrei voluto dire queste cose prendendo la parola anch’io alla cerimonia funebre. Purtroppo mi è stato impedito ed è stato subito chiaro il motivo: quando discriminano compagni come me, i motivi sono sempre di un tipo solo. Questa volta gli sciacalli del PD, probabilmente, temevano la mia parola.


Diranno che il microfono era aperto a tutti ma loro sanno benissimo che sono cieco: gli ho fatto sapere che avrei voluto parlare ma si sono ben guardati dal chiamarmi o aiutarmi a farlo. Ben diverso, ovviamente, è stato l’atteggiamento della figlia la quale è venuta lei da me, sapendo le mie condizioni, per consentirmi di esprimerle le mie condoglianze.


Chi ha deciso la mia discriminazione non ha avuto rispetto per il compagno Zanella: io invece si, perciò sono rimasto zitto ed ho accuratamente evitato polemiche.

Meno male che la gente presente ha reso onore come si deve a Domenico: hanno risuonato Bandiera Rossa e l’Internazionale, alla fine dei discorsi hanno gridato in massa “non c’è vittoria, non c’è conquista senza il grande Partito Comunista di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer… e Zanella”, hanno aggiunto con sofferta e affettuosa ironia. Poi in molti hanno salutato la bara che partiva intonando “Su comunisti della capitale”.

Si dirà che stiamo salutando, in questi ultimi anni, tanti valorosi compagni come lui. Può sembrare che questi discorsi e questi valori siano al tramonto, poiché vengono evocati quasi solo nei funerali. Se guardiamo meglio la realtà, invece, quello che è veramente al tramonto, anzi al naufragio completo, è un mondo fondato sull’egoismo, sulla prostituzione morale (e non solo), sull’indifferenza che provocano miseria materiale e spirituale crescente.


La storia e l’etica di compagni come Domenico, in realtà, sono l’unico “salvagente”, l’unico punto di riferimento per salvarci da un fosco destino di un nuovo medio evo tecnologizzato. Il suo insegnamento è una via per il futuro e se sapremo riconquistare giustizia ed uguaglianza, libertà e pace ciò sarà possibile solo perché saremo riusciti a impugnare e a far vincere la bandiera rossa con la falce e il martello, cui il compagno Zanella è rimasto fedele tutta la vita.


Grazie Domenico. Speriamo di saper raccogliere tutta la tua eredità.



Roma, 26 maggio 2015



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