Palmiro Togliatti - proletaricomunistitaliani

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Palmiro Togliatti

Dossier
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Di lui non ne  parlano mai e le rare volte che lo fanno ne parlano male. Vuol dire che  valeva tanto e merita di essere ricordato. Per questo puo' valere la  pena impegnare 15 minuti di lettura per l'articolo che segue

PALMIRO TOGLIATTI: A CINQUANT’ANNI DALLA SUA SCOMPARSA.

Nel cinquantesimo anniversario della morte del compagno Togliatti,  abbiamo preferito non limitarci ad una sua biografia (ne esistono già  parecchie) né avventurarci in analisi ed illustrazioni del suo pensiero e  della sua opera, argomenti che si intrecciano anche con la riflessione e  il dibattito attuale.
Abbiamo scelto, in modo un po’ inconsueto, di  fare una conversazione, solo su alcuni aspetti attinenti la ricorrenza,  con il compagno Norberto Natali.
Per non allungare troppo il testo abbiamo tolto le domande e condensato (un po’ arbitrariamente) le sue risposte.
Nel  corso della discussione, ci ha promesso che presto “vuoterà il sacco”,  raccontandoci quanto sa (anche per esperienza diretta) della lotta  interna al PCI, dopo la seconda guerra mondiale, ovvero, come si direbbe  nel gergo giornalistico, la lotta della componente di Secchia contro i  revisionisti e i liquidatori.
A questo proposito, vi segnaliamo il breve saggio dello stesso compagno Natali sulla figura del compagno Pietro Secchia.

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Alassio,  cinquant'anni fa, era una località balneare molto elegante, in voga tra  i ricconi più di quanto lo sia oggi. Il caffè Roma era uno dei più  grandi e centrali della città. Due o tre camerieri chiesero, al  proprietario, due giorni di permesso per recarsi ad un funerale. “Perché  -chiese costui- è morto qualche vostro parente?”. “Si, il padre di  tutti noi lavoratori” fu la risposta.
Il permesso fu accordato con  grande stupore dei dipendenti i quali, invece, erano pronti a chiudere  il bar e andarsene lo stesso, per recarsi ai funerali di Togliatti.
Me  lo ha raccontato, poche settimane fa, il compagno Pino che era uno di  quei giovani camerieri del bar Roma. Mi ha raccontato anche del suo  viaggio sul treno straordinario (uno dei tanti di quel giorno),  organizzato dal PCI, proveniente dal ponente ligure e diretto nella  capitale. Mi ha descritto la gente che lo affollava, le scene ad ogni  stazione, i ferrovieri con il lutto al braccio e la folla straripante  che giungeva da ogni direzione.
Piccoli episodi come quello di  Alassio, si può dire, accaddero in ogni angolo d’Italia ed anche  all’estero, dato che migliaia di emigrati italiani accorsero da tutta  l’Europa (e anche da altri continenti) per l’estremo saluto al  Segretario Generale del PCI.
I funerali di Togliatti furono molto  simili a quelli di Berlinguer: una impressionante dimostrazione di forza  e maturità del proletariato che dava prova, così, di essere una classe  dirigente, dotata di un’identità e di una potenza propria.
Certo,  data la grande forza e il prestigio del PCI (nonché degli stessi  Togliatti e Berlinguer) alle loro esequie parteciparono ampiamente le  più rappresentative forze della cultura, delle istituzioni, anche dello  sport, ecc. nonché rappresentanze estere (i Partiti Comunisti di tutto  il mondo, paesi socialisti e progressisti di ogni continente, tutti i  movimenti rivoluzionari o di liberazione nazionali e rappresentanti  istituzionali di vari organismi e nazioni) come si trattasse di  importanti capi di stato.
Tuttavia bastava esserci per rendersi conto  che si trattava sostanzialmente di una poderosa manifestazione della  classe operaia e di tutti i lavoratori, riscontrabile direi fisicamente.
Anche  le proporzioni furono simili: circa un milione di partecipanti.  Considerando però la maggiore arretratezza logistica ed economica, la  partecipazione ai funerali di Togliatti fu più significativa dell’altra.
All’epoca  si trattò della più grande manifestazione politica della storia  italiana, forse del più grande raduno di massa in generale.
Essa fu  importante anche perché, proprio in quei mesi, capitò uno dei soliti  “casi strani” che hanno accompagnato il primo mezzo secolo di storia  della Repubblica italiana.
Si tratta del piano Solo e voleva dire  “solo i Carabinieri”. Sarà meglio illustrare questo argomento in un  altro scritto: per ora diciamo che fu un tentativo di colpo di stato,  architettato dall’allora capo dei servizi segreti (il SIFAR) il Generale  dei Carabinieri De Lorenzo e che vide un ruolo molto ambiguo (diciamo  così) dell’allora Presidente della Repubblica, il democristiano Antonio  Segni.
I grandi funerali di Togliatti, punteggiati dai caratteristici  copricapo degli edili fatti con i fogli di giornale, furono anche un  monito per quegli avventurieri: fu come se una folla enorme, in  rappresentanza di masse ancor più vaste, dicesse “se qualcuno vuole  rompersi i denti, noi siamo il pane adatto”.


Il fatto è che  le smanie golpiste, temporaneamente, abortirono lì e tre mesi più tardi  il Presidente della Repubblica si dimise, per ragioni di salute, venendo  sostituito da un sicuro antifascista, il socialdemocratico Saragat che  era stato perseguitato dai fascisti e incarcerato dai nazisti.
Un  paio di anni dopo lo scandalo SIFAR-De Lorenzo divenne pubblico e ci fu  anche una timida parvenza di provvedimenti disciplinari e giudiziari.
Mentre  si trovava nel campo pionieri di Artek, a Yalta, per un periodo di  riposo, Togliatti fu colto da un ictus e circa una settimana dopo -il 21  agosto 1964- si spense. L’indomani la sua salma giunse a Roma e per tre  giorni e tre notti (fino al giorno dei funerali, il 25 agosto) la  camera ardente, allestita presso la Direzione del PCI in via delle  Botteghe Oscure, fu presa d’assalto da decine di migliaia di compagne e  compagni.
La sua bara fu presidiata da centinaia di picchetti d’onore  (si alternavano ogni 5 minuti) tra i quali vaste rappresentanze della  cultura, della politica, della Resistenza ma -soprattutto- dell’intero  proletariato italiano, le donne, i giovani: tutte le più importanti  fabbriche, i portuali, gli edili nonché tutte le categorie di lavoratori  del paese, dai pastori e i minatori sardi, ai braccianti siciliani,  fino agli operai di Bolzano e ai portuali di Trieste.
Ad Artek il  compagno Togliatti, a quanto si sa, riposò ben poco. Incontrò  ripetutamente alcuni dei massimi dirigenti del PCUS, tra i quali Suslov  (responsabile ideologico) Ponomariov (poi responsabile della politica  estera) ed anche -salvo errori- lo stesso Bresnev il quale,  significativamente, capeggiò la delegazione del PCUS ai suoi funerali.
Lo  stesso ictus potrebbe essere indice di una grande tensione  intellettuale ed emotiva anche recente. Un paio di mesi dopo queste  frequenti (e forse inusuali) visite di importanti dirigenti sovietici  nel campo pionieri della Crimea, il Comitato Centrale del PCUS rimosse  Kruscev da Segretario Generale (sostituendolo proprio con Bresnev) ed in  seguito lo espulse dal Partito. Il PCUS, nel giro di otto anni, si era  ricreduto rispetto alla linea (diciamo così) “antistaliniana” e cercava  di rettificare la sua politica, sia pur con luci ed ombre.
Non ho  nessuna rivelazione ”bomba” da fare, tuttavia è mia profonda convinzione  -e molti riscontri la confermano- che il compagno Togliatti fosse  seriamente impegnato, da sempre, contro la improbabile avventura  krusceviana, all’interno del Movimento Operaio Comunista Internazionale.
Non  dimentichiamo che il compagno Togliatti, scomparsi Stalin e Dimitrov,  era il più rappresentativo simbolo dell’Internazionale Comunista e dei  primi gloriosi decenni della storia del Movimento Operaio Comunista  Internazionale. La sua autorevolezza tra i comunisti di tutti i paesi,  inoltre, era dovuta anche alla sua grande levatura teorica e strategica  ed alla sua lunga esperienza di dirigente, nonché dal fatto di essere a  capo del più importante Partito Comunista dei paesi capitalisti.
E’  molto probabile che la rimozione di Kruscev ed il tentativo di  correzione dell’indirizzo “antistaliniano” della dirigenza del PCUS, sia  avvenuto anche con il contributo del compagno Togliatti e  l’incoraggiamento derivante dal suo prestigio.
Si dirà che la mia è  solo un’ipotesi, forse poco più di una suggestione ma ci tengo a  sottolinearla (benché sia sempre disposto a illustrare compiutamente i  motivi della mia convinzione) per una ragione ben precisa.
Negli anni  successivi alla sua morte, si fece un gran parlare del “Memoriale di  Yalta” presentato come una sorta di consapevole testamento politico di  Togliatti ed indicato come una specie di mandato per tutte le avventure  opportuniste e gli “strappi” operati dal gruppo dirigente del PCI nei  decenni successivi.
In realtà, Togliatti non lasciò alcun testamento  politico -è riconosciuto anche da intellettuali borghesi ed  anticomunisti, i quali sottolineano l’assenza perfino di diari  personali- tanto che la sua morte fu inattesa, l’ictus fu improvviso e  lo colpì all’età di 71 anni, non molto avanzata.
Non so se lasciò,  invece, il testamento classico ma voglio ricordare che aveva da parte,  al momento della scomparsa, circa mezzo milione di lire: direi  approssimativamente 7-8.000 euro di oggi. E’ importante ricordare,  concretamente, le qualità di limpidezza ed assoluta intransigenza morale  e coerenza ideale di questi grandi rappresentanti comunisti.
Il  “Memoriale di Yalta” era un insieme di appunti personali, scritti a mano  da Togliatti, per gli incontri di quei giorni di agosto con i dirigenti  sovietici già menzionati. Non li aveva pensati per renderli pubblici,  in funzione di documenti o discorsi successivi. E’ vero che contenevano  giudizi e bilanci, riguardanti la situazione dell’URSS e del Movimento  Operaio Comunista Internazionale e delle sue varie articolazioni,  recanti anche giudizi critici e perfino un certo scetticismo.
Riguardavano  -sia ben chiaro- il PRESENTE (estate 1964) e vennero contrabbandati,  invece, come giudizi (o addirittura bilanci storici) e tesi sul  socialismo, l’URSS e il Movimento Comunista IN GENERALE.
Addirittura  si arrivò a sostenere (senza alcun fondamento) che essi riguardavano  Stalin o il periodo dello “stalinismo” ecc. ecc. In realtà, erano  valutazioni (riservate a discussioni “interne” con esponenti sovietici)  sugli insuccessi di quegli anni e i guasti che -IN QUEGLI ANNI-  rischiavano di prodursi in URSS e nel Movimento Comunista.

In  breve: era un attacco alla politica di Kruscev ed ai suoi risultati,  altro che a Stalin o al Movimento Comunista! Valutazioni che vennero  condivise, appena due mesi dopo, dal Comitato Centrale del PCUS.
Una  sorte analoga a quella del “Memoriale di Yalta” toccò all’intervista di  Togliatti a “Nuovi Argomenti”, rilasciata a commento del XX° Congresso  del PCUS del 1956 (quello in cui Kruscev pronunciò la cosiddetta  “denuncia dei crimini di Stalin”). Basta leggerla per domandarsi come  abbiano fatto i revisionisti e gli intellettuali borghesi -dopo il 1964-  a dire che essa era la denuncia (o l’abiura) dello “stalinismo” da  parte di Togliatti.
In essa, invece, egli contesta chiaramente  l’attacco a Stalin, lo fa con maestria, ricorrendo alle sue proverbiali  capacità. In breve, dice che tutto quel “casino” (riferendosi ai  cosiddetti “crimini dello stalinismo” ecc.) non può essere stato fatto  da un uomo solo ma deve esserci qualcosa che non va più complessivamente  nella società e nello stato.
In tal modo Togliatti sfida gli  accusatori dell’ultima ora di Stalin ad esporsi, ossia a dire cosa non  condividono del socialismo e dello Stato Sovietico, ecc. Togliatti  vedeva, senza tacerlo, come dietro “l’antistalinismo” poteva celarsi, in  realtà, un attacco al socialismo ed un pericolo per i Partiti  Comunisti.
I fatti gli diedero ragione, benché egli sia caduto nello  stesso errore in Italia, ad un certo punto, nel dirigere il PCI. Non si  rese conto (o forse, successivamente, lo comprese parzialmente) che lo  stesso discorso valeva nei riguardi della sua scelta di estromettere il  compagno Pietro Secchia (e molti altri a lui, in un certo senso,  riconducibili) dai compiti di direzione del Partito.
In tale scelta  erano insiti quegli stessi pericoli che porteranno, in seguito, alla  liquidazione del PCI e all’attuale disastrosa condizione del movimento  operaio e della sinistra in Italia.
Non è il caso, in questa sede, di  presentare una biografia (riguarderebbe, comunque, la vita eroica di un  grande comunista) di Togliatti, del resto ve ne sono già diverse,  precise e credibili. Nemmeno si tratta, qui, di fare un’analisi della  sua opera e del suo pensiero: si tratterebbe di un impegno enorme, il  quale, in ultima analisi, sfocia nei problemi teorici, di strategia e di  tattica che abbiamo oggi di fronte, per il presente e per il futuro.
Vorrei  invece, in conclusione, spiegare perché noi –discendenti storici e  politici di Pietro Secchia- rendiamo omaggio alla figura del compagno  Togliatti, ad un grande e valido Segretario Generale del PCI, al  Vicepresidente dell’Internazionale Comunista.
Io stesso, l’anno  scorso, nella ricorrenza del quarantennale della morte di Secchia, ho  accentuato la critica al compagno Togliatti (in merito alla “questione”  Secchia), facendo ricorso a considerazioni abbastanza nuove e rivelando  qualche fatto poco conosciuto (o inedito).
Tuttavia, il compagno  Secchia non ha mai contestato gli indirizzi di fondo della politica del  PCI finché è stato vivo Togliatti, né ha mai ritenuto che egli potesse  essere sostituito da altri alla guida del Partito. Viceversa, Togliatti  non ha mai contestato la figura ed il ruolo storico del compagno  Secchia, né ha mai criticato le sue posizioni politiche.
Una volta,  nel 1961, il Segretario del PCI arrivò a minacciare la costituzione di  una “corrente filosovietica” capeggiata… da lui stesso! Tant’è che -per  motivare la rimozione di Secchia da Vicesegretario- fece ricorso  esclusivamente “all’incidente” di Seniga (si veda il mio articolo del 7  luglio 2013 su questo sito).
Le preoccupazioni (e le contestazioni)  di Secchia e di tante altre compagne e compagni riguardarono le  possibili conseguenze future di certe scelte concernenti l’assetto  dell’organizzazione del Partito, il suo stile di vita e di lavoro, la  selezione (e relativi criteri) dei dirigenti di Partito ai vari livelli.
Queste  preoccupazioni si rivelarono giuste, tanto che -dopo la morte di  Togliatti- da quelle scelte contestate scaturirono conseguenze che  portarono, progressivamente, all’avvento di un gruppo dirigente  revisionista il quale provocò, successivamente, l’usurpazione della  direzione del Partito da parte dei suoi liquidatori.
Con estrema  semplificazione, si potrebbe dire che il PCI, durante la direzione di  Togliatti, fece sostanzialmente bene salvo che privarsi, per così dire,  di quegli anticorpi o di quelle precauzioni che lo avrebbero  salvaguardato da possibili, successivi, errori o deviazioni o  “infezioni”.
Effettivamente la natura del PCI, essenzialmente negli  anni ’70-’80 del secolo scorso, degenerò costantemente, perché non c’era  più la possibilità di fermarla e correggerla.
Tuttavia il PCI è  stato (e rimane) l’unico partito moderno della classe operaia italiana:  per larga parte della sua esistenza autenticamente rivoluzionario, di  classe, internazionalista, connotati rapidamente smarriti nella parte  finale della sua storia, pur rimanendo il partito della classe operaia  italiana.
La nostra critica al compagno Togliatti non disconosce i  suoi meriti e le sue qualità di dirigente comunista, di animatore e  fondatore del PCI e non ha nulla in comune con le critiche rivolte da  altri, non provenienti e non finalizzate alla difesa del PCI e alla sua  identità rivoluzionaria, di classe ed internazionalista.
Tralascio le  critiche della destra, della borghesia e dei suoi propagandisti: vale  la pena considerarle solo per notare come il compagno Togliatti sia  sempre stato il bersaglio degli attacchi più lividi. Buon segno!
Ci sono poi gli attacchi “dell’ultrasinistra” che suddividerei in tre categorie cronologiche.
Quelli  dell’epoca in cui egli era vivo: è sempre più chiaro che si trattava di  provocatori, di agenti della borghesia il cui vero obiettivo era la  disgregazione del PCI e la frantumazione politico-ideale della classe  operaia. C’erano anche dei troschisti che ritroviamo oggi (in alcuni  casi anche individualmente) a sostenere le recenti aggressioni  imperialiste contro la Libia e poi la Siria (per non parlare di quelli  che simpatizzano con i fascisti in Ucraina).
Ci sono poi gli  “ultrasinistri”, antitogliattiani del dopo-1968 (diciamo così). La  credibilità di questi si rileva dal fatto -dopo oltre vent’anni è ormai  chiaro- che non vogliono il Partito Comunista per il proletariato ma  solo (nei casi migliori) un movimentismo sgangherato, intellettualoide e  subalterno. Molto spesso sono stati dei veri e propri complici delle  coalizioni borghesi di questi anni, se non integrati in esse.
Il  compagno Ferrero (Segretario del PRC) per esempio proviene da un  partitino di estrema sinistra, contestatore del PCI e soprattutto  critico verso Togliatti, ritenuto troppo “molle” e “moderato”. E’ bene  essere molto chiari: il PCI non ha mai fatto, dico MAI FATTO (neanche ai  tempi di Natta) le porcate fatte dal governo nel quale il compagno  Ferrero era ministro, nonché dalle coalizioni e dalle varie  amministrazioni locali ad esso collegate.
Infine ci sono i censori  (ultrasinistri) dell’ultima ora del compagno Togliatti, quelli che si  sono scoperti “rivoluzionari” in questi anni. Per questi combattenti  della chiacchiera e dei salotti parla, prima di tutto, la loro stessa  biografia e la loro estrazione sociale (ed anche i loro conti in banca).
Se  fossero degni di un minimo di credibilità, questi cercherebbero di  imparare dal Partito di Togliatti (che fu largamente anche quello di  Secchia), lo avrebbero a modello, pur con tutte le differenze e gli  aggiornamenti del caso, dovrebbero dirci come conquistare un consenso ed  un radicamento tra la classe, sia pure in modo più “rivoluzionario”  invece di fare gli intellettuali solo con chi già vuole dargli ragione.
Difendendo  il compagno Togliatti, valorizzandone la figura e rendendogli omaggio  da tutti questi attacchi noi difendiamo, in realtà, anche il compagno  Secchia e soprattutto difendiamo il PCI, il Movimento Operaio Comunista  Internazionale ed il suo patrimonio ideologico e storico.
E’ questa  la miniera dalla quale dobbiamo, con la nostra fatica e le nostre  risorse, ricavare il materiale necessario per andare avanti nel compito  che ci pone la storia. Come ogni minerale, esso non si trova allo stato  puro in natura (ovvero nella storia) ma ha bisogno di essere estratto e  poi raffinato per l’uso necessario.
Non cadremo nella trappola di  abbandonare la miniera perché alcuni pezzi di minerale ci appaiono, ora,  con qualche impurità facilmente eliminabile. Il nostro oro è questo e  con questa metafora, in realtà, sto sostenendo lo sviluppo conseguente  dei principi contenuti nel “Che fare?” di Lenin.
In questo modo  difendiamo la causa della ricostituzione del PCI, del potere politico ed  economico delle lavoratrici e dei lavoratori, del fatto che il  proletariato può essere la classe dirigente poderosa e cosciente, come  era grazie al PCI, e non solo una massa di servi isolati e senza  speranza, senza identità come vogliono oggi le classi dominanti.

Roma 20/08/2014
 
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