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Palmiro Togliatti

Dossier

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Di lui non ne parlano mai e le rare volte che lo fanno ne parlano male. Vuol dire che valeva tanto e merita di essere ricordato. Per questo puo' valere la pena impegnare 15 minuti di lettura per l'articolo che segue

PALMIRO TOGLIATTI: A CINQUANT’ANNI DALLA SUA SCOMPARSA.

Nel cinquantesimo anniversario della morte del compagno Togliatti, abbiamo preferito non limitarci ad una sua biografia (ne esistono già parecchie) né avventurarci in analisi ed illustrazioni del suo pensiero e della sua opera, argomenti che si intrecciano anche con la riflessione e il dibattito attuale.
Abbiamo scelto, in modo un po’ inconsueto, di fare una conversazione, solo su alcuni aspetti attinenti la ricorrenza, con il compagno Norberto Natali.
Per non allungare troppo il testo abbiamo tolto le domande e condensato (un po’ arbitrariamente) le sue risposte.
Nel corso della discussione, ci ha promesso che presto “vuoterà il sacco”, raccontandoci quanto sa (anche per esperienza diretta) della lotta interna al PCI, dopo la seconda guerra mondiale, ovvero, come si direbbe nel gergo giornalistico, la lotta della componente di Secchia contro i revisionisti e i liquidatori.
A questo proposito, vi segnaliamo il breve saggio dello stesso compagno Natali sulla figura del compagno Secchia, pubblicato nel nostro sito ( www.proletaricomunistitaliani.it) il 7 luglio 2013.

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Alassio, cinquant'anni fa, era una località balneare molto elegante, in voga tra i ricconi più di quanto lo sia oggi. Il caffè Roma era uno dei più grandi e centrali della città. Due o tre camerieri chiesero, al proprietario, due giorni di permesso per recarsi ad un funerale. “Perché -chiese costui- è morto qualche vostro parente?”. “Si, il padre di tutti noi lavoratori” fu la risposta.
Il permesso fu accordato con grande stupore dei dipendenti i quali, invece, erano pronti a chiudere il bar e andarsene lo stesso, per recarsi ai funerali di Togliatti.
Me lo ha raccontato, poche settimane fa, il compagno Pino che era uno di quei giovani camerieri del bar Roma. Mi ha raccontato anche del suo viaggio sul treno straordinario (uno dei tanti di quel giorno), organizzato dal PCI, proveniente dal ponente ligure e diretto nella capitale. Mi ha descritto la gente che lo affollava, le scene ad ogni stazione, i ferrovieri con il lutto al braccio e la folla straripante che giungeva da ogni direzione.
Piccoli episodi come quello di Alassio, si può dire, accaddero in ogni angolo d’Italia ed anche all’estero, dato che migliaia di emigrati italiani accorsero da tutta l’Europa (e anche da altri continenti) per l’estremo saluto al Segretario Generale del PCI.
I funerali di Togliatti furono molto simili a quelli di Berlinguer: una impressionante dimostrazione di forza e maturità del proletariato che dava prova, così, di essere una classe dirigente, dotata di un’identità e di una potenza propria.
Certo, data la grande forza e il prestigio del PCI (nonché degli stessi Togliatti e Berlinguer) alle loro esequie parteciparono ampiamente le più rappresentative forze della cultura, delle istituzioni, anche dello sport, ecc. nonché rappresentanze estere (i Partiti Comunisti di tutto il mondo, paesi socialisti e progressisti di ogni continente, tutti i movimenti rivoluzionari o di liberazione nazionali e rappresentanti istituzionali di vari organismi e nazioni) come si trattasse di importanti capi di stato.
Tuttavia bastava esserci per rendersi conto che si trattava sostanzialmente di una poderosa manifestazione della classe operaia e di tutti i lavoratori, riscontrabile direi fisicamente.
Anche le proporzioni furono simili: circa un milione di partecipanti. Considerando però la maggiore arretratezza logistica ed economica, la partecipazione ai funerali di Togliatti fu più significativa dell’altra.
All’epoca si trattò della più grande manifestazione politica della storia italiana, forse del più grande raduno di massa in generale.
Essa fu importante anche perché, proprio in quei mesi, capitò uno dei soliti “casi strani” che hanno accompagnato il primo mezzo secolo di storia della Repubblica italiana.
Si tratta del piano Solo e voleva dire “solo i Carabinieri”. Sarà meglio illustrare questo argomento in un altro scritto: per ora diciamo che fu un tentativo di colpo di stato, architettato dall’allora capo dei servizi segreti (il SIFAR) il Generale dei Carabinieri De Lorenzo e che vide un ruolo molto ambiguo (diciamo così) dell’allora Presidente della Repubblica, il democristiano Antonio Segni.
I grandi funerali di Togliatti, punteggiati dai caratteristici copricapo degli edili fatti con i fogli di giornale, furono anche un monito per quegli avventurieri: fu come se una folla enorme, in rappresentanza di masse ancor più vaste, dicesse “se qualcuno vuole rompersi i denti, noi siamo il pane adatto”.


Il fatto è che le smanie golpiste, temporaneamente, abortirono lì e tre mesi più tardi il Presidente della Repubblica si dimise, per ragioni di salute, venendo sostituito da un sicuro antifascista, il socialdemocratico Saragat che era stato perseguitato dai fascisti e incarcerato dai nazisti.
Un paio di anni dopo lo scandalo SIFAR-De Lorenzo divenne pubblico e ci fu anche una timida parvenza di provvedimenti disciplinari e giudiziari.
Mentre si trovava nel campo pionieri di Artek, a Yalta, per un periodo di riposo, Togliatti fu colto da un ictus e circa una settimana dopo -il 21 agosto 1964- si spense. L’indomani la sua salma giunse a Roma e per tre giorni e tre notti (fino al giorno dei funerali, il 25 agosto) la camera ardente, allestita presso la Direzione del PCI in via delle Botteghe Oscure, fu presa d’assalto da decine di migliaia di compagne e compagni.
La sua bara fu presidiata da centinaia di picchetti d’onore (si alternavano ogni 5 minuti) tra i quali vaste rappresentanze della cultura, della politica, della Resistenza ma -soprattutto- dell’intero proletariato italiano, le donne, i giovani: tutte le più importanti fabbriche, i portuali, gli edili nonché tutte le categorie di lavoratori del paese, dai pastori e i minatori sardi, ai braccianti siciliani, fino agli operai di Bolzano e ai portuali di Trieste.
Ad Artek il compagno Togliatti, a quanto si sa, riposò ben poco. Incontrò ripetutamente alcuni dei massimi dirigenti del PCUS, tra i quali Suslov (responsabile ideologico) Ponomariov (poi responsabile della politica estera) ed anche -salvo errori- lo stesso Bresnev il quale, significativamente, capeggiò la delegazione del PCUS ai suoi funerali.
Lo stesso ictus potrebbe essere indice di una grande tensione intellettuale ed emotiva anche recente. Un paio di mesi dopo queste frequenti (e forse inusuali) visite di importanti dirigenti sovietici nel campo pionieri della Crimea, il Comitato Centrale del PCUS rimosse Kruscev da Segretario Generale (sostituendolo proprio con Bresnev) ed in seguito lo espulse dal Partito. Il PCUS, nel giro di otto anni, si era ricreduto rispetto alla linea (diciamo così) “antistaliniana” e cercava di rettificare la sua politica, sia pur con luci ed ombre.
Non ho nessuna rivelazione ”bomba” da fare, tuttavia è mia profonda convinzione -e molti riscontri la confermano- che il compagno Togliatti fosse seriamente impegnato, da sempre, contro la improbabile avventura krusceviana, all’interno del Movimento Operaio Comunista Internazionale.
Non dimentichiamo che il compagno Togliatti, scomparsi Stalin e Dimitrov, era il più rappresentativo simbolo dell’Internazionale Comunista e dei primi gloriosi decenni della storia del Movimento Operaio Comunista Internazionale. La sua autorevolezza tra i comunisti di tutti i paesi, inoltre, era dovuta anche alla sua grande levatura teorica e strategica ed alla sua lunga esperienza di dirigente, nonché dal fatto di essere a capo del più importante Partito Comunista dei paesi capitalisti.
E’ molto probabile che la rimozione di Kruscev ed il tentativo di correzione dell’indirizzo “antistaliniano” della dirigenza del PCUS, sia avvenuto anche con il contributo del compagno Togliatti e l’incoraggiamento derivante dal suo prestigio.
Si dirà che la mia è solo un’ipotesi, forse poco più di una suggestione ma ci tengo a sottolinearla (benché sia sempre disposto a illustrare compiutamente i motivi della mia convinzione) per una ragione ben precisa.
Negli anni successivi alla sua morte, si fece un gran parlare del “Memoriale di Yalta” presentato come una sorta di consapevole testamento politico di Togliatti ed indicato come una specie di mandato per tutte le avventure opportuniste e gli “strappi” operati dal gruppo dirigente del PCI nei decenni successivi.
In realtà, Togliatti non lasciò alcun testamento politico -è riconosciuto anche da intellettuali borghesi ed anticomunisti, i quali sottolineano l’assenza perfino di diari personali- tanto che la sua morte fu inattesa, l’ictus fu improvviso e lo colpì all’età di 71 anni, non molto avanzata.
Non so se lasciò, invece, il testamento classico ma voglio ricordare che aveva da parte, al momento della scomparsa, circa mezzo milione di lire: direi approssimativamente 7-8.000 euro di oggi. E’ importante ricordare, concretamente, le qualità di limpidezza ed assoluta intransigenza morale e coerenza ideale di questi grandi rappresentanti comunisti.
Il “Memoriale di Yalta” era un insieme di appunti personali, scritti a mano da Togliatti, per gli incontri di quei giorni di agosto con i dirigenti sovietici già menzionati. Non li aveva pensati per renderli pubblici, in funzione di documenti o discorsi successivi. E’ vero che contenevano giudizi e bilanci, riguardanti la situazione dell’URSS e del Movimento Operaio Comunista Internazionale e delle sue varie articolazioni, recanti anche giudizi critici e perfino un certo scetticismo.
Riguardavano -sia ben chiaro- il PRESENTE (estate 1964) e vennero contrabbandati, invece, come giudizi (o addirittura bilanci storici) e tesi sul socialismo, l’URSS e il Movimento Comunista IN GENERALE.
Addirittura si arrivò a sostenere (senza alcun fondamento) che essi riguardavano Stalin o il periodo dello “stalinismo” ecc. ecc. In realtà, erano valutazioni (riservate a discussioni “interne” con esponenti sovietici) sugli insuccessi di quegli anni e i guasti che -IN QUEGLI ANNI- rischiavano di prodursi in URSS e nel Movimento Comunista.

In breve: era un attacco alla politica di Kruscev ed ai suoi risultati, altro che a Stalin o al Movimento Comunista! Valutazioni che vennero condivise, appena due mesi dopo, dal Comitato Centrale del PCUS.
Una sorte analoga a quella del “Memoriale di Yalta” toccò all’intervista di Togliatti a “Nuovi Argomenti”, rilasciata a commento del XX° Congresso del PCUS del 1956 (quello in cui Kruscev pronunciò la cosiddetta “denuncia dei crimini di Stalin”). Basta leggerla per domandarsi come abbiano fatto i revisionisti e gli intellettuali borghesi -dopo il 1964- a dire che essa era la denuncia (o l’abiura) dello “stalinismo” da parte di Togliatti.
In essa, invece, egli contesta chiaramente l’attacco a Stalin, lo fa con maestria, ricorrendo alle sue proverbiali capacità. In breve, dice che tutto quel “casino” (riferendosi ai cosiddetti “crimini dello stalinismo” ecc.) non può essere stato fatto da un uomo solo ma deve esserci qualcosa che non va più complessivamente nella società e nello stato.
In tal modo Togliatti sfida gli accusatori dell’ultima ora di Stalin ad esporsi, ossia a dire cosa non condividono del socialismo e dello Stato Sovietico, ecc. Togliatti vedeva, senza tacerlo, come dietro “l’antistalinismo” poteva celarsi, in realtà, un attacco al socialismo ed un pericolo per i Partiti Comunisti.
I fatti gli diedero ragione, benché egli sia caduto nello stesso errore in Italia, ad un certo punto, nel dirigere il PCI. Non si rese conto (o forse, successivamente, lo comprese parzialmente) che lo stesso discorso valeva nei riguardi della sua scelta di estromettere il compagno Pietro Secchia (e molti altri a lui, in un certo senso, riconducibili) dai compiti di direzione del Partito.
In tale scelta erano insiti quegli stessi pericoli che porteranno, in seguito, alla liquidazione del PCI e all’attuale disastrosa condizione del movimento operaio e della sinistra in Italia.
Non è il caso, in questa sede, di presentare una biografia (riguarderebbe, comunque, la vita eroica di un grande comunista) di Togliatti, del resto ve ne sono già diverse, precise e credibili. Nemmeno si tratta, qui, di fare un’analisi della sua opera e del suo pensiero: si tratterebbe di un impegno enorme, il quale, in ultima analisi, sfocia nei problemi teorici, di strategia e di tattica che abbiamo oggi di fronte, per il presente e per il futuro.
Vorrei invece, in conclusione, spiegare perché noi –discendenti storici e politici di Pietro Secchia- rendiamo omaggio alla figura del compagno Togliatti, ad un grande e valido Segretario Generale del PCI, al Vicepresidente dell’Internazionale Comunista.
Io stesso, l’anno scorso, nella ricorrenza del quarantennale della morte di Secchia, ho accentuato la critica al compagno Togliatti (in merito alla “questione” Secchia), facendo ricorso a considerazioni abbastanza nuove e rivelando qualche fatto poco conosciuto (o inedito).
Tuttavia, il compagno Secchia non ha mai contestato gli indirizzi di fondo della politica del PCI finché è stato vivo Togliatti, né ha mai ritenuto che egli potesse essere sostituito da altri alla guida del Partito. Viceversa, Togliatti non ha mai contestato la figura ed il ruolo storico del compagno Secchia, né ha mai criticato le sue posizioni politiche.
Una volta, nel 1961, il Segretario del PCI arrivò a minacciare la costituzione di una “corrente filosovietica” capeggiata… da lui stesso! Tant’è che -per motivare la rimozione di Secchia da Vicesegretario- fece ricorso esclusivamente “all’incidente” di Seniga (si veda il mio articolo del 7 luglio 2013 su questo sito).
Le preoccupazioni (e le contestazioni) di Secchia e di tante altre compagne e compagni riguardarono le possibili conseguenze future di certe scelte concernenti l’assetto dell’organizzazione del Partito, il suo stile di vita e di lavoro, la selezione (e relativi criteri) dei dirigenti di Partito ai vari livelli.
Queste preoccupazioni si rivelarono giuste, tanto che -dopo la morte di Togliatti- da quelle scelte contestate scaturirono conseguenze che portarono, progressivamente, all’avvento di un gruppo dirigente revisionista il quale provocò, successivamente, l’usurpazione della direzione del Partito da parte dei suoi liquidatori.
Con estrema semplificazione, si potrebbe dire che il PCI, durante la direzione di Togliatti, fece sostanzialmente bene salvo che privarsi, per così dire, di quegli anticorpi o di quelle precauzioni che lo avrebbero salvaguardato da possibili, successivi, errori o deviazioni o “infezioni”.
Effettivamente la natura del PCI, essenzialmente negli anni ’70-’80 del secolo scorso, degenerò costantemente, perché non c’era più la possibilità di fermarla e correggerla.
Tuttavia il PCI è stato (e rimane) l’unico partito moderno della classe operaia italiana: per larga parte della sua esistenza autenticamente rivoluzionario, di classe, internazionalista, connotati rapidamente smarriti nella parte finale della sua storia, pur rimanendo il partito della classe operaia italiana.
La nostra critica al compagno Togliatti non disconosce i suoi meriti e le sue qualità di dirigente comunista, di animatore e fondatore del PCI e non ha nulla in comune con le critiche rivolte da altri, non provenienti e non finalizzate alla difesa del PCI e alla sua identità rivoluzionaria, di classe ed internazionalista.
Tralascio le critiche della destra, della borghesia e dei suoi propagandisti: vale la pena considerarle solo per notare come il compagno Togliatti sia sempre stato il bersaglio degli attacchi più lividi. Buon segno!
Ci sono poi gli attacchi “dell’ultrasinistra” che suddividerei in tre categorie cronologiche.
Quelli dell’epoca in cui egli era vivo: è sempre più chiaro che si trattava di provocatori, di agenti della borghesia il cui vero obiettivo era la disgregazione del PCI e la frantumazione politico-ideale della classe operaia. C’erano anche dei troschisti che ritroviamo oggi (in alcuni casi anche individualmente) a sostenere le recenti aggressioni imperialiste contro la Libia e poi la Siria (per non parlare di quelli che simpatizzano con i fascisti in Ucraina).
Ci sono poi gli “ultrasinistri”, antitogliattiani del dopo-1968 (diciamo così). La credibilità di questi si rileva dal fatto -dopo oltre vent’anni è ormai chiaro- che non vogliono il Partito Comunista per il proletariato ma solo (nei casi migliori) un movimentismo sgangherato, intellettualoide e subalterno. Molto spesso sono stati dei veri e propri complici delle coalizioni borghesi di questi anni, se non integrati in esse.
Il compagno Ferrero (Segretario del PRC) per esempio proviene da un partitino di estrema sinistra, contestatore del PCI e soprattutto critico verso Togliatti, ritenuto troppo “molle” e “moderato”. E’ bene essere molto chiari: il PCI non ha mai fatto, dico MAI FATTO (neanche ai tempi di Natta) le porcate fatte dal governo nel quale il compagno Ferrero era ministro, nonché dalle coalizioni e dalle varie amministrazioni locali ad esso collegate.
Infine ci sono i censori (ultrasinistri) dell’ultima ora del compagno Togliatti, quelli che si sono scoperti “rivoluzionari” in questi anni. Per questi combattenti della chiacchiera e dei salotti parla, prima di tutto, la loro stessa biografia e la loro estrazione sociale (ed anche i loro conti in banca).
Se fossero degni di un minimo di credibilità, questi cercherebbero di imparare dal Partito di Togliatti (che fu largamente anche quello di Secchia), lo avrebbero a modello, pur con tutte le differenze e gli aggiornamenti del caso, dovrebbero dirci come conquistare un consenso ed un radicamento tra la classe, sia pure in modo più “rivoluzionario” invece di fare gli intellettuali solo con chi già vuole dargli ragione.
Difendendo il compagno Togliatti, valorizzandone la figura e rendendogli omaggio da tutti questi attacchi noi difendiamo, in realtà, anche il compagno Secchia e soprattutto difendiamo il PCI, il Movimento Operaio Comunista Internazionale ed il suo patrimonio ideologico e storico.
E’ questa la miniera dalla quale dobbiamo, con la nostra fatica e le nostre risorse, ricavare il materiale necessario per andare avanti nel compito che ci pone la storia. Come ogni minerale, esso non si trova allo stato puro in natura (ovvero nella storia) ma ha bisogno di essere estratto e poi raffinato per l’uso necessario.
Non cadremo nella trappola di abbandonare la miniera perché alcuni pezzi di minerale ci appaiono, ora, con qualche impurità facilmente eliminabile. Il nostro oro è questo e con questa metafora, in realtà, sto sostenendo lo sviluppo conseguente dei principi contenuti nel “Che fare?” di Lenin.
In questo modo difendiamo la causa della ricostituzione del PCI, del potere politico ed economico delle lavoratrici e dei lavoratori, del fatto che il proletariato può essere la classe dirigente poderosa e cosciente, come era grazie al PCI, e non solo una massa di servi isolati e senza speranza, senza identità come vogliono oggi le classi dominanti.

Roma 20/08/2014



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