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PER CONOSCERE MEGLIO QUESTO PENSATORE.



Questo che fu il candidato di tutta la sinistra in diverse campagne elettorali, appena sei mesi fa ha stilato un progettino, richiesto dalla Confindustria di Pordenone la quale voleva sfruttare il momento in cui la Electrolux formulò il suo ricatto: o taglieggiamo i salari o chiudiamo e andiamo all’estero.

Tanto per chiarire che non ce la prendiamo con una persona sola, il suddetto progettino (di metà gennaio 2014) fu stilato insieme ad altri, per esempio Tiziano Treu, già ministro nei governi di centrosinistra che hanno governato nel 1996 e negli anni successivi.
Anche per lui PRC, PDCI e tutta la sinistra hanno fatto campagna elettorale, ogni volta che si è candidato.


In breve, i “compagni” Illy e Treu (ed altri loro amici) hanno proposto:


- abbattimento del cosiddetto costo del lavoro di oltre il 20% (eliminando dalla busta paga diverse voci conquistate in precedenza dai lavoratori, quali i premi di produzione, indennità di turno e reperibilità, conquiste dei contratti integrativi e aziendali, ecc.).


- obbligo per i lavoratori di svolgere, a piacere del padrone, mansioni diverse (superiori o inferiori) da quelle previste dal proprio livello di inquadramento contrattuale. In pratica, il lavoratore potrebbe essere pagato meno di quanto richiederebbero le mansioni che svolge oppure potrebbe essere sottoposto al “mobbing”.


- ridurre le ferie ad un massimo di quattro settimane (la maggior parte dei contratti collettivi, invece, prevede alcuni giorni in più).


- il precedente obiettivo si può valutare meglio collegandolo al seguente: abolizione delle festività del 2 giugno e del santo patrono, rendendoli normali giorni lavorativi. Così le povere vecchiette vedove dovranno alzarsi alle cinque di mattina pure il giorno di sant’Antonio o di san Francesco!


Questi sono solo alcuni esempi, rappresentativi del programma di questi signori, i quali fanno anche altre proposte, come la instaurazione di un sistema peggiore (a ben vedere) di quello corporativo fascista per privare i lavoratori della più elementare democrazia sindacale.
Secondo loro (al momento solo nel Friuli Venezia Giulia, in via sperimentale) bisognerebbe affidare le vicende sindacali, le relazioni tra aziende e lavoratori e gli accordi contrattuali di un’intera regione, ad una “commissione” composta da nove rappresentanti della Confindustria, nove di CGIL-CISL-UIL (non rappresentanti dei lavoratori o del pluralismo sindacale) più un certo numero di elementi designati dalla regione e dall’università.
I lavori di tale commissione, viene precisato, dovranno rimanere segreti.

Subito dopo aver presentato queste proposte -che superano tutti i desideri e i piani coltivati da Licio Gelli- il nostro Illy ha subito minacciato (il 20 gennaio scorso, sul giornale della Confindustria) la fuga di capitali all’estero, legittimando e giustificando questa pratica come Berlusconi -alcuni anni fa- fece nei riguardi dell’evasione fiscale in generale.
In questo caso ha precisato che protestava anche per un leggero aumento, proposto allora dal governo, del prelievo fiscale sulle rendite finanziarie le quali, fino a quel momento e in parte ancora oggi, erano sfacciatamente privilegiate rispetto alle tasse pagate dai lavoratori, dai pensionati ed anche da altri tipi di reddito.
In realtà, il nostro scienziato del caffè aveva già tentato una “fuga all’estero” di qualcosa: si trattava della sua Princess, una barchetta di appena quattordici metri, una cosuccia da niente, tanto -come disse testualmente- che il fratello si era sentito mortificato quando seppe che un loro compare in affari ne aveva una più lunga.
Avvenne nei primi giorni del 2012: nelle settimane precedenti (con il pretesto dello spreed e della crisi) Monti e la Fornero avevano massacrato le pensioni, costretto tutti a lavorare fino a 66 anni e fatto altre porcate, come l’invenzione degli esodati, ossia buttare sul lastrico centinaia di migliaia di lavoratori che si ritrovarono senza stipendio e senza pensione.
Il medesimo governo prese anche un’altra decisione: chi possedeva barche di oltre dieci metri di lunghezza doveva pagare un’imposta.
A questa notizia Illy -lo dichiarò lui stesso- cercò di portare la sua barca in Croazia: ma non trovò posto, perché i suoi colleghi capitalisti (per lo stesso motivo) avevano già riempito tutti i porti!

Allora protestò duramente sulla stampa e come atto di protesta dichiarò che l’avrebbe venduta, perché era in atto una “crociata contro la ricchezza”, come dimostrava l’aumento delle tasse sulle auto e sulle barche di lusso.
Questo “svegliatore di giovani all’alba”, negli anni ha accumulato centinaia di milioni di euro di profitti, tuttavia ha reagito così quando gli toccò di pagare una tassa di 1.160 (millecentosessanta!) euro all’anno, neanche cento euro al mese.
Chissà come gli brucerà allora la condanna a pagare 700mila euro inflittagli dalla Corte dei Conti. Quando era Presidente del Friuli -questo è il motivo- svendette due grossi edifici, uno era l’ospedale di Palmanova, alla metà circa del prezzo minimo di mercato.
Questi grandi immobili non furono certo acquistati da povera gente! Ora che ci pensiamo, l’imperatore del caffè non ha detto nulla sul debito pubblico e sugli sprechi della pubblica amministrazione.

Confessiamo di non riuscire a capire se le sue varie trovate, questo amministratore incapace, le abbia copiate dalla “flexsecuriti danese” o le abbia ideate per “creare occupazione e rilanciare l’economia”.
Una notizia, infine, vogliamo darla: i figli di Riccardo Illy e dei suoi fratelli lavorano tutti nella ditta dei papà. Non si alzano certamente alle cinque e guadagnano molto più di un operaio ma sono ben più riposati e sereni.
Per questo sono i nostri figli che devono alzarsi alle cinque, per quattro soldi e senza prospettive: per consentire ai figli del “compagno” Illy di vivere nel lusso e spassarsela con la “barchetta”.
…E non vogliono pagare neanche 1.160 euro mentre noi, per una utilitaria, dobbiamo pagare 300-400 euro di bollo.


Roma 08/07/2014





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