proletaricomunistitaliani

Cerca

Vai ai contenuti

SAVOINI E I "RUBLI" AL PCI.

archivio

Share |

SAVOINI E I "RUBLI" AL PCI.
Di Norberto Natali


In questi giorni, non potevano mancare le solite chiacchiere sui finanziamenti sovietici al PCI (è un’ossessione maniacale incessante per i media imperialisti).
È ovvio che questi (ammesso che ci siano stati) non c’entrano nulla con la vicenda attuale di Savoini. Quest’ultima tratta di un commercio tra privati; l’altra, semmai, era l’aiuto della potenza proletaria (non di una società o banca privata) ad un partito proletario e di tali aiuti ha certamente beneficiato la causa dei proletari e non la borghesia.
Sarà bene ricordare a chi rimesta questo argomento (il quale comincia a farci capire meglio perché tanto clamore) che il PCI fu l’unico partito a pubblicare sempre, regolarmente e con la massima evidenza, ogni anno, i propri bilanci. Anche quando ciò non era richiesto per legge. Come mai gli altri partiti non lo hanno mai fatto visto che, certamente, non erano sospettabili di ricevere rubli?
Solo dopo l’approvazione (seconda metà degli anni ‘70) della legge sul finanziamento pubblico, tutti i partiti vennero obbligati a depositare i propri bilanci. Questa norma fu voluta dai comunisti e fu uno dei principali motivi per cui il PCI sostenne quella legge.
Sulla stessa base, i comunisti oggi devono dichiararsi a favore di qualsiasi richiesta che tenda a far luce su ogni finanziamento (estero o meno) ai partiti. Non solo, ma anche alle associazioni e alle fondazioni che ricevono sovvenzioni varie e poi -con diversi espedienti- li trasferiscono ai partiti. Così si capirà come, nelle forme più fantasiose, la borghesia imperialista (anche le sue componenti più ignobili) finanzia tutti e si capirà, quindi, come il facile qualunquismo contro il finanziamento pubblico (benchè sia comprensibile che tanta gente lo appoggi) serve in realtà al tentativo di sottrarsi a questi obblighi di trasparenza.
Il PD, intanto, potrebbe rinunciare ai ridicoli pretesti di “privacy” e rivelare chi sono i partecipanti alle sue cene di finanziamento che hanno pagato 1.000 euro a coperto. Solo grazie ad un procedimento penale, abbiamo appreso che in una di queste cene, il clan Buzzi-Carminati aveva acquistato una decina di posti (10.000 euro) e -se non mi confondo su certe foto divulgate pochi anni fa- c’era anche un signor Casamonica. In ogni caso, né prima né dopo quella legge, nessuno ha mai contestato i bilanci del PCI.
Il Partito è stato l’unico, in Italia, a pubblicare i dati dei propri iscritti: chi ciancia dei rubli al PCI, potrebbe spiegarci perché mai nessun altro partito ha reso noti i dati del suo tesseramento. Non si trattava di un numero. Più volte all’anno, sull’Unità, il PCI rendeva noto via via l’andamento del tesseramento, fornendo i dati di ogni federazione (erano più numerose delle province e alcune all’estero) e li distingueva tra rinnovati, reclutati (i nuovi iscritti), recuperati, ecc.
Lo stesso valeva per la sottoscrizione annuale a favore dell’Unità, i cui dati venivano forniti e aggiornati via via con la stessa precisione. Come mai nessuno ha mai contestato tali dati e nessun altro partito ha mai fatto nulla del genere?
Il PCI aveva tra 1,5 e 2 milioni di iscritti e ciascuno versava una cifra media -approssimativamente- superiore ai 20 euro al valore attuale. Aveva 11.000 sezioni e più o meno tutte svolgevano la propria festa dell’Unità (poi c’erano altre feste provinciali o di altro genere e le mitiche feste nazionali). Nel mio quartiere, per esempio, ogni anno avevamo mediamente un guadagno netto pari ad oltre 5.000 euro attuali (una parte andavano alla direzione e alla federazione).
Poi c’era la sottoscrizione vera e propria: con gli appositi blocchetti andavamo in giro tra la gente proprio a raccogliere contributi per l’Unità. Tolta la parte spettante alla sezione e alla federazione, mandavamo al centro del Partito mediamente, ogni anno, l’equivalente di 1.000-2.000 euro.
Poi, come è noto (i 5Stelle non hanno inventato nulla) gli eletti del PCI davano buona parte delle proprie indennità e dei propri gettoni al Partito, i parlamentari almeno la metà; il PCI aveva tra i 250 e i 300 parlamentari, centinaia di consiglieri ed assessori regionali e un grande numero di sindaci, presidenti ed assessori provinciali e comunali.
Inoltre, il Partito disponeva di un patrimonio immobiliare -per lo più strappato armi in pugno ai fascisti- valutabile forse in alcune centinaia di milioni di euro.
Tanta era la forza del PCI -quindi la sua capacità di autofinanziamento- che dopo la legge sul finanziamento pubblico, il comitato centrale prese una decisione di principio che rispettò sempre: la quantità di risorse proveniente da tale legge (nel bilancio del Partito) doveva essere sempre minoritaria nelle entrate. Il Partito non doveva dipendere (se non in misura limitata) dai fondi dello stato e così fu. L’autofinanziamento (quello sopra accennato) costituì mediamente il 60% delle entrate del bilancio del Partito.
Giova ripeterlo, nessuno ha mai contestato i nostri bilanci, tanto meno quando essi erano sottoposti (dalla fine degli anni ‘70) per legge al controllo di autorità pubblica. Dovrebbero commentare tutto ciò i ciarlatani dei rubli al PCI, prima di parlarne: infatti (sia pure dopo il suo scioglimento) negli anni ‘90 ci fu anche una regolare inchiesta della magistratura, condotta dal procuratore Nordio di Venezia, la quale finì come era prevedibile, con un’archiviazione.
Le innumerevoli inchieste a 360 gradi del pool di “mani pulite” non hanno mai portato ad alcuna imputazione ai dirigenti del PCI, per finanziamento illecito.
Tutto ciò è sufficiente per comprendere che -se aiuto sovietico c’è stato- esso è stato del tutto marginale, una parte minima del bilancio complessivo.
Nei suddetti bilanci del PCI, è sempre stata chiaramente esposta una voce -tra le uscite- sulla quale significativamente nessuno ha mai posto domande: “solidarietà internazionale”. Si trattava di una cifra considerevole ed erano in realtà gli aiuti di vario genere o comunque le spese che il Partito affrontava per sostenere i Partiti fratelli e le battaglie rivoluzionarie un po’ in tutto il mondo. Si, diciamolo il segreto di Pulcinella: il PCI spendeva molti soldi per aiutare i compagni cileni, sotto il regime sanguinario di Pinochet; quelli spagnoli, greci e portoghesi, finché erano oppressi da feroci dittature fasciste; quelli di tanti altri paesi come il Sudafrica e tante battaglie internazionaliste e forse -in qualche caso- anche i compagni di Partiti fratelli che erano al governo di paesi oppressi da una povertà antica e costantemente accerchiati e provocati dall’imperialismo.
Se nessuno ha mai chiesto cosa significassero tutti quei soldi spesi sotto la voce “solidarietà internazionale” non è un problema mio ma dei chiacchieroni anticomunisti: se per quei motivi arrivavano anche rubli, ovvero era “anche” un modo per veicolare la solidarietà sovietica a tanti popoli eroici non lo so, non posso escluderlo e se così fosse ne sarei orgoglioso, sarebbe un altro motivo per essere fiero del PCI e dell’URSS e certamente lo rifarei, se potessi.
Tanti anni fa ero a Melissa, onorato paese rosso della Calabria, noto perché nel 1949 i contadini poveri occuparono delle terre incolte per lavorarci e la polizia di Scelba fece una strage.
Allora fu fondata la cooperativa Fragalà (dal nome del fondo all’epoca occupato). Poco dopo quei tragici avvenimenti, ci fu il 70° compleanno di Stalin e i contadini di Melissa inviarono per regalo 70 bottiglie del loro vino (è fantastico, lo garantisco) a Mosca. Il compagno Stalin ringraziò regalando alla cooperativa Fragalà un trattore. Le mie informazioni si perdono un po’ nella nebbia dei tempi ma sembra che dopo poco di questo trattore non c’era più traccia. Chissà se esso era mal funzionante o i compagni non sapevano adoperarlo e magari lo fecero sparire per evitare figuracce o polemiche. Non si sa.
Vent’anni fa, a Melissa, il trattore scomparso era ancora uno dei più qualificanti e preferiti temi di polemica della destra locale. Una sera mi trovavo in un bar e teneva banco un amabile maresciallo dei carabinieri in pensione, consigliere comunale di centrodestra. Ero lì da pochi mesi e già ero stufo dell’argomento più dei saggi e pazienti compagni di Melissa. A un certo punto lo apostrofai con educazione e gli dissi che mi meravigliavo di come proprio lui facesse ancora delle domande, non avesse capito. Continuai spiegandogli con candore che era evidente che i compagni, all’epoca, avevano venduto di nascosto il trattore per comprare delle armi e tenerle pronte per la rivoluzione! Tutti risero e i povero maresciallo rimase esterrefatto; però da quel giorno non sentii più parlare del trattore di Stalin (e neanche i ROS, visto che quando fui arrestato proprio a Melissa, non sapevano di quelle armi di cinquant’anni prima! :-)).
Non scherzava, invece, il compagno Santino Picchetti, al quale sono molto affezionato e mi onora della sua amicizia e -spero- anche della sua stima. Egli è una di quelle figure che illustrano la grande forza del PCI, è stato segretario della FIOM, della Camera del Lavoro e poi deputato comunista di Roma. Avendo superato i novant’anni, ha recentemente scritto un libro di memorie, nel quale racconta anche di uno dei vari “allarmi”, negli anni ‘70, di colpo di stato fascista. Prima di un fine settimana, i compagni trafugarono di nascosto tutto il materiale utile (soprattutto quello per stampare e comunicare) dalla Camera del Lavoro di Roma, si procurarono dei luoghi clandestini dove depositarlo e molti di loro si diedero quasi alla macchia, ovvero si rifugiarono per un paio di notti in case dove non potevano essere eventualmente arrestati.
Come disse Berlinguer in quegli anni, nel suo discorso di insediamento come Segretario generale, il PCI era pronto a combattere su tutti i piani e con ogni mezzo in caso di colpo di stato e avvisò testualmente la DC che si sarebbe “rotta la testa” se avesse ceduto a certe tentazioni.
Oggi nessuno si sogna più di discutere dei finanziamenti stranieri alla “spedizione dei mille” tanto meno di denigrare quest’ultima per quel motivo. I garibaldini hanno combattuto, sparso il loro sangue e vinto per avere la libertà ed una patria indipendente. E ben venga tutto ciò che ha favorito questo cimento.
In caso di colpo di stato, il PCI poteva perdere le sue entrate e gran parte delle sue risorse, perciò è del tutto verosimile che pensasse a riserve strategiche in caso di necessità, accettando anche l’aiuto di Partiti fratelli come quello sovietico. Per lottare contro un’eventuale nuova dittatura, non per l’attività democratica corrente, non ne aveva bisogno. Avremmo accettato anche i rubli, per reagire, combattere, morire e poi vincere per la classe operaia e per la patria, come hanno sempre fatto i garibaldini e poi i comunisti.
Se così è stato, sono fiero del mio Partito che non ha rinunciato a nulla, neanche ai rubli, per la libertà e l’indipendenza del nostro paese.
Ora, però, per favore, qualcuno mi dica cosa c’entra tutto questo con la stupida storia di Savoini e il clamore di questi giorni!


Roma 17/07/2019



______________________________________________________________________________________________________________


SEGUICI ANCHE SU FB

Home Page | Primo piano | Aree tematiche | Dossier | Agitprop | Contatti | archivio | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu