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Tocci come i Savoia

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TOCCI COME I SAVOIA

La lunga storia di “Uolter T.”, che dopo tante avventure si è dimesso da senatore del PD



È cresciuto ai Parioli, frequentandone la parrocchia. In un’epoca in cui noi della FGCI potevamo sembrare la parte moderata della gioventù, lui era ben diversamente orientato (o disimpegnato).

Si diplomò in una scuola dei “signori” e poi si laureò. Su raccomandazione della curia fu assunto alla Selenia, un’industria militare collocata nella zona Tiburtina di Roma. Era ingegnere, un quadro di alto profilo professionale, non un operaio. Date le sue origini socio-politiche, nei primi anni ’70 militò nella CISL, come il gruppo dei suoi compagni di lavoro e di attività sindacale e politica a cui era legato. Verso metà degli anni ’70 si iscrisse al PCI, che si apprestava a governare Roma.

Da “pariolino” a dirigente del Pci


Poco dopo successe uno di quei fatti “strani” che hanno caratterizzato, soprattutto, la parte finale della storia del PCI. Qualcuno decise che doveva diventare un dirigente: così, di colpo, senza alcuna particolare motivazione o merito, senza essere provato sul campo né avere alcuna anzianità di Partito.

Divenne, in un periodo contrastato e complesso, dopo il 1976, funzionario di Partito a tempo pieno. Qualcosa doveva suggerirgli che poteva lasciare l’importante (e più remunerativo) impiego di ingegnere della Selenia.
Divenne responsabile del PCI della zona Tiburtina. Essa raccoglieva solo il 5/6 % della popolazione capitolina ma era il cuore (e il polmone) rosso e operaio di Roma. Vi erano la maggioranza delle fabbriche, le grandi borgate proletarie che frequentava Pasolini. Non vi era dubbio per quale motivo Mussolini cambiò i piani della marcia su Roma, ritardandola di tre giorni, pur di non far passare una parte dei suoi delinquenti sulla via Tiburtina.
Questa zona, nel complesso, aveva una popolazione simile a quella di Livorno o Modena e il PCI riscuoteva percentuali di voto anche un po’ superiori a quelle ottenute in queste due città. Nel suo centro, nel raggio di circa un chilometro, vi erano ben tre sezioni con circa 2.000 iscritti complessivi e si svolgevano tre grandi Feste dell’Unità. In tutta la zona vi erano migliaia di militanti comunisti, nonché la FGCI più forte di Roma (nei momenti più difficili) e ben 15 sezioni comuniste. Diversi dirigenti di queste, benché anche giovani, erano dei veri capipopolo nella propria borgata. L’impiegatuccio, cattolico e di origini parioline, fu messo a capo di questa zona.

La carriera continua...


Dopo un paio di anni accadde un altro fatto ancor più “strano” del precedente: al Congresso nazionale del PCI, in modo ancor più sorprendente ed immotivato, “Uolter” Tocci fu eletto nel Comitato Centrale del Partito.

Subito dopo festeggiò questa nomina con alcuni suoi compagni di lavoro e di Partito (in gran parte ingegneri della Selenia) presso la trattoria Il Frustone durante la quale risero molto dei “marpioni” (come dissero testualmente) delle Botteghe Oscure (bisogna dedurre che tra questi “marpioni” si intendessero anche Berlinguer e Petroselli). Da quel momento l’impiegatuccio ebbe una metamorfosi: in nome del “rinnovamento” cominciò una persecuzione contro i quadri proletari storici che dirigevano diverse sezioni della sua zona, provocando crisi, seminando confusione, debilitando il Partito e infine gettando tutta la zona in una crisi e in una spaccatura dalla quale, in sostanza, non si riprese più.

Mai senza una poltrona...


Così il nostro “Uolter” si guadagnò il suo primo ruolo istituzionale (e da allora ha sempre avuto –oltre trent’anni- una poltrona): Presidente della V° circoscrizione, all’epoca il municipio rosso di Roma. Da questa poltrona (e da componente del Comitato Centrale del PCI) intorno al 1987 (dopo aver “sistemato” la Tiburtina) guidò (se ne è vantato in pubblico anche recentemente) una sorta di golpe nel PCI romano. Era l’espressione locale di quello condotto da Occhetto e altri (D’Alema, Veltroni e seguaci) con l’estromissione di Natta al fine di avviare lo scioglimento, appena due anni dopo, del Partito.

Anche a Roma avvenne lo stesso: Tocci capitanò un gruppo di giovani rottamatori ante litteram che eliminarono o sottomisero tutto il vecchio gruppo dirigente del Partito, più legato alle amministrazioni Argan-Petroselli e perfino alla storia delle borgate, per mettere in sella il gruppo che – in sostanza – governerà (o devasterà, secondo i punti di vista) la sinistra romana e la città stessa con Rutelli e Veltroni. Grazie a questo golpe, pardon “rinnovamento”, “Uolter T” si assicurerà il ruolo di Vicesindaco negli anni ’90.
A questo punto bisogna rimediare ad una mancanza di queste brevi note; Tocci è sempre stato “di sinistra”: lo era quando emarginava i quadri di classe del PCI sulla Tiburtina, lo fu quando “prese il potere” nella Federazione romana e lo rimase sempre, fino ad oggi. Ancor più lo fu nel periodo dello scioglimento del PCI (1989-1991): fu il più illustre esponente locale del cosiddetto “fronte del NO” che si opponeva al cambiamento di nome e simbolo del Partito. Nel 1991, infatti, divenne subito un dirigente del PDS, per aderire poi, senza alcun problema, ai DS e infine al PD (ovviamente da “sinistra”).


Il Vicesindaco Rambo

La metamorfosi dell’impiegatuccio pariolino lo vedrà diventare una specie di Rambo come Vicesindaco di Roma. Valga per tutto il resto il modo in cui ha affrontato, in prima persona, la questione dei trasporti e della viabilità. Proprio lui che oggi ciancia di “asticella dei diritti” dei lavoratori e di conflitti di coscienza.

Egli fu come il califfo Al Bagdadi per gli autoferrotranvieri, categoria di punta del proletariato e della sinistra romana. Li perseguitò implacabilmente, giungendo col suo compare Rutelli ad invocare un illegittimo licenziamento (proprio il contrario di quanto fece Petroselli) contro dei tramvieri che avevano scioperato. La loro lotta non era per rivendicazioni proprie ma per difendere i giovani che sarebbero stati assunti in seguito.
Oggi a Roma, dopo Tocci, non c’è più solo l’ATAC ma anche un’azienda privata che serve (si fa per dire) le periferie, la TPL. I giovani della TPL, come tanti altri autoferrotranvieri, devono sapere che le condizioni di bassa retribuzione e di supersfruttamento, il lavoro nella paura e sempre di corsa, senza neanche poter fare pipì, hanno origine nella scellerata politica del Vicesindaco Tocci e contro di essa, nell’interesse dei giovani e dei lavoratori di oggi, scioperarono nel 1997 i tramvieri. “Licenziateli” fu la risposta dell’allora Sindaco Rutelli, spalleggiato dal suo Vice “Uolter T”.


La “cura” Tocci
Non solo Tocci è stato un rottamatore (“di sinistra”, beninteso) esattamente a partire dall’anno in cui Renzi è nato; ma lui, il Job Act lo ha fatto contro i tramvieri e altri quando l’attuale capo del governo aveva da poco smesso di fare il boy scout.
Chi oggi gira a Roma, soprattutto chi fruisce (si fa per dire) dei trasporti pubblici deve sapere che le loro condizioni vanno fatte risalire alle responsabilità di “Uolter T”, all’epoca Vicesindaco e coordinatore delle politiche della mobilità. Solo Alemanno è riuscito a fare di peggio, ma aveva la strada già spianata.
I tassisti sono una categoria molto importante nella capitale, lavorano (con vizi e virtù) senza farsi sfruttare e senza sfruttare nessuno.
Erano una categoria storicamente di sinistra, antifascista, in maggioranza orientata verso il PCI, il quale era molto ben organizzato in essa. Quando il Partito (quello romano da solo) riempiva completamente piazza San Giovanni con le sue manifestazioni, spesso arrivava il corteo dei tassinari. Un lunghissimo serpentone composto da centinaia di auto schierate in modo ordinato, ciascuna col manifesto “Vota comunista” incollato sul cofano e la bandiera rossa sul tettuccio, suonando i clacson ritmicamente tutti insieme: la folla li applaudiva, anche un po’ emozionata.
Sono bastati pochi anni di “cura Tocci” (quella somministrata pure ai tramvieri) per far prendere, nella categoria, il sopravvento ai fascisti: quando Alemanno divenne Sindaco di Roma molti tassisti fecero trionfali caroselli nel centro di Roma.
In questi anni, infine, ha condiviso, politicamente, tutte le malefatte della sua parte, tutte le porcate di tre anni di governi PD-Forza Italia, compresa la Legge Fornero e la sua modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

La sinistra delle chiacchiere


Per riciclarsi meglio, a differenza di tanti altri che hanno le sue stesse responsabilità politiche per questi ultimi trent’anni, ha trovato più conveniente schierarsi con Civati.

E’ di ieri un altro atto tipico di tutta la sua vita: a chiacchiere si è proclamato di sinistra (o contrario alle odiose politiche renziane) e nei fatti ha votato la fiducia al governo. Non una fiducia qualsiasi ma quella che dà all’Esecutivo, in bianco, il potere di massacrare ulteriormente la dignità dei lavoratori, il futuro dei giovani, la democrazia reale. Perciò continua a prendere in giro, come sempre, quelli che gli danno retta in buona fede.
Di quale contrasto tra interessi dei lavoratori e disciplina (in sé anche comprensibile) di partito va parlando? Se è vero –come ammette lui stesso- che le infami misure richieste ieri dal governo non fanno parte del programma sulla base del quale il governo stesso è stato eletto dal Parlamento, né del programma del suo partito con cui egli è stato eletto senatore, allora avrebbe dovuto votare, in modo trasparente e coerente, la sfiducia. Proprio per lealtà verso la sua “parte politica” e il mandato dei suoi elettori.
Ora sembra che un brivido di stupore ed ammirazione, per tanto ardire del nostro “Uolter T”, percorra buona parte del web e dell’informazione, forse quella più interessata: si sarebbe dimesso da senatore (forse per non dare problemi o, chissà, far subentrare qualcuno più gradito).
Come la responsabilità penale è individuale, così quella politica è collettiva al massimo e solidale, ossia riguarda tutti quanti sono collegati ad un fatto o ad un’organizzazione.

Come i Savoia
I Savoia si dissociarono da Mussolini -all’ultimo momento e quando ciò gli conveniva- ma questo non bastò a cancellare le loro colpe che pagarono appena possibile. Avevano portato il fascismo al potere, lo avevano assecondato per oltre vent’anni, ricavando vantaggi e benefici da ciò, ed erano pienamente responsabili di tutte le malefatte compiute in quel periodo e delle disastrose condizioni in cui venne a trovarsi l’Italia. Non servì a nulla, al re, il tentativo di scaricare tutte le colpe solo su Mussolini e il fascismo, con l’illusoria pretesa di continuare a regnare anche dopo la Liberazione.
Allo stesso modo non può bastare a Tocci il suo presunto gesto di protesta (ma lo confermerà? Andrà fino in fondo o si riciclerà?) per annullare tutte le sue responsabilità; una vita intera sempre verso destra (dal cuore rosso e proletario del PCI al governo Renzi, passando per le odiose persecuzioni contro i tramvieri romani) proclamandosi “di sinistra”, il che gli risulta sempre più facile, man mano che passa il tempo.
Non gli basterà, ammesso che voglia farlo, gettare tutte le colpe solo su Renzi o sulle sue malefatte di oggi. Ora che la sinistra è distrutta, il movimento operaio agonizzante, i lavoratori ridotti alla miseria e alla paura, i giovani senza futuro, la Costituzione e i valori della Resistenza quasi pronti ad essere gettati nell’immondizia, ci sono dei “Savoia” odierni che devono rispondere di tutto ciò. Anche perché senza di loro, con tutta probabilità, non avremmo avuto Renzi né le odiose misure imminenti.
Valter Tocci è uno di questi Savoia della sinistra italiana, solo uno dei tanti e neanche di prima fila.

Roma 09/10/2014

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