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Un governo coloniale

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UN GOVERNO COLONIALE


(di Norberto Natali)


Un governo (o governatorato) coloniale è tecnico per eccellenza. Deve solo fare in modo che la colonia “funzioni” secondo le direttive e le necessità dello stato imperiale occupante. Non deve cambiare nulla nei rapporti tra le diverse classi, né perseguire alcuna finalità morale, sociale, ambientale verso cui indirizzare le scelte economiche e le proprie condotte operative. Al contrario, i “tecnici” devono garantire gli standard predatori dei dominatori sottomettendo ad essi anche l’ambiente, la moralità e le eventuali conquiste sociali della colonia.
Ciò non significa che il governo tecnico (coloniale) non abbia una precisa natura politica e di classe e lo stesso vale per i contenuti delle sue scelte. Il governo Monti deve garantire la distruzione delle conquiste sociali delle classi lavoratrici italiane (alcune delle quali comuni a quelle di altri paesi europei) e svendere tutto ciò che resta delle ricchezze e del patrimonio nazionali –a costo di devastare ulteriormente l’ambiente ed accentuare il degrado della morale e dello spirito pubblico già in gravi condizioni dopo tanti anni di berlusconismo e regime bipolare- nell’illusorio tentativo di puntellare i conti, sempre più scricchiolanti, dell’imperialismo europeo.
Il paragone con il colonialismo è un po’ forte (ma non fuorviante): certamente la storia non si ripete, dopo due secoli, come la replica di un telefilm. Questa provocazione può continuare alludendo anche ad altri generi di colonie: come quelle della gramigna o degli organismi microbiologici nocivi. I virus (o altri parassiti infettivi), per esempio, colonizzano la propria preda.
Il governo Monti, per così dire, vede la malattia dal punto di vista del virus: quindi deve subordinare la vita concreta (ed i suoi riflessi morali e culturali) dei lavoratori, dei giovani, delle donne nonché la ricchezza nazionale e le nostre risorse naturali ed ambientali a parametri quali il deficit, il debito, gli spread, i tassi, ecc., secondo le necessità –giova ripeterlo- del traballante imperialismo europeo. Un po’ come i virus devono condizionare i valori e le funzioni del corpo ospite (per questo a volte lo ammazzano) alle proprie esigenze.
Questo modo di vedere la malattia dal punto di vista del virus si riflette anche nella sinistra nostrana. Soprattutto quando parla solo di banche, di Europa dei banchieri, di “finanza” intesa come sfera diversa dall’industria capitalista: non è sufficiente ad insospettire i nostri sinistri il fatto che la borghesia imperialista, la sua stampa e i suoi politicanti –quando si rivolgono all’opinione pubblica- se la prendono continuamente proprio con le banche e i banchieri. Non basta più la “casta” come capro espiatorio.
Certo, le banche esistono con una funzione decisiva nel meccanismo economico dominato dai monopoli finanziari internazionali; tuttavia il capitale finanziario (terza caratteristica dell’imperialismo, indicata con precisione scientifica da Lenin) è proprio la fusione del capitale bancario con quello industriale: per noi comunisti, quindi, dei famigerati “mercati finanziari” sono responsabili proprio gli Agnelli (e i Marchionne), i Tronchetti Provera, le Marcegaglia e i Della Valle e non generici “banchieri” distinti da questi.
Prendersela oggi con le banche (solo con loro, come entità separata ed autonoma) è come prendersela con il capo del personale per i licenziamenti in un’azienda. Non esiste una finanza malvagia, responsabile della crisi e separata dai capitalisti o dagli industriali moderni, ossia i monopolisti finanziari (nel senso che hanno superato la separazione ottocentesca tra capitale bancario ed industriale) internazionali, i quali farebbero, invece, “l’economia produttiva”.
Una delle principali radici del neorevisionismo -a sua volta metamorfosi di una delle principali caratteristiche del revisionismo classico (ossia i socialdemocratici)- è la pretesa che ci sia (anche nelle condizioni storiche italiane o europee degli ultimi decenni) un capitalismo “cattivo”, dedito alla speculazione finanziaria, al malaffare, alla corruzione, all’intreccio con le mafie, mentre, simultaneamente, esisterebbero capitalisti “buoni”, estranei ai primi (ed anche un po’ vittime di questi), interessati ad onesti investimenti produttivi, fonte di occupazione, desiderosi di efficienza e buona amministrazione della cosa pubblica.
Da tali fantasiosi presupposti, sono scaturiti orientamenti –pur molto differenziati tra loro- che propugnavano l’alleanza tra la classe lavoratrice (la sinistra) e le forze “sane” della borghesia “produttiva”: è stata l’origine anche della deriva del PCI ed il fondamento della penosa stagione del centrosinistra che ancora si trascina con i suoi frutti avvelenati.
Si tratta della fatale illusione che ci sarebbe un modo giusto ed onesto di amministrare il capitalismo affinché la società non sia ghermita e depredata dagli “speculatori finanziari”, dai banchieri, ecc.
Per questo mi limito ad un solo esempio: la nuova grande compagnia ferroviaria che il signor Montezemolo (se non erro proprio con Della Valle come socio) ha messo sul mercato in concorrenza con le Ferrovie dello Stato. E’ un’impresa industriale classica e proprio per questo i capitali da cui trae origine vengono dai mercati finanziari (frutto di speculazioni finanziarie, altrimenti non sarebbero disponibili) ed i profitti di questa nuova società torneranno sui mercati finanziari, per questa via saranno in parte reinvestiti nella compagnia di provenienza ed in parte in altre imprese.
Non esiste, insomma, una fantasiosa “finanza” (o banche e banchieri) intese come realtà separata e diversa dall’industria capitalistica: per questo gli esponenti della sinistra che continuano ad enfatizzare eccessivamente il ruolo della cosiddetta speculazione finanziaria o delle banche (mettendo in ombra le responsabilità ed il ruolo del capitalismo in quanto tale) vedono –a modo loro- la malattia dal punto di vista del virus. Ovvero sono asserviti all’ideologia borghese. Per noi la “speculazione finanziaria” più grande e grave, la matrice di ogni altra speculazione, rimane l’estrazione del plusvalore dal lavoro operaio, ovvero i capitalisti si appropriano di una parte del prodotto del lavoro in modo tale che gli operai lavorino gratis per una parte delle loro giornata.
Per questo possiamo guardare la malattia dal punto di vista del paziente, della preda dei parassiti. Per noi sono gli spread, gli indici di borsa, i tassi di cambio e quant’altro ad essere incompatibili con la nostra vita, quanto meno con ciò che dovrebbe essere secondo un ordine naturale e storico.
Dopo venti anni di tagli dei salari, delle pensioni e dell’occupazione; di smantellamento dei diritti dei lavoratori e di estensione della precarietà; di privatizzazioni e riduzione dei servizi e dello stato sociale: qual è il programma di Monti? Cosa vogliono le istituzioni europee e il 90% dei parlamentari italiani che sostengono l’attuale governo? Colpire ancora di più le pensioni, liberalizzare i licenziamenti, svendere e privatizzare tutto quanto è possibile: HANNO INCARICATO IL PIROMANE DI SPEGNERE L’INCENDIO!
Se questo fosse il governo delle banche (con il significato sottinteso che sto criticando) sarebbe veramente curiosa la grande importanza che assume la facilitazione dei licenziamenti nell’industria.
Il governo Monti promette equità, ossia i sacrifici non peseranno solo sui soliti noti ma saranno distribuiti tra tutte le fasce sociali. Le meno abbienti, anzi, pagheranno di meno o forse per niente.
Non si potrebbe dire nulla di più iniquo e assurdo: i giovani proletari, oggi, possono aspirare ad una remunerazione complessiva (considerando salari, pensione e TFR) della loro vita lavorativa inferiore alla metà di quella dei loro coetanei di venticinque anni fa; subiscono una disoccupazione che è più del triplo di quella dei loro predecessori e la precarietà del mercato del lavoro è quasi assoluta (mentre, un quarto di secolo fa, le varie forme di lavoro nero riguardavano una minoranza dei giovani occupati); per i pochi che lavorano aumenta l’orario di lavoro (non a parità di salario ma a fronte di un suo calo), considerando anche la durata della vita lavorativa necessaria; procurarsi un’abitazione decente (in un grande centro urbano o nel suo hinterland) richiede una quota di salario almeno tripla di quella di un tempo; mantenere un figlio, oggi, per una coppia con entrambi lavoratori è difficile almeno quanto lo era in passato mantenere due figli in una famiglia monoreddito; i servizi e le prestazioni dello stato sociale peggiorano in tutti i campi.
Grazie a ciò, le varie categorie borghesi hanno potuto mantenere (in qualche caso migliorare) il proprio tenore di vita e comunque ampliare la sua distanza da quello dei lavoratori. Le uniche misure eque, quindi, sono un consistente aumento dei salari, la riduzione dell’orario di lavoro, il rilancio degli investimenti sociali pubblici ed un profondo rinnovamento del mercato del lavoro (per esser brevi: in direzione totalmente opposta a quella indicata dal signor Ichino).
Anche per queste elementari indicazioni immediate, sarà necessario intensificare la lotta per la ricostituzione del PCI e non perdersi dietro chimere movimentistiche ed estremistiche. Ciò è ancor più necessario per far fronte ad un’originale manifestazione del “sovversivismo” (l’espressione è di Gramsci e risulta anche oggi esattissima) delle classi dominanti le quali, per effetto delle proprie inestricabili contraddizioni, entrano in antagonismo perfino con la democrazia borghese, ricoprendo un ruolo sempre più eversivo (ed in futuro, forse, anche terroristico). Figuriamoci che alcuni vogliono sciogliere (o comunque superarne il ruolo) perfino la Confindustria!
Si tratta di ambienti del potere borghese (niente affatto marginali) i quali, di certo, non agiscono in questo modo per fare un piacere a noi.
Il punto è che ancora oggi, in misura sempre più ridotta, tra le famiglie dei lavoratori c’è chi desidera fare un viaggio o consentire ad un figlio degli studi specialistici. Tutto questo dovrà finire, i lavoratori dovranno accontentarsi del necessario per sopravvivere ai livelli minimi di sussistenza, quelli sufficienti a poter lavorare, in una spirale -solo apparentemente paradossale- di aumento costante sia della disoccupazione, sia dell’orario di lavoro e dell’intensità dello sfruttamento degli occupati.
Insomma, più di quanto non sia già oggi così, bisognerà sopravvivere per lavorare e basta. Proprio come gli abitanti delle colonie avevano, al massimo, la concessione di poter sopravvivere nella loro terra per servire la potenza occupante.
La necessità, storicamente determinata, di resistere alla caduta del saggio di profitto dei capitali richiede un’intensificazione tale dell’estrazione di plusvalore (semplificando: togliere di più a chi lavora per non far “girare a vuoto” l’enorme massa di capitali in circolazione) che genererà le suddette conseguenze. In questo quadro si rende necessario procedere verso una società selvaggia ed anarchica (spesso usiamo il termine “americanizzazione” ma potrebbe risultare un po’ superato) nella quale non ci sia –o non ci sia più come prima- il tessuto stesso della democrazia, ovvero le organizzazioni di massa, le organizzazioni sociali (per così dire) orizzontali.
Tutto dovrebbe essere individualizzato e verticalizzato. Per questo si arriva perfino a mettere in discussione il ruolo della Confindustria: anche perché le acute contraddizioni del capitalismo, ormai, attraversano gli stessi singoli monopoli finanziari, le varie holding. Quando uno stato non ha più un tessuto democratico, quando non ha più “obiettivi” propri da perseguire anche con l’intervento economico, non è più uno stato (come quello concepito dalla Resistenza e dalla Costituzione) ma qualcosa di simile alle vecchie colonie.
Il regime bipolare si è sublimato nella più larga unità parlamentare a sostegno del governo Monti, manganello antidemocratico e di miseria contro i lavoratori e la gioventù: è la prova che si è trattato di un regime di alternanza tra “orchestre” che si combattevano per poi suonare la stessa musica.
La lotta di classe esige di essere rilanciata su tutti i piani, a partire da un programma immediato esattamente opposto –antagonistico- a quello del governo Monti e delle attuali forze parlamentari e ciò richiede una maggiore concentrazione (anziché un rinvio) nella lotta per la ricostituzione del PCI.
Il fatto che il governo Monti sia “tecnico” non vuol dire che sarà sempre appoggiato dalle potenze imperialiste o che sia orientato verso una linea unica e definita (benché odiosa): le contraddizioni dell’imperialismo, le acute convulsioni (anche rapide ed imprevedibili) che ne derivano, non consentono previsioni di questo genere. E’ molto probabile che il governo coloniale (tecnico) avrà una vita tribolata e farà una brutta fine.
Norberto Natali

Roma 29/11/2011




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