proletaricomunistitaliani

Cerca

Vai ai contenuti

UNA GIORNATA DELL’8 MARZO PROLETARIA

archivio

Share |

UNA GIORNATA DELL’8 MARZO PROLETARIA.


Come da tradizione –ma anche pensando a come difendersi sempre più dalla prepotenza dei capitalisti– le donne proletarie comuniste hanno gremito una trattoria popolare della periferia la sera dell’8 marzo.
Una serata anche rilassante e allegra (soprattutto economica) nella quale si sono incontrate donne portatrici di storie tanto diverse e al tempo stesso uguali. Parecchie, per esempio, erano lavoratrici delle pulizie o dipendenti dei vari padroncini appaltatori, subappaltatori e ri-subappaltatori che caratterizzano l’attuale sistema produttivo, corrotto e marcio.
Molte disoccupate ed altre invece si sono ritrovate ad essere l’unica, magra, fonte di reddito della famiglia. Tra queste una donna giovane –metalmeccanica lei e facchino il marito, entrambi disoccupati dall’anno scorso– che cerca a stento di mantenere la famiglia, inseguendo qualsiasi lavoretto, ha raccontato come viene travolta dall’ansia anche se la sua bambina prende l’influenza, per paura di dover pagare i ticket dei medicinali. Un’altra donna ha spiegato di come ha perso il lavoro pochi mesi fa –mentre il marito guadagna uno stipendio risicato lavorando in una cooperativa sociale – solo per aver compiuto 33 anni, a causa di una delle ignobili norme volute dalla Fornero.
Nella numerosa “delegazione” della zona di Tor Bella Monaca c’era anche una lavoratrice pakistana con la sua bambina. E’ rimasta colpita dal nostro simbolo della falce e martello ed ha raccontato dei comunisti in Pakistan, parlandone con ammirazione e descrivendo la difficoltà della loro lotta.
Sebbene si trattasse di una serata di festa, c’è stato dunque modo per parlare di cose molto serie: come si vede, però, si tratta di argomenti ben diversi da quelli di regime, delle celebrazioni ufficiali (borghesi) dell’8 marzo. Infatti non ha destato molto interesse il tema del “femminicidio”: tuttavia è significativo, come, dopo anni in cui sembrava che il principale problema delle donne fosse quello di aumentare il loro numero in Parlamento e nei consigli d’amministrazione delle società capitalistiche, ora si scopre la tragica realtà della violenza mortale contro le donne.
Alcune sostengono che l’uccisione di donne – da denunciare e combattere sempre e tempestivamente – sia in realtà stata sempre, più o meno, delle attuali proporzioni, però ora fa comodo esasperare questo tema mentre in passato veniva sottaciuto o confuso con episodi di cronaca nera in genere.
Se c’è, effettivamente, una impennata di violenze crudeli contro le donne, essa sorge da un tipo di società che genera continuamente una questione femminile ma gli assassinii non possono dipendere solo da un’improvvisa epidemia di “cattiveria” degli uomini, genericamente intesi.
La violenza criminale contro le donne, non è separata dalla decadenza della società borghese, dall’estendersi della disoccupazione, della miseria, dall’accentuarsi di spinte verso l’egoismo, verso l’esaltazione del potere e della ricchezza personali come unico metro di misura del valore di un uomo o di una donna e della loro vita. Il “femminicidio” , se c’è, dipende dal degrado della società borghese, sempre più ingiusta e squallida, opprimente e sfruttatrice.
Fa comodo mantenere nell’oscurità, invece, le donne che muoiono sul lavoro, come le quattro operaie tessili in nero morte a Barletta un anno e mezzo fa, nella fabbrichetta–scantinato nella quale erano recluse; nessuno ha mai parlato di quella donna di media età, con marito disoccupato e tre figli, la quale cercava di lavorare così tanto e freneticamente che alla fine, l’anno scorso a Roma è morta per strada, perché il suo cuore è stato sopraffatto dalla fatica: questi non sarebbero “femminicidi”.
Ci sono donne che muoiono di parto o di malattie dovute al capitalismo, sì, proprio così: come le donne di Casale Monferrato che lavavano le tute dei propri mariti intrise di amianto o le donne dei quartieri di Taranto uccise dall’inquinamento provocato dall’Ilva.
Milioni di donne non muoiono – per fortuna – ma hanno la vita rovinata dalle conseguenze della precarietà, dell’abbassamento dei salari, dalla riduzione e dal degrado dei servizi sociali, dall’inquinamento, dal disordine urbanistico, ecc.
Milioni di donne, soprattutto, sono atterrite dal futuro dei loro figli e delle prossime generazioni, dalla vita di miseria e di grigiore che li attende. Moltissime donne devono lottare per l’emancipazione femminile e – per farlo fino in fondo – anche per la liberazione del proletariato, se non contro il “lavoratoricidio”.
Per questo motivo, durante la serata, una compagna -delegata sindacale– ha illustrato la figura e la vita di Camilla Ravera: un nome che oggi non dice nulla ai più. Perché tutto deve essere cancellato, dalla memoria del nostro popolo, di quello che i proletari, i comunisti hanno fatto – ed è tanto – nella storia d’Italia. Camilla Ravera, una donna minuta, coraggiosa e tenace fu, in un certo senso, segretario del PCI negli anni più bui della dittatura fascista e della lotta clandestina.
Quando il grosso dei dirigenti di Partito era nelle galere fasciste ed il resto era stato costretto ad emigrare, fu lei a reggere il cosiddetto “centro interno” del PCI, ossia a mantenere in funzione, coordinare e dare impulso alle residue cellule clandestine del Partito, disseminate ancora qua e là in Italia, e che ancora riuscivano a sottrarsi alla violenta repressione fascista.
Il PCI, per rinascere, ha bisogno che tante donne riprendano la bandiera di Camilla Ravera (e di migliaia e migliaia di compagne come lei): le donne, per liberare se stesse ed il futuro dei loro figli, hanno bisogno, più degli altri, che rinasca il PCI.

Roma 08/03/2013


SEGUICI ANCHE SU FB

Primo piano | Aree tematiche | Dossier | Agitprop | Contatti | archivio | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu